Costa Concordia, le foto che non dovevate vedere

Il relitto della nave da crociera Costa Concordia, attraccato nel porto di Genova. Foto di Jonathan Danko Kielkowski. 11

 

 

Sono passati poco più di quattro anni da quel 13 gennaio 2012 in cui la nave da crociera Costa Concordia naufragò di fronte all'Isola del Giglio a causa del disastroso «inchino» ordinato dal suo sciagurato comandante Francesco Schettino. L'urto con gli scogli provocò allo scafo uno squarcio di circa 70 metri. Trentadue i morti. Il capitano, che l'11 febbraio dello scorso anno è stato condannato a sedici anni e un mese di carcere per omicidio colposo, ha fatto appello.

Nell'attesa di una nuova sentenza che faccia riaffiorare il naufragio sulle prime pagine dei giornali e nei talk show, il fotografo Jonathan Danko Kielkowski si è intrufolato nel relitto attraccato nel porto di Genova per essere rottamato e venduto a pezzi.

Sono immagini di una splendida fatiscenza che rivelano la pochezza, anche materiale, di un lusso più immaginario che reale. Il relitto della Costa Concordia con è quello del Titanic.

 

 

Il relitto della nave da crociera Costa Concordia, attraccato nel porto di Genova. Foto di Jonathan Danko Kielkowski. 6

 

 

Salire a bordo non è stato facile. Fermato e respinto dalla Guardia costiera una prima volta, l'ostinato fotografo ci ha riprovato due settimane dopo, la notte di una domenica in cui non c'era in giro nessuno. Ma sempre con la paura addosso di essere scoperto da un momento all'altro.

Ha caricato le sue apparecchiature su un gommone da bambini che poi ha spinto davanti a sé mentre nuotava per coprire la distanza di duecento metri che separa la nave dalla riva. Una volta a bordo pensava che sarebbe stato riacciuffato mentre aspettava l'alba per cominciare a lavorare. Ma dopo mezz'ora non si era fatto vivo nessuno. E neanche dopo un'ora. È rimasto fino al pomeriggio.

Le foto di Danko Kielkowski trasmettono molte informazioni che le autorità italiane e i boss del turismo organizzato avrebbero preferito tenere nascoste. Per questo si sono opposte alle sue richieste. O meglio, l'hanno tirata per le lunghe, com'è nelle migliori tradizioni nazionali, al punto da indurre il fotografo a prendere una scorciatoia, infischiandosene di divieti ed estenuanti procedure burocratiche senza esito.

Nelle sedie rovesciate, nella carrozzina per disabili calcificata dal fondale marino si percepisce il dramma dei naufraghi che abbandonano precipitosamente la scena del disastro per cercare scampo sulle scialuppe di salvataggio. Gli ordini scomposti, il pianto, le urla disperate. Persino il silenzio del terrore muto. Non c'è più festa attorno ai banconi dei bar, nelle sale concerto, nei saloni da ballo, ma l'odore pesante del panico che ristagna soprattutto negli ambienti chiusi, nelle cabine, nei corridoi stretti, nelle sale macchine, nelle cucine, come un atto d'accusa che non diventerà mai stantio. Un odore nauseabondo, una scena del delitto che si voleva far dimenticare e cancellare dalla memoria in nome di superiori interessi turistici. Che Jonathan Danko Kielkowski ha fatto bene a svelare.

 

 

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