Roma, le mie passeggiate nella grande bellezza

Passeggia, non correre

 

 
di Luca Spaghetti

 

 
Er Pallucca, la dolce vita in trattoria

Dopo le immancabili foto di gruppo, venne il momento dei saluti. l’avventura era volata, erano quasi le dieci e mezzo, non avevamo ancora cenato e avevamo una maledettissima fame. E inevitabilmente tutti gli sguardi dei membri della banda si orientarono all’unisono verso di me, verso Spaghetti. io ero l’organizzazione e la mente della cena. E così, facendo leva sulla mia memoria di ragazzo squattrinato, la soluzione venne fuori ben presto: «Er Pallucca». Era il nome con il quale conoscevo quella trattoria da quando ero adolescente, ma ho scoperto col passare degli anni che aveva altri nomi. Qualcuno lo conosceva come trattoria Bassetti, altri appunto come Er Pallucca, altri ancora semplicemente come Da Tonino. Sta di fatto che Tonino-Pallucca-Bassetti, se solo fosse stato aperto alle dieci e mezzo di quella sera di settembre, sicuramente ci avrebbe salvato la vita. Con una camminata di una decina di minuti avremmo messo le gambe sotto al tavolo.

 

 

La trattoria Er Pallucco non ha insegne

 

 

Era un po’ di tempo che non ci andavo, ma ogni volta che mi ero riaffacciato lì ero sempre andato via con un’ottima sensazione: mangiavo sempre bene, buone quantità, ricette tipiche romane in un contesto per nulla formale, non un locale per turisti, ma la classica trattoria con le tovaglie di carta e tanto buonumore all’interno. lo spazio era piccolissimo, tanto che spesso ricordo di aver mangiato seduto accanto a perfetti sconosciuti, con i quali, a fine serata e per merito anche di un onesto vino, ho fatto amicizia. E in più il conto non era mai particolarmente salato, fattore che nella mia adolescenza aveva un peso determinante. Non avevo con me il numero di telefono per sapere se fosse aperto, ma tentammo lo stesso. Mi bastò decantare il mio ricordo dei rigatoni con le melanzane, che anche se non è una ricetta tipica romana era il mio piatto preferito der Pallucca, per avere in mano il gruppo e guidarlo come il pifferaio magico con i suoi topastri.

Er Pallucca non ha insegna, da fuori se è chiuso può addirittura essere scambiato per un box privato, quindi per mangiarci o lo conosci, o ti è stato indicato da qualcuno, o devi avere la fortuna di cascarci dentro per sbaglio. Fu così che quando arrivammo a via del Governo Vecchio e vidi le luci amiche del locale accese nonostante l’ora tarda mi tranquillizzai. Fortuna volle che un nutrito gruppo di persone, ormai in preda a grasse risate, si era intrattenuto più a lungo del previsto a tavola con il vino sfuso der Pallucca, così la trattoria era ancora aperta. Nell’entrare noi cercavamo di capire quanto quel gruppo avesse tracannato, visto il livello sonoro delle loro risa, ormai prossimo allo schiamazzo; loro, nell’uscire dal locale, un po’ ondeggianti si preoccupavano di non venirci addosso, e i loro sguardi allegri erano contagiosi e ci diedero la certezza che avremmo provato anche noi quel calore meraviglioso che ti regala l’aria di un dopocena di settembre tra amici in una trattoria romana.

 

 

Interno della trattoria Er Pallucca

 

 

Una volta occupata una lunga tavolata anche la nostra caciara poteva avere inizio. Dopo qualche brindisi di rito i piatti di pasta della tradizione romana cominciarono a planare sotto i nostri occhi: gricia, cacio e pepe, carbonara, amatriciana, e ovviamente i miei tanto desiderati rigatoni alle melanzane. Sarà stato forse per invidia, per aver visto l’allegria sui visi del gruppo brillo uscente poco prima dalla trattoria, o molto più probabilmente per una sorta di turbamento che non mi abbandonava per come sarei stato visto dal mondo nel film, sta di fatto che con il passare dei minuti, della carne e delle risate, quella sera sentivo che una delle poche cose che mi avrebbe tranquillizzato sarebbe stata una bella sbornia. non di quelle da rigirarsi nel letto cercando di bloccare le pareti, ma una di quelle rilassanti, che avrebbe fatto decantare un po’ di tensione e mi avrebbe spedito in un sonno riposante, facendomi sognare solo le cose belle di quella serata. E sembrava anche essere l’intenzione di tutti.

Pallucca fece molti viaggi verso la botte per spillare il vino nelle nostre brocche, e quando fu il momento di abbassare la saracinesca noi avevamo raggiunto perfettamente il nostro scopo. Si rideva, si cantava, si camminava abbracciati per tornare ognuno verso il proprio letto.

I giorni seguenti ci saremmo sicuramente rivisti tutti, ma non volevo che la serata finisse. Così, ogni volta che camminando incrociavo lo sguardo di qualcuno, che probabilmente si domandava quanto avessimo bevuto, cercavo di rispondergli provando a trasmettergli quel calore meraviglioso che ti regala l’aria di un dopocena di settembre tra amici in una trattoria romana.

 

 

La Fontana delle Tartarughe

 

 

La Fontana delle Tartarughe
Ma il posto dove più di ogni altro non vedevo l’ora di passare era piazza Mattei con la sua Fontana delle tartarughe. La mia passione per questa piazza ma ancora di più per questa fontana è dovuta, oltre al fatto che è effettivamente una delle più belle fontane di Roma, proprio alla presenza di quattro tartarughe di bronzo che vengono spinte da sotto verso l’alto da quattro efebi a bere nel catino superiore.

I bagni proibiti nel Fontanone
Sono sempre stato affezionatissimo a Villa Pamphili. A Villa Pamphili e al «Fontanone», due posti dove da bambino spesso i miei genitori mi portavano a giocare. alla fine della Villa, adiacente al Gianicolo, c’era la Fontana dell’acqua Paola, che i romani hanno ribattezzato semplicemente il «Fontanone». È una fontana bellissima, a semicerchio, costruita come mostra terminale dell’acquedotto di Traiano, che veglia su una piazza che altro non è che una terrazza che si affaccia su Trastevere.

Sembra che originariamente l’attuale piazza non esistesse, e che la fontana fosse a picco sulla via sottostante, poco più in alto della splendida chiesa di San Pietro in Montorio, con adiacente il bellissimo tempietto del Bramante, che si dice sia stato edificato sul luogo dove, secondo la tradizione, l’apostolo Pietro fu crocifisso sulla croce capovolta a testa in giù.

 

 

La Fontana dellAcqua Paola, che i romani chiamano «il Fontanone»

 

Oggi è un’area splendida dove, con l’arrivo della primavera, moltissime persone non si lasciano scappare l’aperitivo al tramonto con vista sulla città eterna, ma qualche decina di anni fa qui c’era solo una bellissima fontana, anzi un «Fontanone», che per me, come per tanti altri bambini, era solo un «mare cittadino» dove lasciare campo aperto alla propria barchetta. C’era chi come me l’aveva solitamente improvvisata, il più delle volte di carta e con una vita media di pochi minuti o perché la carta si impregnava d’acqua e il piccolo Titanic si rammolliva su se stesso, o perché sfuggiva al controllo del suo capitano dirigendosi autonomamente al centro della fontana, dove l’unico modo per recuperarla era quello di creare con le mani delle piccole onde che la spingessero verso l’altro lato del lago; c’era chi invece aveva qualche barchetta sperimentale in legno e chi poi si presentava con prototipi radiocomandati capaci di ogni evoluzione.

Con l’arrivo dell’estate cercavo spesso di convincere i miei affinché mi dessero il permesso di fare un tuffetto nella «piscina» del Fontanone, ma anche nelle desolate domeniche di agosto, a quaranta gradi all’ombra e in assenza di passanti, mi veniva regolarmente vietato. Quale grande ingiustizia: Anita Ekberg, prorompente attrice svedese, poteva fare il bagno vestita dentro la Fontana di Trevi tra l’ammirazione dei presenti e diventare anche un mito per le generazioni successive, mentre io, piccolo imperatore romano, nella torrida estate della mia città non potevo immergere neanche il dito di un piede nell’acqua del Fontanone.

 

Il Pantheon

 

 

Ma ci piove dentro il Pantheon?
Imboccai via delle Coppelle e subito via della Maddalena e via della Rosetta per ritrovarmi in una semivuota e ancora sonnecchiante piazza della Rotonda. che per me è sempre stata solo piazza del Pantheon. Questa strana costruzione, quando da bambino la guardavo dall’alto della terrazza del Fontanone, mi sembrava più un disco volante che un’opera architettonica. Ero certo che fosse l’astronave della regina Himika malamente camuffata e pronta a sferrare l’attacco finale contro Roma e il pianeta Terra, e ancora oggi mi emoziona ogni volta che mi ci trovo di fronte. la sua storia di luogo di culto pagano, poi diventato chiesa cristiana e anche luogo di sepoltura di uomini illustri tra cui Raffaello Sanzio, mi ha sempre affascinato nella sua unicità. Per non parlare della sua forma interna circolare che si riduce salendo verso l’alto fino a formare una cupola che non si chiude mai, con un’apertura tonda sulla sua sommità che funge da unica finestra della struttura. Questa finestra è un vero e proprio «buco rotondo» di una decina di metri di diametro, aperto verso il cielo, un oculus da cui penetra un fascio di luce che illumina tutto l’interno, e che in passato veniva usata per studi astronomici. il dilemma più popolare che in realtà attanaglia tutti i romani è questo: nel Pantheon ci piove dentro oppure no?

 

La maestosa cupola del pantheon al centro del quale si trova l'oculo da cui entra la luce e, qualche volta, la pioggia

 

 

Una nutrita schiera di cittadini ritiene che non piova all’interno del Pantheon in quanto a Roma non piove mai; altri sostengono che la particolare struttura di Santa Maria della rotonda, questo il vero nome del disco volante, crei uno speciale gioco di correnti d’aria ascensionali che porta alla distruzione delle gocce di pioggia che tentano di penetrare all’interno dall’oculus. I più scaramantici spiegano il fenomeno rifacendosi invece a una leggenda medievale secondo la quale l’oculo del Pantheon sarebbe stato creato dal diavolo in fuga dal tempio di Dio. In realtà, all’interno del Pantheon ci piove eccome ma la forma convessa del pavimento e alcuni fori sul suolo permettono la non formazione di pozzanghere e un ottimo drenaggio. Quella mattina dall’oculus penetrava una luce favolosa ed essendo da solo all’interno del Pantheon mi piacque pensare che Roma mi avesse voluto fare un regalo speciale, che quella luce per po- chi secondi fosse tutta mia, solo mia.

Il mistero del caffè Sant'Eustachio
Stavo facendo quello che mi riproponevo sempre di fare e che per mancanza di tempo e di occasioni non mi riusciva mai: abbandonarmi a Roma, visitarla nei suoi angoli più intimi, nei miei angoli più intimi, rimettere le mani nelle tasche come facevo quando ero bambino, e tornare a sentirmi per qualche istante anche un po’ suo imperatore.

 

 

La vetrina dei prodotti del Caffè Sant'Eustachio

 

 

E uno di questi angoli non poteva di certo non essere un caffè a sant’Eustachio, bar di «nicchia» situato appunto a piazza Sant’Eustachio, tra piazza Navona e il Pantheon, famoso per il suo caffè cremoso. Si narra che per la preparazione di questo dolce e squisito caffè, e soprattutto per la sua schiuma, i gestori del bar utilizzino un ingrediente segreto, per qualcuno bicarbonato, per altri zucchero miscelato direttamente insieme al caffè macinato, per altri ancora aromi più o meno verosimili. Sinceramente non mi sono mai preoccupato troppo di scovare l’eventuale oggetto misterioso, ma mi sono sempre e solo goduto uno dei caffè più buoni di Roma, un altro di quella giornata ancora molto lunga.

 

Le Terme di Caracalla. In primo piano, «Il Terzo Paradiso», opera dell'artista Michelangelo Pistoletto

 

Le Terme di Caracalla, dentro e fuori
Adoro rivivere tanti luoghi riposizionandoli in itinerari inconsueti, «trasversali»: si può andare a fare un salto alle terme di Caracalla come naturale prosecuzione di una passeggiata al circo Massimo, ma anche come tappa di un itinerario di «Roma sotterranea».

Le terme di Caracalla ospitano un reticolo di sale e corridoi sotterranei, depositi e gallerie che erano utilizzati per il trasporto dei combustibili e dei panni sporchi e per tutte le attività di servizio correlate al funzionamento dell’impianto termale. Le terme ospitano nei suoi sotterranei il Mitreo più grande ritrovato a Roma, con la sala principale collegata alla cosiddetta «fossa sanguinis» dove avveniva l’abluzione col sangue del toro sacrificato.

 

Il mitreo sotterraneo delle Terme di Caracalla

 

 

Così come chi si reca in visita a San Giorgio al Velabro forse non pensa di essere a pochi passi da una delle più grandi opere della Roma sotterranea: la cloaca Massima, un labirinto sotterraneo che con la sua fitta maglia di gallerie e cunicoli costituisce la rete fognaria della città. Uno dei principali problemi da affrontare per una città nata e sviluppatasi sui colli era quella del drenaggio delle acque delle paludi circo- stanti, e una delle maggiori paludi era appunto il Velabro, proprio vicino al Campidoglio e al Palatino.

 

 

La spezieria di Santa Maria della Scala
Chi si trova a passeggiare per Trastevere probabilmente passa davanti senza saperlo a uno dei più particolari «musei nascosti» di Roma: la spezieria di Santa Maria della Scala.

Questi storici locali del 1700, posti al piano superiore dell’attuale farmacia di piazza Santa Maria della Scala, erano la destinazione dei romani in cerca di cure e rimedi alle proprie malattie tramite i preparati che i carmelitani scalzi, gestori della spezieria, realizzavano con le spezie coltivate nei giardini del convento. In questi ambienti, divisi tra sala vendite e laboratorio, il tempo sembra essersi fermato: le iscrizioni latine, i vasi, i ricettari e gli erbari creano un’atmosfera particolarmente suggestiva.

 

 
L'antica Spezieria Santa Maria

 

Mi capita spesso di bazzicare da quelle parti in quanto ho la fortuna di avere il medico di famiglia che ha lo studio in un piccolissimo locale adiacente alla Farmacia della Scala. Mi definisco fortunato perché anche nella minuscola sala di attesa di due metri per tre il tempo sembra essersi fermato. I pazienti, molto spesso anziani, che attendono con pazienza il loro turno seduti sulle due panche di legno poste una di fronte all’altra, appartenendo più o meno tutti a qualche vicolo di Trastevere, non possono fare a meno di dare spettacolo con i loro discorsi e le loro battute totalmente espressivi di un’autentica romanità.

Mi capita spesso, quando tocca a me entrare per la visita, di far passare avanti qualcun altro per non perdermi i finali delle discussioni e puntualmente, dopo la visita, risalgo sullo scooter col sorriso sulle labbra e passando per via della Lungara, dopo una rapida occhiata all’orto botanico e al carcere di Regina Coeli, sperando di non salire mai i suoi «tre scalini», ritorno ai miei doveri.

Sì, perché sebbene esista il detto «A via de la Lungara ce sta ’n gradino, chi nun salisce quelo nun è romano, nun è romano e né trasteverino», io romano mi ci sento eccome senza la necessità di dover per forza vivere in prima persona questa sentenza. Preferisco che il museo di Regina Coeli mi rimanga «nascosto». (Questi brani sono stati tratti dal libro di Luca Spaghetti, Tutto è possibile, per gentile concessione dell’Editore)

 

Luca Spaghetti

 

Luca Spaghetti è nato a Roma nel 1970. E il suo non è uno pseudonimo. L’incontro con Elizabeth Gilbert gli ha cambiato la vita. È stato, infatti, uno dei personaggi più amati del best seller globale Mangia, prega, ama diventato poi un film con Julia Roberts e Javier Bardem: esperienza raccontata nel suo primo libro Un romano per amico, pubblicato in tredici Paesi.

 

 

Spaghetti cover

 

 

Il libro. Luca è romano, fa il commercialista e porta un cognome che in tutto il mondo riconoscono: Spaghetti. La sua vita scorre tranquilla, tra famiglia, amici, lavoro, finché un giorno a Roma conosce una giovane scrittrice americana, tale Elizabeth Gilbert, che lo inserisce tra i personaggi di quello che sarà un best seller mondiale. Improvvisamente il suo nome è sulla bocca di tutti. Sì, perché i milioni di persone che hanno letto Mangia, prega, ama, o hanno visto il film, sanno tutto di lui: la passione per la Lazio fin da quando giocava a calcio in parrocchia, l’amore per gli Stati Uniti, l’adorazione per James Taylor e la sua chitarra acustica.

Dopo Un romano per amico, che a sua volta è stato un sorprendente best seller, Luca Spaghetti torna a raccontare le mirabolanti avventure di un ex ragazzo di quartiere che si ritrova suo malgrado sotto i riflettori: dall’incontro sul set con Julia Roberts alla presentazione, durante le riprese, del suo alter ego cinematografico: ciccione, semicalvo e... romanista. E poi le incredibili esperienze maturate in seguito al suo successo: dalle prime timide interviste alla radio all’amicizia con il Capitano della squadra del cuore; dall’onorificenza tributata dal Carbonara Club alla disastrosa prova del cuoco in un programma televisivo canadese; dall’incontro a New York con l’idolatrato James Taylor fino alle imbarazzanti avance di una nonnina di Ottawa.

E, sullo sfondo, Roma la Bellissima, con i suoi angoli incantati e la sua umanità gioiosa, protagonista assoluta di queste pagine che ti accolgono con il dolce tepore di un dopocena settembrino tra amici in una trattoria. (Dal comunicato stampa di presentazione del libro)

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