Artico, siamo orsi non orsacchiotti

Un orso polare dall'aria pensosa

 

 

Se c’è un disgelo che non ci siamo mai augurati e mai ci saremmo aspettati è quello dell’Artico. Veri ghiacciai che si sciolgono, strati di gelo che si assottigliano. Ti viene persino il dubbio che sotto quella montagna di ghiaccio che si chiama iceberg non ce ne sia una dieci volte più grande, come ci hanno sempre raccontato. O, meglio, che non ci sia più, che siano rimasti solo i cocuzzoli.

 

 

La foto che compare sulla copertina del libro «Arctic emotion»

 

 

Mentre aspettiamo con ansia (e che altro si può fare, con le manifestazioni popolari destinate a restare inascoltate o a essere calpestate?), ci consoliamo sfogliando un libro che ci scalda le speranze. Pubblicato in Francia (Éditions Vilo), s’intitola Arctic Emotion e ne è autore Kyriakos Kaziras, un fotografo greco che ogni anno, da cinque anni, trascorre due mesi al Polo Nord.

 

 

Una famiglia di orsi

 

 

Queste foto ci fanno male perché sono «dolci», ci feriscono dolcemente mostrandoci il lato più bello, più tenero e più debole del regno dei ghiacci minacciato dal cambiamento climatico. Ci fanno ancora più male di quelle che mostrano orsi polari morenti o ridotti a pelle e ossa. «Penso che le foto con animali in atteggiamenti affettuosi, quasi umani, abbiano i loro vantaggi perché fermano lo sguardo e ci inducono a riflettere sulla necessità di mantenere in vita un mondo così bello e necessario, mentre le immagini scioccanti ci costringono a girare pagina, a distogliere lo sguardo e la mente» dice Kyriakos Kaziras. E precisa: «Certo ci colpiscono, ma non è detto che sortiscano sempre effetti positivi».

 

 

Un orso sulla banchisa

 

 

Dunque, chissà che queste foto, sugli orsi che giocano, oziano, si baciano non siano più efficaci, ai fini della loro salvaguardia, di quelle che li mostrano macilenti e quindi spacciati. Chissà che i villaggi investiti da tormente di neve non richiamino l’attenzione sugli Inuit, la popolazione invisibile la cui vita è dipesa per millenni dalla simbiosi con gli orsi e gli altri animali dell’Artico. Che sono tanti. «L’orso lo vedi perché è grosso e vive sulla banchisa, e sta lì per bisogno, per dare la caccia alle foche», spiega il fotografo. «Ma gli inuit hanno constatato che, a causa degli sconvolgimenti climatici, da parecchi anni la banchisa si forma sempre più tardi». Ed è una piattaforma sempre più instabile, chiazzata di buchi.

 

 

Anche gli orsi si baciano?

 

 

Il mare pullula di creature viventi e il cielo è gremito di uccelli, ma Kyriakos Kaziras è affezionato all’orso. E non solo perché gli altri animali sono un po’ meno «carini» e meno facili da ritrarre, protetti da un ambiente ostile che rende proibitivi i lunghi appostamenti.

«Sono molto affezionato all’orso polare», confessa Kyriakos Kaziras, «forse per una ragione che risale alla mia infanzia, per quell’orsacchiotto di peluche che mi regalarono i miei nonni: sì, l’orso è un animale che risveglia in me la nostalgia e che vedo in una luce poetica».

 

 

Un villaggio inuit

 

 

Durante i suoi viaggi nelle regioni artiche, Kaziras soggiorna sia a bordo di un battello, sia nelle case degli Inuit, nel nord dell’Alaska. «Solo queste popolazioni indigene sono quasi riuscite a domare l’Artico, vivendo in armonia con questo ambiente, anche se in un equilibrio precario e conducendo una vita molto dura, nella neve, al freddo e con l’oscurità assoluta, la notte, che dura più di tre mesi l’anno», ha scritto nel suo libro.

 

 

Un mondo che sta svanendo

 

 

«Il Mar Glaciale Artico è un mondo ostile e questa sua ostilità gli ha dato la possibilità di preservarsi», spiega Kyriakos Kaziras. «Questa conservazione, la protezione ambientale, diventa ogni giorno più difficile». Estrema dependance dell’oceano Atlantico, sulle cui acque si affacciano i lembi più settentrionali di Europa, Asia e America, il Mar Glaciale Artico è un labirinto di coste, isole e mari minori.

 

 

Il Mar Glaciale Artico

 

 

Con l'aumento della concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera terrestre e il conseguente fenomeno di riscaldamento globale sotto forma di effetto serra, a partire dal secolo scorso è iniziata la fusione dei ghiacci sia in volume che in estensione. Tra il 1979 e il 2006 la loro superficie si è ridotta del 25 per cento.

Ogni anno, si liquefanno in media 100 mila km quadrati di ghiaccio che non si riformeranno durante l'inverno. Nel 2009, un'équipe di scienziati utilizzando un moderno modello climatico e seguendo uno scenario di inquinamento medio ha stimato che entro il 2100 nel Mar Glaciale Artico non resterà ombra di ghiacciaio.

 

 

Vita artica

 

 

Per raccontare la vita artica in via di sparizione, Kyriakos Kaziras ha scelto il bianco e nero. Non solo per dare maggiore lucentezza a quelle distese immacolate che i colori bui e nebbiosi si stanno divorando, ma per farci condividere la sensazione onirica da lui vissuta al Polo Nord. I paesaggi che sembrano appartenere al mondo dei sogni appartengono in realtà a quello degli incubi. Urge risveglio.

 

 

Morte artica

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