Roma, Hiroshima all’Ara Pacis

Domon Ken, Allenamento degli allievi del corpo della Marina, 1936 Yokosuka

 

 

di Gaetano Vallini

 

Soprannominato Hōdōshashin no oni, letteralmente «il demone della fotografia di reportage», Domon Ken è considerato un maestro assoluto della fotografia giapponese e iniziatore della corrente del realismo. Con le sue opere ha scritto un capitolo fondamentale nella storia di questa arte nel Giappone del dopoguerra, divenendo un riferimento della produzione contemporanea. Nel suo Paese, a Sakata, c’è un grande e moderno museo a celebrarlo, dove è raccolta la sua vasta produzione. Ciononostante la sua opera è quasi sconosciuta in occidente. Ma oggi per la prima volta le fotografie di Domon Ken possono essere ammirate fuori dai confini del Giappone. L’occasione è la mostra a lui dedicata dal 27 maggio al 18 settembre 2016 al Museo dell’Ara Pacis di Roma: circa 150 fotografie, in bianco e nero e a colori, realizzate tra gli anni Venti e gli anni Settanta del secolo scorso, che raccontano il percorso di ricerca dell’artista verso il realismo sociale.

 

 

Domon Ken,  Bambini che fanno roteare gli ombrelli, 1937 circa dalla serie Bambini (Kodomotachi)

 

 

Dagli scatti iniziali, prima e durante la seconda guerra mondiale, che mostrano la visione legata al fotogiornalismo e alla fotografia di propaganda, passando dalla fotografia di ambito sociale, la mostra ripercorre la produzione di Domon Ken (1909 – 1990) fino all’opera chiave, che documenta la tragedia di Hiroshima, alla quale il fotografo si dedica quasi rispondendo a un dovere umanitario. Nella rassegna romana — curata da Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’arte dell’Asia orientale all’università di Milano, e dal Takeshi Fujimori, direttore artistico del Ken Domon Museum of Photography — ci sono solo una dozzina di scatti tratti dalla serie su Hiroshima. Ma sono immagini che lasciano il segno.

 

 

Domon Ken, La morte di Keiji, 1957 dalla serie Hiroshima

 

 

È un momento cruciale della vita del fotografo, che arriva a Hiroshima per la prima volta il 27 luglio 1957. Da allora e fino a novembre vi torna sei volte, producendo oltre 7.800 negativi. Si rende conto che fino ad allora ha ignorato, o forse temuto, ciò che Hiroshima ha realmente significato. Fotografa luoghi e persone colpite direttamente e indirettamente, registrando freddamente, ma con le lacrime agli occhi, i danni materiali, le lesioni fisiche, le cicatrici, le deformazioni, le operazioni chirurgiche. Ma anche il timido ritorno dei sopravvissuti alla vita.

L’opera, del 1958, richiama nuovamente l’attenzione del mondo sulle ferite profonde ma già quasi dimenticate di quell’ecatombe. Ma in patria, dove Hiroshima e Nagasaki sono vissute come una vergogna, pone il fotografo al centro di aspre critiche che, tuttavia, non riescono a minare la sua incrollabile volontà di rappresentare la realtà. In un articolo comparso sulla rivista «Shinchō» nel 1977 si schiera al suo fianco il premio Nobel Kenzaburō Ōe, che definisce il volume Hiroshima come la prima opera d’arte moderna del Giappone, affrontando il tema dell’atomica parlando dei vivi invece che dei morti.

 

 

Domon Ken, Hiroshima, bagno nel fiume davanti all'edificio simbolo del bombardamento americano, 1957

 

 

Ma se questi scatti sono quelli di maggiore impatto emotivo, la mostra offre uno spaccato davvero suggestivo del percorso artistico di Domon Ken. Formatosi nello studio più all’avanguardia degli anni Trenta, il Nippon Kōbō, lavora dapprima come fotoreporter, rispondendo alla domanda propagandistica e di promozione culturale del Paese via via che i venti di guerra soffiano più insistenti. Il suo primo reportage è sul tradizionale festival Shichigosan durante la presentazione dei bambini al santuario Meiji Jingu. A questo seguono altri che presentano l’artigianato, le tradizioni, l’avanzamento industriale e militare e il lato progressista del Giappone che negli anni Trenta si muove in direzione sempre più nazionalistica.

 

 

Domon Ken, Sorelline orfane, Rumie e Sayuri 1959 dalla serie I bambini di Chikuhō (Chikuhō no kodomotachi)

 

 

Ma proprio alla vigilia del conflitto decide di lasciare il fotogiornalismo per dedicarsi alla cultura e alla classicità, in particolare al teatro di burattini Bunraku e soprattutto agli antichi templi buddisti, che inizia a visitare in una sorta di pellegrinaggio che durerà tutta la vita ed è raccontato nei cinque volumi di Kojijunrei, considerato il suo capolavoro. In seguito, si dedica quasi ossessivamente alla documentazione dei miseri villaggi di minatori nell’isola di Kyūshū e dei quartieri poveri di Tōkyō. E lo fa soprattutto fotografando bambini, che diventano uno dei soggetti privilegiati del suo obiettivo. Il risultato sono fotografie che catturano la vitalità dei piccoli che giocano nelle strade di Chikuhō e nei vicoli del quartiere Kōtō con uno sguardo colmo di tenerezza in cui si coglie la povertà del presente ma anche la fiducia nel futuro.

 

 

Domon Ken, Pescatrici di perle (ama san), 1948

 

 

Non manca una sezione dedicata ai ritratti, scatti attraverso i quali il fotografo rende testimonianza di un’epoca cruciale del Giappone, con volti di personaggi famosi del mondo dell’arte, della letteratura, della cultura, della scienza, da Yukio Mishima a Jun’ichirō Tanizaki, da Tarō Okamoto a Yūsaku Kamekura.

Domon Ken sostiene che «la dote fondamentale di un’opera di qualità sta nella connessione diretta tra la macchina fotografica e il soggetto». Ed egli è sempre alla ricerca di una immagine del tutto realistica, priva di drammaticità. La sua fotografia realista, in contrapposizione al filone artistico, è una risposta alla situazione disastrosa in cui versa il Paese. Sullo sfondo dello spirito rinfrancato del dopoguerra, la sua fotografia diventa così una registrazione della vita quotidiana e della città che si trasforma e si occidentalizza, con un’attenzione sempre più forte ai temi sociali. Una fotografia che cerca un punto d’unione tra tradizione e realismo, trovandolo nei destini delle persone, nella rabbia, nella tristezza e nella gioia del suo popolo.

 

 

Domon Ken Kuga Yoshiko (attrice) e Ozu Yasujirō (regista), 1958

 

 

«Domon fotografava solo ciò che amava. Lui aveva una spiegazione per la sua solida estetica: il suo sogno iniziale era stato diventare pittore e quindi aveva fame di tutto ciò che è bello, e ciò che è bello deve anche essere forte» Takeshi Fujimori in uno dei saggi contenuti nel catalogo della mostra (Milano, 2016, Skira, pagine 184, euro 39). «Scattare fotografie — aggiunge — era il mezzo con cui Domon esprimeva se stesso: fotografare significava vivere. A noi non ha mai voluto dare alcun insegnamento a parole, ci costringeva a “rubare” l’arte attraverso l’osservazione».

Dopo aver visitato la mostra su Domon Ken — inserita tra le iniziative per il centocinquantesimo anniversario del primo Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone — si ha l’impressione di aver compiuto un suggestivo viaggio nella misteriosa bellezza del paese del Sol Levante, di essere entrati in contatto, sia pure senza comprenderlo, con lo spirito del suo tenace popolo e con il fascino di una tradizione antica eppure ancora viva. (L'Osservatore Romano, 28 maggio 2016)

 

 

Domon Ken, Autoritratto, 1958 pubblicato sul numero di novembre della rivista Sankei Camera

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