A Roma, in gita con William Klein

Roma, come Le Ragazze di piazza di Spagna. Foto di William Klein

 

 

Sto guardando alcune delle foto di William Klein esposte a Milano nella mostra «Il mondo a modo suo». Guardo soprattutto quelle su Roma, che il fotografo americano raccontò tra tra il 1956 e i primi Sessanta. Sono stato a Roma per la prima volta nel 1968. Gita scolastica, quattro giorni, 16 mila lire, poco più di quattro euro. Roma non doveva essere cambiata molto dai tempi di William Klein, ma allora non potevo saperlo. Non avevo occhi per la strada, dove la città recitava se stessa, come lui li aveva avuti. Credevo nei monumenti. Eravamo lì per quello.

 

 

Roma, piazza San Pietro. Foto di William Klein

 

 

Andammo a vedere le catacombe e poi le Fosse Ardeatine. C'era stato il boom, le strade ne erano ancora piene, e noi dovevamo andare sotto terra a vedere i martiri cristiani e i martiri antifascisti. Vedemmo Roma dalla parte del sottosuolo. Non se se fosse giusto o sbagliato. Il nostro pullman continuava a girare attorno a due rotonde, una tutta bianca era il Vittoriano, l'altare della patria, l'altro scuro e affumicato come se gli avessero dato fuoco, il Colosseo. Li avevo visti tante volte sulle cartoline. Non aggiunsero nessuna emozione. Perché tanta strada per vedere quelle gigantografie tridimensionali di cartoline dove c'era già tutto? A volte le cose, viste dal vivo, tolgono magia e mistero alle loro immagini che ci portiamo dentro.

 

 

Roma 1956, il custode di Cinecittà. Foto di William Klein

 

 

Erano giorni di campagna elettorale. Le strade erano sudicie di propaganda. Quei volantini che allora, prima che la legge lo vietasse, potevano essere lanciati dalle auto in corsa. Dalle plance pendevano manifesti strappati. Era il 1968, ma tra di noi non si parlava di Sessantotto. Quarta ginnasio, cosa vuoi che ne capissimo?

Andammo a Fiumicino a vedere decollare gli aerei. Dopo quelle fosse e quelle catacombe ci voleva un po' d'aria inquinata. All'edicola dell'aeroporto comprai un giornale in arabo. Chissà perché. Forse perché comincia dall'ultima pagina, o almeno quella che per noi è l'ultima. Anche dalle mie parti c'è un giornale locale che si sfoglia a cominciare dal fondo, dalla pagina dei morti.

 

 

Roma 1956, semafoto rosso in piazzetta Flaminia. Foto di William Klein

 

 

Guardo le foto di Willian Klein e vedo la Roma che avrei voluto vedere in quei dì d'aprile del 1968. Ero ancora in tempo per vederla così e non colsi l'occasione. Come potevo sapere? Li vedo ora per la prima volta i romani in canottiera, i romani in vespa e lambretta, i romani che si aggirano tra le rovine delle loro città e i residui della Dolce vita con la naturalezza di chi ha visto di tutto e nun gliene po' frega' de meno (forse non si scrive così).

Li osservo e il mio sguardo non deve essere molto diverso da quello che posò su di loro William Klein. Li vedo come li avrebbe visti un contadino del Wisconsin o un pecoraio australiano. Esotici. Come i nostri fotografi vedono oggi i nepalesi o i birmani. Avevamo l'esotico dentro casa. Eravamo noi gli esotici. E non solo a Roma, come dimostreranno tanti fotografi italiani pronti a cogliere l'attimo fuggente di una civiltà e di un'umanità in fuga. Giuseppe Morandi con I paisàn della Bassa, Paul Strand con Luzzara e pochi altri riuscirono a strappare qualche brandello al tempo in fuga.

Ma quelle erano campagne isolate e cittadine fuori mano, desiderose di arrendersi al «progresso». Fu facile prenderle. Roma resistette più a lungo. Forse ancora resiste. Ma non saprei dove e se qualcuno riuscirà mai a scoprire quei covi di genuina romanità che allora erano la norma e ovunque.

 

 

Roma, un bar. Foto di William Klein

 

 

Le ragazze che traversano la strada tenendosi sottobraccio come nel film Le ragazze di piazza di Spagna, le pubblicità dei detersivi e delle saponette che fanno miracoli, le trattorie e i ragazzini con le magliette a righe appartengono al cinema e alla fotografia in bianco e nero. Sono le icone e gli oggetti di culto di una città che riusciva a incantare proprio per quella sua capacità di tenere insieme glorie passate e disfacimento, i colori dei nuovi miti televisivi e i bambini che giocavano per strada.

La fotografia e il cinema sono per definizione inganno e illusione. Perciò mi chiedo se la Roma di queste foto sia mai esistita o sia un film che mi sono costruito in testa mettendo insieme tanti spezzoni presi qui e là. Le cose che ti restano impresse nell'età delle grandi scoperte vanno a mischiarsi con le immagini fabbricate dal cinema convincendoci e coinvolgendoci in storie che forse non abbiamo mai vissuto. Sarà vero quel che vidi a Roma in quei giorni? Sarà vero che, sulla strada del ritorno ci fermammo a pranzare in una trattoria di Frascati?

Non so se tutto ciò sia autentico ricordo o memoria indotta, come nei replicanti di Bladerunner. Ma non permetterò a nessuno di rovinarmi il ricordo di quel piatto e di quel bicchier di vino di Frascati che gli insegnanti ci concessero. Anche farsi eccessive domande sulla veridicità di quel che ci vede in certe foto è un modo per rovinarne la bellezza.

 

 

Roma, nei primi anni '60. Foto di William Klein

 

 

Una foto è bella non solo per il suo valore estetico. Non solo perché documenta un fatto o uno stato delle cose. Una foto è bella quando vi fa dimenticare di trovarvi davanti a un'immagine e la testa si mette in moto. Come è accaduto a me.

E a voi che succede guardando queste foto? Perché andate a vederle in una mostra? Per ritrovare qualcosa? Per ritrovarvi? Sono curioso di sapere con quale spirito la gente di oggi va a vedere la gente di ieri nelle foto di Mister Klein.

Ma forse non c'è risposta. O ci sono tante risposte e non comunicanti. Guardare una foto resta un fatto personale. Intimo. Una comunicazione a due. Chi guarda e chi è guardato. (is)

 

 

Dal libro di William Klein «Roma la sua città la sua gente»

 

 

Dall'ufficio stampa riceviamo e pubblichiamo

William Klein, «Il mondo a modo suo»

Palazzo della Ragione
piazza dei Mercanti 1
Milano
Ingresso: 12 euro (10 i ridotti)

La rassegna, curata da Alessandra Mauro, presenta oltre 150 opere originali provenienti dall’archivio personale del fotografo, accompagnate da nuove installazioni espressamente concepite per questa esposizione, ma anche da estratti dei suoi filmati, da alcune gigantografie e da una selezione delle pellicole che ha diretto. La mostra è divisa in nove sezioni che accompagnano il visitatore in un itinerario che tocca le città fotografate da William Klein in tutta la sua carriera, anche attraverso i diversi mezzi espressivi di cui si è servito.

 

 

Fotogalleria (25 immagini)

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