Georgia, una preghiera per Stalin

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

La cattedrale cattolica? Facile. Tenete la moschea alla vostra sinistra, superate la chiesa ortodossa, alla sinagoga girate a destra ed ecco il duomo di San Giorgio. In tutto cinquecento metri. Quattro religioni vicine di casa, senza filo spinato, né sacchetti di sabbia in mezzo. A Tbilisi non lo chiamano ecumenismo, semplicemente tolleranza.

In Georgia – questo lembo d’Asia con una gran voglia d’ Europa – c’è posto per tutti. In cinque milioni ci stanno georgiani, armeni, azeri, russi, greci, turchi e curdi. Non una, ma ben due bandiere nazionali, una collezione di occhi, nasi e bocche da manuale di fisiognomica, e a tener tutto insieme un alfabeto che è solo loro al mondo: quattro lettere più del nostro, caratteri tondi e popputi che sembrano numeri, vi scrivono il loro nome e lo scambiate per il telefono.

La Georgia era la Riviera dell’Urss: boiardi di partito, stakanovisti  in pausa premio e colonie di pionieri cercavano sul Mar Nero un altro sole che non quello dell’avvenire. Poi con il Muro crollò anche quel turismo. E ora un altro sta crescendo: di chi, dall’Europa o dagli Stati Uniti cerca non solo un luogo, ma un tempo lontano. Cinquemila chilometri e mezzo secolo rispetto a noi, chilometro più, anno meno. Perché la Georgia è un  dopo che non è ancora un poi, un tempo lento e quieto che è emozionante scoprire come un album di vecchie foto. Senza dimenticare che in Georgia sono nati Medea, Stalin e Beria: non aspettatevi sorrisi facili. Ma se sono sorrisi, sono calorosi come un abbraccio stretto stretto.

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Il fiume Mitkvari, in basso, la divide in due. Sulla sponda destra la vecchia Tbilisi, sulla sinistra il punto migliore per osservarla. Che è l’antica chiesa ortodossa di Metekhi, lampi d’ori e di candele, bisbiglio di preghiere e di chiacchiere. Perché in chiesa, in Georgia, ci si va anche per incontrarsi, scambiare due parole, qualche volta per corteggiarsi. Il sagrato è una terrazza con vista, dietro alla chiesa un palazzotto che un tempo era prigione. Ospitò anche il giovane Stalin alle sue prime intemperanze. Oggi è la casa della perpetua.

Skyline della città vecchia è la cinta merlata di Narikala, la fortezza che i persiani costruirono nel quarto secolo. Fu loro la prima pietra. Ci misero poi mano gli arabi nel settimo secolo, più tardi i georgiani, i turchi, i russi. Nessuno, evidentemente, vi ha trovato sufficiente riparo. La si raggiunge con un ripido sentiero che attraversa le vecchie case in legno del quartiere azero e passa accanto alla moschea, l’unica rimasta in piedi quando anche Allah era oppio dei popoli. Poco sotto, le terme sulfuree di Abanotubani. Alcuni stabilimenti sono sotterranei, sbucano solo i tetti a cupola, altre sono state costruite in superficie e sono un labirinto di fumi e mattonelle verdiazzurre ricamate d’oro. Nel registro degli ospiti, Dumas e Puskin. Con tre dollari ci sta anche il massaggio strizzatutto.

Stradine alberate, caffè all’aperto, vecchie case che si rifanno il look: il quartiere è fatto per passeggiare fuori dal traffico e guardarsi intorno, fra una chiesa e un museo. Guardare e farsi guardare, se si è turisti. Perché i georgiani non sono ancora abituati a ricevere visite. Sono loro, di solito, ad andare via: su  cinque milioni, oltre un milione è all’estero a lavorare. Ogni famiglia ha uno zio d’America. O un cugino d’Europa. Qualche turista si sente dire grazie. E non sa cosa rispondere.

Tbilisi accende luci matte, all’imbrunire. Sulle vecchie mura che costeggiano il trafficato viale Baratashilis, sono appollaiate case ottocentesche che improvvisamente squillano di azzurro, verde, fucsia. Luci da luna park inondano anche gli altisonanti palazzi del governo sul corso Rustavelis, altri effetti speciali per il già abbastanza  barocco-rococò Teatro municipale, mentre quello dell’Opera bistra di blu elettrico la sua facciata moresca. La notte è giovane,  Tbilisi sta cercando la giovinezza che non ha vissuto.

Il Mar Nero ha un bell’azzurro, spiagge spaziose e fondali panoramici, ma è un’altra la specialità che la Georgia offre ai viaggiatori. E ha un nome leggendario: Caucaso. Terra di praterie, città rupestri, sfondi di ghiacciai che vanno oltre i cinquemila.

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Infinite chiese, cinte come castelli, raccontano la storia di queste regione. E ciascuna la propria leggenda. La cattedrale di Sveti-Tskoveli è a Mtskheta, l’antica capitale. Si racconta che qui fu sepolta la tunica di Cristo, in quel punto crebbe un albero miracoloso e da lì mille meraviglie che gli affreschi della basilica raccontano. Sorse nel IV secolo ed è la più grande della Georgia. Un gigantesco volto di Cristo domina la navata centrale e le tombe di un paio di re. Di fronte a un prete dalla lunga barba grigia c’è la fila: biascicando spennella d’acqua il viso di ogni pellegrina. Avanti un’altra. Accanto ha una bottiglia di minerale, forse quella è per lui.

Ma il cuore spirituale del Paese è la chiesa di Jvari, poco lontana, sulla sommità di un’alta collina. Quattro absidi semicircolari, datata VI secolo, gran vista sulla valle. Un albero, accanto, fiorisce di nastrini: ogni nodo, una grazia. Il cielo è  più vicino.

La strada verso ovest arriva a Gori. E non vi sembrerà di scendere dal pullman, ma dalla macchina del tempo. Grandi strade vuote attraversano il centro fra  palazzoni grigi tutti uguali, e non solo gli abiti ma le facce della gente hanno una patina seppiata. È una cartolina di prima del Muro: prima che lo facessero, non che cadesse. Gori è la città dove è nato Stalin. Forse il tempo si è fermato quel giorno. E’rimasto un fiero monumento a ricordarlo: l’unico ancora al mondo. Nel 2010, per la verità, il «piccolo padre» era stato deposto anche da lì, ma dopo tre anni ci è tornato. A qualche vicino invadente, magari, può ancora fare soggezione.

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La sua vecchia casa è stata inscatolata. A un solo piano, piccola, modesta, la si immagina cresciuta in mezzo a tante altre, simili, in un quartiere di periferia, ma di ciò che aveva intorno non è rimasto nulla. Di fronte – reverente omaggio - è cresciuta una spianata di aiuole e viali, dietro si alza il solenne palazzo del Comune. E intorno le è stata costruita una protezione in mattoni, un tetto sopra il tetto, una scatola appunto. Che, più che proteggerla, sembra nasconderla.

Viaggio organizzato da Columbia turismo

 

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