Bologna, la Rossa spudorata

Bologna

 

 

di Orazio Folonari

 

Piace agli americani, manda in visibilio persino gli svizzeri, che la magnificano sui loro giornali, ma è snobbata dagli emiliani, maltrattata dai suoi sindaci e sgridata dai suoi arcivescovi. Il defunto cardinale Giacomo Biffi la definì «sazia e disperata». Neppure l’attuale vescovo Matteo Maria Zuppi ci è andato leggero. Ha detto che in città ci sono «troppi cuori chiusi». Ma se l’ha detto, avrà le sue buone ragioni.

I politici la solleticano con progetti ambiziosi e costosi che abbandonano presto, tanto non tocca a loro sborsare i soldi che buttano nei presunti ammodernamenti. Gli elettori non sono da meno quando affidano la cura della città a sindaci improvvisati o forestieri. Che la mortificano e la bistrattano.

Restano i suoi abitanti, gli unici a essere fieri di Bologna la Rossa, definizione cromatica ispirata non tanto al colore di una politica tramontata senza rosseggiare quanto alla tinta calda dei suoi mattoni.

Bologna meriterebbe quelle orde di visitatori che si riversano sulle sponde di certi laghi per un selfie con l’installazione land art a fare da sfondo, quelli che tengono l’orecchio teso per non mancare la chiamata del prossimo raduno di massa. O forse no. Forse meglio così, turisti contati ma che sanno apprezzare. Intenditori. Bologna è, e deve restare, per pochi.

 

 

Una sala della casa di Lucio Dalla fotografata in occasione di una breve e rara apertura durante la quale sono potuti entrare solo 600 visitatori

 

 

Anche a lei, però, non tutti i tortellini riescono con il buco. A volte, Bologna è ingiusta e distratta con i suoi figli illustri. Se ne ricorda solo dopo che li ha sepolti. Ora, per esempio, sta facendo un gran chiasso con gli eredi di Lucio Dalla perché non si decidono ad aprire le porte della sua casa ai visitatori, come se tra quelle pareti vi fosse imprigionato il talento che tutti vorrebbero portarsi via aspirandolo con il naso come aria di bosco. E mentre picchia alla porta di Dalla, che accanto al campanello aveva messo la targhetta con la scritta «Prof. Domenico Sputo» perché non lo disturbassero, la città si dimentica dei suoi artisti vivi, vegeti e un po’ permalosi che non hanno mai fatto mistero di dove abitassero.

Tanti giovani, e pure meno giovani, hanno scoperto Bologna grazie all’osteria delle Dame, alla trattoria Da Vito o recandosi in pellegrinaggio in via Paolo Fabbri 43. Eppure Bologna non ha mai dedicato una manifestazione, o un premio per induzione al turismo, a Francesco Guccini. Che ha fatto bene a salire in montagna, seguendo la strada delle origini, verso la casa sul confine dei ricordi, la metà cui tutti tendiamo. Ma bando alle malinconie. Nel mio piccolo sono qui per vendervi Bologna.

 

 

I portici di Bologna

 

 

Visto che si parla di intellettuali, calerò subito l’asso di bastoni. «Bologne a, ce me semble, beaucoup plus d’esprit, de feu et d’originalité que Milan», ha lasciato scritto Stendhal nel suo Viaggio in Italia. Beh, non è un riconoscimento da poco per chi amava definirsi «milanese» al punto da farsi incidere sulla tomba il titolo di cittadino onorario che si era attribuito.

L’originalità prima di Bologna misura 38 chilometri, tanta è la lunghezza dei suoi ubiqui portici. Quale altra città può vantarne altrettanti e così belli e rosati per quanto spesso imbrattati da vandali sedicenti writers? Sotto di essi ti immagini professori tipo Umberto Eco, Romano Prodi e il dottor Balanzone, parroci di campagna e mediatori di mortadelle, altro che i bellimbusti con il cilindro e le fredde signore in crinolina che popolavano sussiegosi le aristocratiche, monumentali arcate torinesi. Questi sono portici civici, con propaggini devozionali, come quelli che si arrampicano su per la collina fino al santuario di San Luca.

Non so se la città sia ancora in grado di provocare quella sindrome di Stendhal che lo scrittore provava passeggiando per la città attorno alle 2 del mattino «oppressé de bonheur» e con le lacrime agli occhi, ma è un esperimento che chiunque può tentare.

 

 

Le torri degli Asinelli e della Garisenda, simboli di Bologna

 

 

Comunque vada, sono queste le ore più indicate per il flâneur colto e solitario. È allora che la Garisenda e l’Asinelli, le due sghembe torri che sovrastano la città come monoliti venuti dallo spazio profondo dei secoli XII e XIII, vi faranno sentire personaggi di un quadro di Giorgio De Chirico reduce dall’essersi scolato tutte le bottiglie messe in tavola da Morandi, intendo Giorgio il pittore, non Gianni il tifoso del Bologna.

Mi rendo conto che tirare in ballo De Chirico ogni volta che si profila qualcosa di surreale è come citare Kafka quanto devi vedertela con la burocrazia. Scontato. E allora facciamo che ti senti come il principe Raimondo Lanza di Trabia, il protagonista dell’Uomo in frac in giro di notte. Ma molto più sazio e molto meno disperato. Questa è Bologna, perdio, e tu stai probabilmente smaltendo una cena, non ti stai portando a spasso un cumulo di infelicità.

 

 

Le sirene della fontana del Nettuno, scolpito dal Giambologna nel 1565

 

 

Il nottambulo che è in voi non potrà fare a meno di arenarsi in piazza Maggiore, il cui perno è il Nettuno firmato dal Giambologna e datato 1565. La nudità del dio del mare non ha fatto arrossire solo suorine e pudibondi. Tenuto a bada dalla Chiesa, giacché Bologna rientrava nei possedimenti dello Stato Pontificio, lo scultore non poté adornare la statua di quei lusinghieri attributi che aveva per essa progettato. Ma si prese gioco dei censori. Se girate attorno al monumento e lo guardate da una certa angolazione, per un effetto ottico la mano tesa della divinità vi apparirà come un fallo furiosamente eretto.

Per rendersi conto del trucco basta mettersi accanto alla scalinata della biblioteca Salaborsa. Chiunque passi di lì, se è un vero bolognese, saprà indicarvi il giusto punto di osservazione, una mattonella più scura delle altre. Lo spettacolo «porno» offerto dalla fontana non termina qui. Ai piedi del Nettuno, in posizione da visita ginecologica, ci sono quattro sirene che riempiono la fontana spremendosi i seni. Quanto al tridente che il dio del mare tiene in pugno è diventato il marchio della Maserati.

 

 

I portici di piazza Santo Stefano

 

 

Per godere di un’atmosfera più discreta e conviviale, si consiglia di fare rotta verso piazza Santo Stefano, con le sue quattro chiese romaniche. Un angolo di pace, ideale per farsi uno spritz. E, dato che il centro della città difetta di alberi, parchi e fiume, proseguite fino al pittoresco canale delle Moline, che ha preso il nome dai mulini ad acqua che sorgevano un tempo lungo le sue sponde. Visibile da via Piella, ha guadagnato al quartiere la qualifica di «piccola Venezia». Una nomea che attira periodicamente bande di incursori che si divertono a insozzare la finestrella che inquadra il canale.

 

 

 

Il canale delle Moline, visto dalla finestrella di via Paiella

 

 

Altrettanto impudico della fontana di Nettuno è l’incredibile collezione di cere anatomiche di palazzo Poggi (la sala di ostetricia, soprattutto, così come i «mostri e le curiosità della natura»). Poiché l’esposizione non vi lascerà indifferenti, se ne consiglia la visione lontano dai pasti, per non perdere l’appetito o per non rischiare disturbi postprandiali. Queste cere, realizzate nel Settecento, sono la testimonianza dell’aura dotta di Bologna, nel 1088 sede della prima università d’Europa.

 

 

Panoramica della «Stanza di Notomia» con le otto statue realizzate da Ercole Lelli.

 

 

Lo stile dell’arte bolognese, che gremisce musei e chiese, vi colpirà con eroi dai corpi muscolosi, santi e martiri dall’aria sconsolata. È vero che l’arte della Controriforma non è sempre stata delle più sottili, ma bisogna osservare meglio i capolavori di Guido Reni, del Guercino, di Ludovico Carracci, per apprezzarne la qualità. A questi supereroi ipervitaminici, altri preferiranno il minimalismo di Giorgio Morandi, le sue tavole ingombre solo di bottiglie vuote, caffettiere fredde e altre reliquie casalinghe. Le sue nature morte spoglie, che si ripetono con poche varianti di tela in tela, affascinano per la loro monastica semplicità. Dopo il terremoto del 2012, i quadri sono stati trasferutl al museo d’arte moderna (MAMbo).

Se avrete occasione di trovarvi a Bologna prima del 24 luglio 2016, approfittatene per visitare l’esposizione di arte dedicata a Edward Hopper, che sta facendo il pieno a palazzo Fava.

È stupefacente assistere, per esempio, al dialogo improvvisato che si instaura tra il celeberrimo quadro intitolato «Gas», del 1940, prestato dal MoMA, raffigurante un distributore di benzina, e il ciclo di affreschi che orna il palazzo, dipinto dai Carracci nel Cinquecento.

Gli amanti della musica potranno godersi la magnifica collezione di antichi strumenti messa insieme da Luigi Ferdinando Tagliavini e che dal 2010 è ospitata nell’oratorio di San Colombano. Il musicologo, compositore e musicista ha trovato nella sua città, la «capitale della musica», uno scrigno all’altezza del suo lascito. Se siete fortunati, potreste capitare in uno di quei giorni in cui si danno concerti gratuiti per tenere in esercizio gli strumenti.

Vanno bene l’arte e la cultura, le passeggiate e gli aperitivi, ma giunti a una certa ora bisogna pur mettersi a tavola. E se non si fa a Bologna, dove mai si può farlo? La Montanara è una piccola trattoria dal menu semplice e gustoso in cui spiccano la pasta «gramigna» con dei tocchetti di salsiccia, le cotolette, ovviamente alla bolognese, le deliziose zucchine ripiene.

Chi ama i piatti locali, ma un po’ più elaborati, troverà pane e pietanze per i suoi denti al Caminetto d’oro, aperto nel 1927, o alla trattoria Meloncello, altro tempio della tradizione gastronomica locale in attività dal 1918.

 

 

Il bar Le Stanze, in una cappella sconsacrata del Cinquecento

 

 

Infine, Bologna «La Rossa», grazie alla presenza dei numerosi studenti universitari, ha strade, caffè e bar notturni sempre pieni e animati. Un locale da non mancare è Le Stanze, se non altro per la sua atipica scenografia. E non tanto per il Buddha che troneggia sul bancone ma per lo spettacolare soffitto di questa ex cappella del XVI secolo. A Bologna, dunque, la Chiesa non ha lasciato solo i gendarmi della morale pubblica e vescovi severi. Come spero di essere riuscito a dimostrare.

 

 

I gioielli di Bologna (video)

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