Eritrea, la nostra Africa

Asmara al tramonto

 

Testo e foto di Paolo Pernigotti

L'Italia che non c'è più è lì. Impolverata dal tempo, sbiadita dal sole, ammaccata dalle avversità, ma per tutto ciò ancor più vera, come una vecchia pellicola neorealista dimenticata chissà dove. In bianco e nero, i due mondi che lì si sono incontrati, un secolo fa,  per non lasciarsi più.

L'Eritrea è un tempo ritrovato. Non è un altrove, è un allora. I cinema si chiamano Impero, Roma, Odeon; al Caffè Moderno, che ha novant'anni, i manifesti pubblicizzano Marsala e Digestivo Carciofo. Il Cynar deve ancora arrivare, come il logorio della vita moderna. Per strada gli anziani salutano chi ha la faccia da italiano con un «voi» di vecchia sudditanza, e un sorriso di rinnovata giovinezza. Siamo, nonostante tutto, i loro bei tempi.

L'Asmara racconta ovunque di noi. L'architettura è una vetrina del bello che sapevamo fare, di pomposi sogni imperiali e di una piccola provincia trasferita lì con i suoi tic. I marciapiedi hanno ancora le piastrelle a quadrettini, gli alberi una fascia di vernice bianca come catarifrangente, e c’è una vetrina che propone plaid Lanerossi per le fresche notti a 2400 della capitale: ultime occasioni. Passeggiare è un ritrovare e un ritrovarsi per chi c'era, una lezione di storia viva per chi è venuto poi.

C'è anche il traffico rado e silenzioso del nostro dopoguerra, in questo Paese che cerca un dopo alle sue guerre. Nelle strade circolano inconsapevoli cimeli d'auto storiche, Fiat 600 dai colori fuori serie sono banchi di scuola guida per i pochi giovani che possono, autobus con lo snodo a fisarmonica portano le insegne dell'Azienda tranviaria milanese, gloriosi camion 692 rombano come nuovi: cinquant'anni di rattoppi non li hanno neppure stonati. E biciclette, tante biciclette. Mancano solo i ladri, nel vecchio film: la legge, da queste parti, non indossa il guanto di velluto.

Il viale alberato che attraversa la città racconta una Storia movimentata: è stato corso Italia, corso Mussolini, corso Regina Elisabetta, corso Hailé Selassié... Oggi si chiama Liberation Avenue, che va sempre. Confidenzialmente, Harnet. È la via dello struscio, dei tavolini all'aperto, del grande Teatro Asmara dove qualcuno ricorda ancora Rascel e le gambe delle sue ballerine, è la via dei festosi convenevoli. La città ha quattrocentomila abitanti che si conoscono tutti, e il saluto non è un ciao, ma una mossa fra rugby americano e borseggio napoletano: ci si stringe la mano, seguono tre spallate a destra e sinistra, mentre l'altra mano sembra frugare nelle tasche dell'amico. Col tempo si impara.

Su Liberation Avenue sei frati cappuccini animano con lieta energia la vita della cattedrale, Nostra Signora del Rosario, neogotico lombardo del ‘22, e una cittadella intorno fatta di scuole, collegio, tipografia e cinema. Cinema Dante. Poco lontana e poco frequentata, la vecchia sinagoga, molta più gente invece nella vicina moschea di Al Khulafa, architettura italiana del '37. Chiese e moschee sono pari: 26 a 26. Ma Asmara è cristiana, la città islamica è Massaua. Cristiana copta. Una distesa di veli bianchi attende l'alba, ogni giorno, sul sagrato di Nda Mariam, la cattedrale ortodossa, altra firma italiana del 1913. C' è un ingresso per gli uomini, uno per le donne, e come in una moschea gli uomini devono entrare scalzi. Crocifisso o Maometto, il galateo è simile fra vicini di chiesa.

 

Caffè e vecchi gagà all'italiana nel centro di Asmara

 

Brava gente gli italiani, paterni coloni, ma ciascuno al posto suo. Così Liberation Avenue fissava i paletti: di qua il quartiere dei villini, notabili e parastato, di là il mondo degli indigeni. Ed è nel secondo che palpita il cuore della città, con il grande mercato coperto delle granaglie, della frutta e della verdura, dei teli stesi per terra con quello che passa l'orto, delle corriere sfondate che arrivano dalle campagne - sempre e solo posti in piedi - degli asinelli in mezzo alla strada, delle capre al guinzaglio, degli scugnizzi dai riccioli di lana, delle grida, dei profumi, del tirare avanti giorno dopo giorno. Dei colori squillanti di quest’Africa alta come il Pordoi.

Medeber: qui tutto si crea e nulla si distrugge. È il vecchio caravanserraglio, ai confini delle bancarelle: centinaia di minuscole officine strette l'una all'altra, cinquemila tute al lavoro, altrettanti martelli che battono all'unisono. Si ripara, si ricicla, s'inventa. Entra una stufa rotta, esce una pentola. O viceversa. Un viavai di gente che porta e prende, uno scampanio di ferri senza tregua, facce nere di sole e di morchia, lucide di sudore. La fucina di Vulcano. Ma un suo angolo è silenzioso e inaspettato. C'è una nebbiolina rossa nell'aria, tante porticine in fila lungo un muro di cinta, mucchi di sacchi ovunque. Lì nasce il berberé, gloria nazionale, condimento d’ogni piatto, lì si macinano i peperoncini di queste parti. Il piccante entra negli occhi forestieri, nel naso, nella gola, ed è subito un tossire e lacrimare. Le ragazze alle macine invece ridono belle, loro la respirano ogni giorno quell'aria irrespirabile, neppure se ne accorgono. Una dorme su un sacco e sembra sorridere, mentre scende su di lei una cipria rossa: chissà cosa si sogna in quella nuvola...

Asmara è a 2400, ma per godersela tutta in un colpo bisogna salire ancora un po'. Sul campanile della cattedrale, se il sagrestano ha voglia di dare la chiave e il visitatore di farsi 165 gradini, oppure sulla collina di Chrit.  C'è un bar a forma di fungo panoramico e la città ai propri piedi da ogni parte. Poco lontana, un'altra collina di terra rossa come il Bereberé, Haz Haz, il quartiere dei tucul. Ma non chiamateli così: incontreresti solo sguardi perplessi e divertiti. Lì li chiamano agdo, e ci vivono ancora. Hanno la forma di una capanna circolare in muratura, ancora qualche traccia di intonaco azzurro, con il tetto un tempo di paglia e oggi di lamiera. È facile essere invitati a entrare. Li abitavano gli ascari, erano il premio alla loro fedeltà di combattenti sotto il tricolore, oggi li abitano i pochi sopravvissuti o i loro figli. In pochi metri tondi ci stanno anche quattro o cinque ambienti. Poco più che loculi, ma chi ci abita ne è orgoglioso: quella capanna è una medaglia. Di più non hanno avuto.

 

Un tucul nel vecchio quartiere degli ascari

 

L'altro versante di Liberation Avenue sono le colline residenziali dei conquistatori, il quartiere dei villini. Le bouganvillee in giardino erano le mostrine di chi ci abitava. Dove vivevano gli alti gradi oggi abitano le ambasciate, ed è ancora così: più bouganvillee, più il Paese conta. Villa Roma, rappresentanza italiana, è fra le più belle, ma è diritto acquisito.

Ad Asmara non solo gli anziani parlano la nostra lingua: seicento ragazzi frequentano le scuole italiane, sparse nella zona residenziale. Un'ottantina i loro insegnanti, che è facile incontrare alla Casa degli italiani, magari davanti a un’aragosta. Perché quelli all’estero sono gli unici insegnanti italiani ben pagati, lamentano i loro colleghi stanziali. Ma anche perché un pranzo medio, in Eritrea, non costa più di dieci euro, al cambio ufficiale. Cinque a quello nero.

La Casa degli italiani è un'istituzione: nostalgico e orgoglioso circolo privato, ha un'emeroteca dove arrivano stagionati quotidiani italiani e il mensile L'Alpino, una saletta dove proiettare Montalbano o Verdone in dvd, qualche biliardo dal panno rosso, gli Azzurri in festa sulle pareti, e un ristorante aperto a tutti che è il più pregiato della città, con spaghetti ai gamberi da sconfiggere qualsiasi nostalgia e i tavolini quadrettati all'ombra di due palme a lungo fusto. Le ha piantate Jesus Cuvrom, barba bianca e occhi grigi. È lì da quando ha lasciato le sue capre, a diciott'anni. Oggi ne ha piu di ottanta. È il custode. Il piantone, precisa con aria militaresca. È anche prete ortodosso: la Casa degli italiani è la sua parrocchia.

Ma c’è un’altra, più mesta casa degli italiani, alla periferia sud ovest: il grande camposanto di chi ha fatto quest’Africa a nostra somiglianza. Le tombe di famiglia non hanno bouganvillee, ma anche qui si capisce chi in Eritrea aveva trovato un po' d'America e chi no. Le croci dei soldati, invece, sono tutte uguali, le tiene in riga il loro generale. Per quasi tutti la data di morte è il '38, quella della nascita mai abbastanza lontana da consolare. A due passi un altro cimitero: Kagnew Station, una montagna di rottami arrugginiti in un grande campo, cataste di carri armati, autoblindo, cannoni, jeep, alte fino a sette, otto  metri e lunghe oltre un centinaio, l'una accanto all'altra. È orgoglioso bottino di guerra. Un monumento alla vittoria sugli Etiopi, alla liberazione, ai Caduti.

 

Periferia di Asmara

 

C’è un albero in Eritrea più famoso di una star: è un sicomoro, campeggia sui biglietti da cinque nakfa, dieci centesimi di euro, ed è un simbolo del Paese. Esiste realmente: a Segheneiti, una cinquantina di chilometri da Asmara, sulla strada per l’Etiopia costruita dagli italiani nel 1903. È millenario e sotto i suoi rami, che si aprono in un raggio di trentacinque metri, contorti come radici capovolte, possono starci 1500 persone. Altri ce ne sono nei pressi, da ammirare, quasi altrettanto spettacolari e solenni, ma non è solo la Valle dei sicomori a giustificare un’escursione nella regione a sud della capitale. Proseguendo per un’altra settantina di chilometri, sempre in quota, si arriva infatti a Kohaito, dove reperti del primo millennio avanti Cristo raccontano la storia più antica dell’Eritrea: incisioni rupestri, una stele, una tomba, colonne dell’epoca axumita e preaxumita. Dove il picco più alto del Paese, l’Amba Soira, dai suoi tremila metri offre una vertiginosa veduta delle vallate sottostanti, un volo dello sguardo che si perde fra nebbie lontane.

Due strade partono invece da Asmara verso est, direzione Massaua: una lenta e spettacolare, tornanti d'alta quota, strapiombi e corone d'altri monti all'orizzonte; l'altra, più frequentata e veloce, che segue per un tratto la vecchia ferrovia e ha intorno colline terrazzate a perdita d'occhio. Si congiungono a una trentina di chilometri da Massaua, a Gahtelai, un villaggio che è stazione di posta per un tè, un caffé o una preghiera in moschea. Poche auto e pochi camion, ma molto traffico: capre, mucche, asinelli, dromedari. E pastori che sembrano cristi in croce: diritti e sottili, un lungo bastone appoggiato sulle spalle, dietro al collo, le braccia appese e penzoloni. Ogni tanto qualche impala taglia la strada, o un branco di scimmie dal sedere pelato. Ogni tanto un villaggio lontano, case che sembrano mucchi di pietra, solo qualche panno steso a distinguerlo dalla montagna. Ogni tanto, in mezzo alla strada, una distesa di dagusa, il cereale con cui si fa la birra eritrea. Non si è rovesciato un carro: lo trebbiano così, facendoci passare sopra il traffico di passaggio.

 

Palazzi del periodo coloniale a Massaua

 

Massaua è il fantasma di una principessa. E prima di lei si incontra la sua corte. Una corte dei miracoli, una periferia di catapecchie fatte di latta, con i tetti di latta, sotto un sole che arriva anche a 40. Eppure sorridono festose, salutando la macchina che passa con le nostre facce bianche, le ragazze più belle d'Africa, e ridono fra loro mentre lavano in un mastello i veli colorati come per una festa che non finisce mai.

Poi un chilometro di ponte sul mare introduce a corte. I fantasmi sono bianchi, e a Massaua il bianco dona sullo sfondo azzurro. La principessa dorme, le strade della città vecchia sono vuote e silenziose, le case sembrano disabitate, come se la grazia ferita della città non potesse più reggere il peso e i rumori della vita. Ma i terremoti e le bombe che l'hanno martoriata hanno perso la battaglia: la caducità ha reso più preziosi i suoi tesori. Massaua ha sangue antico, ottomano e veneziano. È arabo il suo labirinto di vicoli, angoli sapienti che spremono il vento di mare per dare refrigerio, sono arabi gli stretti portici, i balconcini di legno intarsiato. Su altre facciate, invece, si aprono finestre rubate al Canal Grande, e ricami Liberty impreziosiscono gli occhi vuoti della scheletrita Banca d'Italia.

La bella addormentata si sveglia di notte. L'hotel Torino accende la sua insegna tricolore e riempie la terrazza all'ultimo piano di musica e di balli, saracinesche nascoste svelano poveri bar e inondano la strada di luci rosse e soffuse, come la polvere del berberé. Anche qui, come al caravanserraglio, ci sono ragazze dentro. E qualche marinaio, qualche turista solo. Case in brandelli mettono fuori tavoli, tovaglie e profumi di mare a fuoco lento. I bambini giocano con palloni di pezza nelle strade senz'auto. Solo qualche Ape-taxi giallo con pezzi di cancello per portiera. Anche quello Liberty italiano.

Davanti a Massaua ci sono duecento isole coralline: le Dahlak, un paradiso che attende. C’è un caicco da crociera, uno solo, per chi riesce a prenotarlo, c’è qualche sambuco per chi è disposto a dormire in tenda sulle spiagge, e c’è un albergo a metà, nient’altro. L’albergo sta lentamente crescendo sull’isola di Dissei, una delle tre o quattro abitate: centoventi persone, sette dromedari, cinque asinelli, capre non pervenuto. Il resto è un mondo vergine di trasparenze, coralli, spiagge bianche, bassopiani di acacie. È il futuro turistico del Mar Rosso. È un presente  da cogliere in fretta.

 

                        FERROVIA MASSAUA-ASMARA

 

Il vecchio treno italiano

La vernice è stinta, ma la scritta sul muro, lungo i binari, si legge ancora: W l’Italia. E, per una volta, ce lo meritiamo: la ferrovia Massaua-Asmara è stata, è un capolavoro del genio italico. Dal mare a quota 2400, centoventi chilometri di binari serpeggianti su strapiombi da vertigini, un servizio quotidiano di linea dalla rinomata puntualità littoria. Era il 1911. Era un secolo fa. Poi le guerre, le invasioni, i soldi che non c’erano più. Oggi i binari ci sono ancora, la locomotiva è funzionante come allora, ma si mette in moto solo per qualche gruppo di turisti che la prenota. Un revival nostalgico. Eppure, forse è un nuovo inizio: il progetto c’è, e anche qualcosa di più, per riportare a vera vita la ferrovia più bella del mondo. Un progetto italiano. Chissà, forse la scritta sul muro, meriterà un restauro.

 

                                 ARCHITETTURA ITALIANA AD ASMARA

 

Stile italiano del periodo coloniale

Decò, Razionalismo, Futurismo, Bauhaus, Funzionalismo, Cubismo… Agli architetti italiani era stato chiesto: disegnate la città del futuro. Loro l’hanno fatto, e quel futuro oggi è un passato mirabile. Tutta Asmara è stata laboratorio d’inventiva e talento, ogni suo angolo lo rivela, ma alcuni edifici in particolare ne fanno un irripetibile museo d’architettura: la futurista Fiat Tagliero, stazione di servizio dalle grandi ali leggere, il Cinema Impero, stile espressionista, con il tetto che si apriva nelle serate calde, il Bar Zilli, con la sua prua rotonda e gli oblò da piroscafo, e poi le linee cubiste di Villa Africa e quelle minimaliste del Palazzo del Fascio, firmato da Giuseppe Terragni, il cinema Odeon,  l’azienda tessile Barattolo, rinata per la passione dell’ imprenditore bergamasco Giancarlo Zambaiti, l’albergo Hamasien, l’Expo…  Insomma, Asmara.

 

Viaggio organizzato da Azalai e dall'Ambasciata eritrea a Roma

 

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4 responses

  1. Sono stata un mese in eritrea ,sono stata alle Dalak tre giorni in caicco .E stato uno dei viaggi più belli in assoluto della mia vita.Ad Asmara ce davvero un'Italia gemella impoverita ma si apprezza e si capisce la grandiosità degli italiani.A tutti gli italiani consiglio di andare a visitarla e una esperienza unica.
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