Polinesia, oltre l’ultimo orizzonte

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

S'incontrano uomini strani in Polinesia. Hanno la pelle bianca, sguardi sorridenti e  passo leggero. Si assomigliano tutti, e la pronuncia, oltre al colore della pelle,  tradisce radici lontane: molti sono francesi, qualcuno è tedesco, c'è qualche inglese, qualche italiano. La Polinesia è la loro Legione straniera: un ricominciare, una vita diversa, una ritrovata verginità, una luce nuova. Non importa cosa fanno. Lo fanno lì: agli antipodi del pianeta, in un altro modo e in un altro mondo, una terra sospesa dove tutto è lieve, anche i pensieri. E tutto è profumato, anche le emozioni: profumo di tiaré, la gardenia bianca bandiera dell'arcipelago.

Serve un giorno e mezzo per arrivarci, ma è giusto così, anche il tempo deve segnare la totale distanza. E il tempo – come i suoi ritmi – è capovolto: mezzanotte qui, mezzogiorno là. A testa in giù. La Terra, il cielo e il sentire la vita. La via più breve per arrivarci sarebbe un tunnel lungo il centro della Terra, ma ci vorrebbe una bella mira per sbucare giusti giusti: scovare la Polinesia francese su un mappamondo non è facile, centodiciotto briciole, fra isole e atolli, sparse in mezzo al Pacifico in un'area vasta come l'Europa, resti affioranti di un' Atlantide preistorica.

Milano, Parigi, Los Angeles, infine Tahiti: il Jumbo prende fiato più d'una volta per arrivare. L'atterraggio a Papeete è preannunciato da un mare, al finestrino, che spalanca improvvisi squarci di luce chiara dopo nove ore di volo su un profondo blu. Sono le prime barriere coralline, speroni taglienti e lagune pacifiche, creste boccheggianti di vulcani sommersi.

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Il bagaglio è ancora sul nastro che già qualcuno vi prende al laccio con una corona di fiori e un sorriso di benvenuto; sul taxi il cruscotto è una serra di colori, come la festosa camicia dell'autista, e dallo specchietto scende – simile a un rosario, qui dove i fiori sono una religione – una ghirlanda di tiaré freschi. Ogni donna porta vezzosamente la gardenia dietro a un orecchio: a sinistra se è sposata, a destra se è libera, ma a scanso di equivoci meglio tenere a mente che la regola è elastica. Se il fiore nazionale ha più di sette petali porta fortuna, dicono. Come un quadrifoglio nostrano.

Papeete è la metropoli, una capitale di ventisettemila abitanti ma con i suoi rispettabili ingorghi nelle ore di punta: le sei del mattino, quando la gente va a lavorare, e le cinque di sera, quando torna a casa. Perché, a complicarci le già dodici ore di fuso differente, i polinesiani hanno giornate che cominciano prima dell'alba e finiscono a merenda, un fuso tutto loro che non conosce movida, se non quattro passi sul lungoporto, dopo cena, quando vecchie roulotte aprono i battenti, mettono fuori i tavolini, offrono birra locale e succo di papaya, c'è chi strimpella una chitarrina, i vecchi giocano a domino, i ragazzi smorosano sotto un albero e le gardenie bianche, puntuali come ogni sera, si aprono riempiendo l'aria di profumo.

Tahiti è un'isola strozzata in due. O due isole unite da un peduncolo. La più grande si chiama Tahiti Nui, che vuol dire Grande Tahiti, la più piccola si chiama Tahiti Iti, che vuol dire... avete indovinato:  Piccola Tahiti. Prenderete poche cartoline: l'isola non è spiagge bianche e trasparenze da depliant. Il monte che la domina dai suoi 2240 metri sempre rabbuiati di nuvole è un vulcano e nei millenni ha asfaltato di lava nera i pendii fino al mare. Fin dentro il mare. Anche se la barriera corallina forma lagune quiete dove è ugualmente bello ritemprarsi a mollo dopo il lungo volo, prima di ripartire per altre isole dei dintorni.

Perché Tahiti è, immancabilmente, solo il tempo di uno scalo, una, due notti al massimo, ma uno scalo prezioso per scoprire la Polinesia più vera, quella delle sue tradizioni e della sua gente. La si incontra per le strade affollate di musica e di colori, fra banchetti di gamberi d'acqua dolce e strimpellamenti di ukulele, la chitarrina hawaiana a quattro corde, fra vecchi pescatori assonnati e sculettanti rae rae. Altri uomini strani, in Polinesia. Strani come uomini. Si dice che in quasi tutte le famiglie ce ne sia uno. Di solito, chissà perché, è il quinto figlio maschio: per tradizione e per necessità, lo si educa ai lavori di casa come una brava donnina. E una donnina diventa. Sono tanti, nessuno in Polinesia li guarda strano. Qualche rae rae si veste da donna, altri restano a mezza via, il mondo del turismo è il loro palcoscenico gentile.

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Meno femminili sono le donne. Scordatevi le ragazze di Gauguin. Il pittore si era scelto una quattordicenne e la tradiva con una un po' più giovane. Licenze d'artista. Mentre gli ammutinati del Bounty venivano da mesi d'astinenza: il loro entusiasmo non fa testo. In realtà, l'altra metà dell'arcipelago ha silhouette che sanno di McDonald più che di tamurè, spalle tarchiate, polpacci da bomber e mascelle volitive, pur addolcite da sguardi soavi e voci che sono serenate. Certo, c'è anche il tiaré dai sette petali, e allora si comprende perché Marlon Brando qui comprò addirittura un'isola per stare più vicino alla sua bella, bellissima Tarita. Ma è un fiore raro, si sa. Come un quadrifoglio.

Il vecchio mercato coperto di Papeete è la vetrina dell'isola: ci sono i pareo, le perle e gli oli miracolosi, ma ci sono soprattutto le facce, i sorrisi. Sorrisi gratis, non chiedono niente in cambio. Hanno già il paradiso, cos'altro possono pretendere? Il mercato è lì da 250 anni, ma dell'originale è rimasto poco, fra tifoni dal cielo e cannonate dal mare. Quasi tutto è stato ricostruito trent'anni fa. Al pianoterra è pesce, frutta e verdura dalle forme e i colori insospettabili. Poi oli balsamici d'ogni genere che guariscono ogni dolore. Ce n'è per tutti i guasti: la base è il cocco, la differenza la fanno i fiori aggiunti e quei grani di spezie che sono l'imprescindibile goccio d'angostura. Al piano di sopra, invece, c'è di che stipare le valigie per il ritorno: perle e pareo, innanzitutto, che di più polinesiano non c'è niente, e poi vimini intrecciato, conchiglie, legni intagliati e tapa, una stoffa ricavata dalla corteccia dell'albero del pane con cui si confeziona tutto.

Il pareo giusto è facile da scegliere: basta guardare l'etichetta e lasciar perdere i «made in Indonesia» o made altrove. Per scegliere le perle, invece, meglio affidarsi ad una guida. E come scegliere la guida? A Papeete c'è un italiano che una vita nuova l'ha cercata quando l'altra era appena usata: è arrivato in Polinesia che aveva 22 anni. Giulio Grasso faceva il paracadutista nella Folgore e un giorno ha sentito che aveva bisogno di più azzurro di quel cielo intorno. Era quattro anni fa. Ora fa la guida e, con il gusto di condividere ogni giorno la bellezza di Tahiti, porta in giro i turisti, sa tutto dell'isola, sa anche consigliare la perla giusta, e ha già quel certo sguardo trasparente, quel sorriso avvolgente di chi ha trovato la sua vita. Il passo leggero - dice - ce l'aveva già, per saltare dai C130 senza azzopparsi.

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Una strada - «la» strada, perché è l'unica dell'isola – corre lungo la costa disegnando un «otto» sulla carta geografica. Nessuno sorpassa, i clacson forse non sono neppure in dotazione, sul ciglio vagano i soliti cani magri e randagi di ogni Tropico, ma la differenza è che questi scodinzolano. Le bici hanno manubri a corna di zebù: si appoggiano i gomiti, mentre si pedala, e si pensa ai fatti propri, a quanto è bello stare al mondo fuori dal mondo. Si attraversano villaggi di pescatori dalle leggere case di latta e i cortili pieni di bambini, si incontrano grotte, cascate e sorgenti, tracce di antichi templi, come il marae Arahurahu sulla costa occidentale, o il grande Mahaiatea su quella meridionale, dedicati all'affollato e litigioso olimpo degli dei polinesiani, si incrociano piste sterrate che portano verso l'interno montuoso e rigoglioso di verde, strade che presto diventano sentieri e rampano verso insospettabili malghe dove trascorrere la notte e svegliarsi in un'alba da capogiro, nel rosa, nel verde e nel blu.

La corniche costeggia baie quiete, come Pont Venus e Pira'e, e acque da rodeo dove la barriera corallina si interrompe e il mare non ha freni, per la gioia degli appassionati di surf. Chi è alle prime tavole può divertirsi di fronte a Papenoo, sulla costa nord; per un giorno da leoni ci sono Papara, Taapuna e Vairao.

Le parole sono dolci di vocali come è dolce la vita da queste parti, e scivolose come una tavola da surf: le isole si chiamano Hao, Hae, Malao, Toau. Suoni morbidi, nomi che infondono pace e serenità, altri invece appartengono al mito. Bora Bora: basta la parola. Che sia davvero bella – e la è – viene dopo. È il sogno di una vita di sogno, il viaggio di nozze, il viaggio della vita. Da Tahiti si arriva in un'ora di turboelica: i posti non si prenotano e sulla scaletta c'è la calca per guadagnarsi il finestrino. La rotta passa sopra Mo'orea, Ra'iatea e altri paradisi sparsi che dall'alto danno il meglio di sé.

All'atterraggio aspettano le barche: più è stellato l'albergo, più elevata è la stazza. Da quattro stelle in su la navetta è uno yacht. I resort sono sulla barriera che circonda l'isola e delimita la laguna, su propaggini sabbiose, coperte di palme e mangrovie, chiamate motu. Ci sono villini a palafitta sul mare, dove c'è un grande oblò sul pavimento. È il più strabiliante degli acquari: sotto passa di tutto, dagli squali pinna nera – garantiti innocui – alle mante giganti. Altro che tv. Poi terrazzino e mare privato. È come andare in cantina: si scende la scaletta e pluff. Ricordarsi il numero al ritorno, per non finire sgocciolanti in camera d'altri.

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In barca si fa il giro dell'isola e si raggiungono i posti che il marinaio sa, dove l'acqua è di vetro, il corallo più colorato, i pesci più socievoli, e si fa uno snorkling da non credere alla propria maschera. Oppure si va nel capoluogo a caccia di perle. A pescarle ci hanno già pensato ragazzotti muscolosi che hanno camere d'aria al posto dei polmoni. Dal produttore al consumatore, dall'ostrica al turista: i negozi hanno quasi tutti il laboratorio annesso ed è affascinante assistere al «parto», la delicata estrazione della perla dalle valve socchiuse, quindi alla sua lavorazione. Poi, quando la si è vista nascere, con che cuore la si lascia lì?

Anche Bora Bora ha i suoi monti: tre denti aguzzi che sembrano attoniti e stupiti di trovarsi lì, fra tanto mare. E chi di tanto mare non è pago può cimentarsi in un'escursione che, in cinque ore di buona arrampicata, porta alla vetta più alta, il monte Pahia. Una vetta di 661 metri, ma che lì fa la sua figura.

Oppure scoprire che la guerra è arrivata anche lì, dove sembra più assurda. Anzi da lì è partita: una base costruita dagli americani a Bora Bora fornì infatti ai giapponesi il pretesto per bombardare Pearl Harbor, nel 1941. Con tutto ciò che ne seguì. Di quegli anni sono rimasti, stretti fra alberi del pane e palme da cocco, alcuni cannoni puntati verso chissà più chi.

Non tutte le barriere vengono con l'isola. E l'isola che non c'è è qui: si chiama Rangiroa, nell'arcipelago delle Tuamotu. È un buco nell'acqua, un mare nel mare, un atollo vuoto, è la laguna più grande del pianeta, un anello di corallo a pelo d'acqua lungo duecento chilometri e largo mai più di trecento metri, trincea alle furie del Pacifico, a difesa del nulla se non di una quiete azzurra e serena. Su quel cerchio, una zattera ancorata agli abissi dell'oceano e ogni notte spazzata dai suoi venti, abitano tremila persone e ci sono tre o quattro alberghi per chi voglia sperimentare l'irresistibile leggerezza di un naufragio dal mondo e sappia poi portarne il segno indelebile.

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L'anello è un'ellissi: centoventi chilometri di lunghezza - ma solo dodici percorsi da una strada, il resto è solo sabbia e corallo, palme e mangrovie - centosettantacinque chilometri il diametro maggiore, venticinque il più corto. E ha due soli varchi fra laguna e mare aperto - Avatoru e Tiputa – dove le acque si mescolano e ribollono, i delfini giocano con le barche dei turisti e qualche balena si domanda se c'è spazio per passare. Laguna verde, Laguna blu, Sabbie rosa: ogni colore una meta per le escursioni in barca. Ma le tinte sono altre e ovunque, sopra e sotto l'acqua, come le forme disegnate dai venti e dalle correnti. Tutto è luce, colori e trasparenze. L'orizzonte che fa da corona alla laguna ha il bianco delle spiagge, il verde della vegetazione, il blu dell'Oceano alle spalle.

Sulla striscia sottile, rare capanne di pescatori, qualcuna con due letti in più per i turisti più randagi, e l'apparizione strabiliante di un vigneto. Undici ettari coltivati da un avventuroso pioniere, Dominique Auroy, e una produzione di cinquantamila preziose bottiglie l'anno, fra bianco e rosso. La vendemmia si fa in barca, il vino ha un piacevole retrogusto amaro, sa di corallo, dicono. Il bianco ha tredici gradi e mezzo. La dose giusta è due bicchieri: quel tanto da far traballare un po' l'orizzonte. Allora l'atollo molla gli ormeggi, la zattera ondeggia sotto i nostri piedi, siamo soli, nel mare e nel vento.

Fra i «legionari» in Polinesia, anche a Rangiroa c'è un italiano. Viene da San Daniele: poteva fare l'artista in mezzo ai prosciutti? E allora è venuto qui a dipingere, sulle orme di Gauguin, anche se c'è più Dalì nelle sue tele. Ma, ogni giorno che passa, c'è anche una pennellata d'azzurro in più: quei due mari e quel cielo lasciano il segno.

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Rangiroa è un mondo sospeso, in acqua non si nuota, si fruscia lenti nella selva dei coralli, sulla scia di qualche branco colorato e danzante. C'è tanto pesce che gli squali pinna nera e pinna bianca hanno di meglio che un bipede pelle rosa e pinne di gomma per menu. Per questo sono innocui, e così, senza paura, si gusta il brivido di nuotare accanto a loro, di azzardare perfino un selfie subacqueo. E già si pensa a quando lo si racconterà agli amici, come se niente fosse stato. Sciami colorati, guizzi di scintille, austere livree, piante che forse sono pesci, pesci che forse sono pietre, fauci spalancate di murene lunghe e nere come draghi, prati di alghe che la corrente muove e pare una brezza: il sole dei Tropici illumina in profondità quel prodigioso acquario, anche il mare, in Polinesia, è un mondo di luce. E la luce arriva dentro di noi fino a mettere radici. Non si avverte subito. Si scopre un giorno, d'improvviso, tornati a casa, in un ingorgo strombazzante del traffico o nel chiuso grigio d'un ufficio. Quella luce, di colpo, si riaccende e un nodo prende alla gola: cosa ci faccio qui?

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Per saperne di più: Tahiti tourisme  

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