Appennino Parmense, dove maturano le albicocche della Sacher

Manfred Alber 1
 

di Roberto Longoni *

 

Manfred di nome e Alber di cognome. Coltivatore di albicocche, anzi, «inventore» delle albicocche d'alta quota appenninica. Sembrerebbe un destino segnato dall'anagrafe. Invece, il signor Alber ci ha messo molto di suo. Passione, fantasia, spirito di sacrificio e gusto per l'azzardo. Ci vuole un po' di tutto questo, perché un figlio delle ricche Dolomiti venga a reinventarsi in un angolo sperduto della montagna parmense.

Un uomo che ama andare controcorrente, Alber. Per questo gli sarebbe potuto bastare il cambio di residenza: da Merano a Caboara, cinque anni fa, al giro di boa del primo mezzo secolo di vita. Ma trasferirsi in una ripida terra, dalla quale è ben più facile scendere per partire che salire per restare, non gli sembrava abbastanza. Così, ha piantato duemila albicocchi dove nessuno avrebbe mai osato, fino a creare (molto probabilmente) il frutteto più alto della regione. «A essere sincero», sorride, «anche chi me li ha venduti era piuttosto perplesso».

Alber ha tirato dritto e ha fatto di testa propria, con la moglie Maria e i pochi residenti della frazione come manipolo di amici fidati («Qui vado d'accordo con tutti: mi trovo benissimo»). Ora, a dargli ragione sono centinaia di chili di succosi frutti in attesa di essere raccolti. «Si parte domani. E spero che serva a far ricredere chi pensa che questi splendidi monti non possano dare lavoro». Sole rovente di giorno e temperature in picchiata la notte. Che cosa c'è di diverso dalla Val Venosta? si chiese Manfred al suo arrivo. Caboara, l'aveva scoperta con un viaggio virtuale, su un computer che sembrava portarlo lontanissimo, più su una costa brasileira che dalle parti del monte Pelpi. Ma fiutare i profumi e osservare i colori, risalendo le curve che si staccano dalla fondovalle del Taro, gli rievocò qualcosa di familiare.

 
Albicocche in via di maturazione. Sullo sfondo, il monte Pelpi

 

«Ero pasticciere a Merano», racconta, «ma fare gastronomia in provincia di Bolzano è molto pesante: un anno ne vale due o tre altrove. Così, dopo un ventennio di quella vita, io e mia moglie abbiamo detto basta. Navigando in internet, abbiamo scoperto che qui c'era una vecchia casa di pietra con 15 ettari di terreno in vendita. Decidemmo di comprare e di lasciare le nostre due figlie a Merano, a lavorare nella ristorazione: spero che riescano a smettere presto (e qui aggiunge un sorriso, ndr). Era il momento che tornassi al mio hobby giovanile: l'apicoltura».

Ci si mise d'impegno, fino a contare gli oltre duecento alveari dei giorni nostri. Una parte dei propri terreni, l'ex pasticciere la dedicò all'albero del miele. «Ora ne ho trecento piante che vendo online in tutt'Italia». Alberi magici, dalla fioritura tardiva. «Sono i più melliferi in assoluto. Ricchi di inibine, che fanno bene alle api e consentono di raggiungere una produttività di dieci quintali di miele per ettaro». Un'ottima partenza. Ma quei quindici ettari proponevano anche altre possibilità. «All'inizio volevo provare con i lamponi, ma la logistica era contraria: troppo lontani per i raccoglitori. Escluse quasi subito le pesche, per le quali non è zona, puntai un po' su ciliegie e mele. Ma fu l'idea delle albicocche a convincermi di più».

Tra le varietà, sembrava essercene una perfetta per la «Val Venosta appenninica»: la marille, un frutto antico (ingrediente fondamentale nei menu dell'Austria felix: è la marmellata ottenuta con questo frutto a farcire la torta Sacher) della valle di Wachau, lungo il Danubio. «Longeva, ottima per le coltivazioni biologiche, essendo resistente alle malattie: e io di veleni non ne voglio proprio usare». Ma soprattutto una varietà nata per le alte quote. Insomma, l'albero di Alber: da piantare tra i 750 e gli 880 metri di quota dei suoi terreni.

«Feci la prova con un paio di esemplari. Visti gli ottimi risultati, continuai a piantarne a centinaia per anno, fino ad arrivare ai mille della stagione scorsa». Ora, è il momento di tirare le somme: ossia, di passare al raccolto, per dirla nel linguaggio della terra. Per quest'annata, tre paia di mani basteranno a cogliere i frutti. In futuro, la piantagione avrà bisogno di stagionali. «Spero di trovarli qui, magari studenti della zona che vogliano guadagnar qualcosa. Altrimenti, dovrò rivolgermi a mio fratello: che mi mandi i suoi aiutanti dall'Alto Adige, prima che cominci la raccolta delle mele lassù».

Intanto, in queste ore, Manfred, Maria e un dipendente riempiono le prime cassette, partendo dalle piante alle quote più basse, già mature. «Entro due settimane, avremo completato il lavoro». Nel frattempo sarà partita la sfida delle marille venute da lontano, alla conquista di buongustai a chilometri zero o poco più. Le albicocche d'alta quota forniranno la materia prima per menu a tema della trattoria Da Mussi di Caboara e saranno in vendita nei mercati e negli agriturismi della zona o suoi fornelli di casa Alber, per diventare marmellata. Chissà com'è il retrogusto appenninico nella Sacher?

 

La trattoria Mussi

 

Le albicocche in tavola

Con la composta di albicocca? L'arrosto batte la lonza. Tra i primi? Meglio il risotto. Di più, Anna Manferdelli non dice. Nel menu a tema dedicato alla marille di montagna c'è l'ingrediente sorpresa. «I piatti», spiega la figlia della grande Teresina, «sono stati studiati soprattutto da Gian Fermo Belloli: lui è l'innovatore, mentre la mamma è custode della tradizione». Per tre weekend di fila la trattoria Mussi, faro di Caboara, proporrà menu in onore dell'albicocca di Manfred Alber. «Siamo d'accordo con lui: valorizzando le piccole cose, si promuove un intero territorio. E ciò che si fa con passione ci fa vivere pienamente». Con gusto. (rl)

Trattoria Mussi, tel. 0525 824802. È consigliabile prenotare.

 

Trattoria Mussi, la sala da pranzo con vista sull'Appennino

 

* Cronista della Gazzetta di Parma, Roberto Longoni è stato redattore di Panorama (quattro mesi, prima del rientro a Parma: l'aria di Milano non faceva per lui) e collaboratore di Panorama Travel. È autore del libro Con le spalle al muro. Una vita tra terra e cielo. Di sangue appenninico e marinaro di nascita, si è sempre sentito un po' fuori posto in ogni luogo. Così, oltre che per curiosità, viaggia in cerca dello spaesamento perfetto. Ama Mahler, i Led Zeppelin, Fitzgerald, Bukowski e Céline.

1 response

  1. Ciao Manfred, complimenti ancora per la tua attività di avveduto lavoratore della terra ed appassionato allevatore, che la tua mente acuta e l'intuito fino hanno saputo radicare, con capacità e grande coraggio, in un territorio votato per lo più al degrado e all'abbandono!!!

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