A Berlino, passeggiare è inciampare

La sinagoga nuova di Berlino

 

 

di Sergio Romano

 

Il cimitero di Weissensee
Il maggiore omaggio all’ebraismo berlinese è quello di un luogo che neppure i nazisti osarono profanare: il cimitero di Weissensee, in una parte della città che fu, sino all’unificazione, territorio della Repubblica democratica tedesca. Prima di Weissensee vi erano stati altri cimiteri, piuttosto piccoli e inadatti a soddisfare le esigenze di una comunità che cresceva rapidamente grazie alla rivoluzione industriale e al ruolo sempre più importante della città nel mondo germanico.

Gli ebrei di Berlino erano poco meno di 30mila, nel 1880, quando fu deciso di comprare parecchi ettari di terra nella zona di Weissensee. Apparve così sulla mappa della città un cimitero che fu per molto tempo secondo soltanto a quello di Salonicco e oggi, dopo la distruzione della grande comunità greca, il più grande d’Europa. Le tombe, nei suoi 42 ettari, sono 115mila e formano una grande guida alla promozione sociale dell’ebraismo tedesco fra l’Ottocento e il Novecento. Sotto grandi lastre di pietra decorate con simboli e iscrizioni ebraiche, sono sepolti rabbini, industriali, mercanti, banchieri, scrittori, scienziati, medici.

 

 

Una tomba nel cimitero di Weissensee

 

 

Vi sono anche tombe più recenti, come quelle dei soldati sovietici di origine ebraica morti in campi di concentramento nei pressi di Berlino, e vi è un sepolcro in cui sono stati raccolti novanta rotoli della Torah. Appartenevano a un gruppo di testi sacri salvati dalle fiamme delle sinagoghe incendiate durante la Notte dei cristalli, fra il 9 e il 10 novembre 1938. Erano state nascoste in una galleria del cimitero, ma un bombardamento alleato le aveva rese inutilizzabili per il culto. (...)

 

 

Berlino, nel cimitero di Weissensee

 

 

La riunione di Wannsee
Gli ebrei sepolti nel cimitero di Weissensee fra il 1933 e il 1945 sono soltanto una piccola percentuale degli ebrei berlinesi uccisi nei campi di annientamento. La riunione che si tenne il 20 gennaio 1942 in una villa delle SS accanto al Wannsee, un lago molto amato dai berlinesi, non concerneva espressamente gli ebrei della capitale. Era stata convocata perché i quindici partecipanti si accordassero sulle modalità di un’operazione che avrebbe trasportato tutti gli ebrei europei nei campi di lavoro e di annientamento dell’Europa centro-orientale.

Vi è la sala, scrupolosamente imbandita come nel giorno della riunione. Vi sono i ritratti degli alti gerarchi che sedettero a quel tavolo: rappresentanti delle SS, della Gestapo, del partito, dell’amministrazione dei territori occupati, dei ministeri. E nella sala di consultazione vi è il verbale della riunione, meglio noto come «Protocollo di Wannsee», tradotto in molte lingue e trascritto, per i ciechi, in alfabeto Braille.

 

 

La villa del «Protocollo di Wannsee»

 

 

Ma la villa di Wannsee non è soltanto un museo di Madame Tussaud, dedicato a quindici gerarchi del terrore. È anche un centro di documentazione in cui giornali, riviste, fotografie e film dell’epoca ricostruiscono le condizioni dell’ebraismo tedesco durante la Repubblica di Weimar e negli anni in cui era ancora possibile scegliere la strada dell’esilio. Anche quella fu una drammatica via crucis. Occorreva il visto per il Paese che avrebbe accettato di accoglierli.

Occorreva rinunciare ai propri beni o, se possibile, affidarli a un curatore «ariano». Occorreva, se la scelta era la Palestina, apprendere qualche rudimento di ebraico. Furono organizzati corsi di preparazione per i giovani che avrebbero lavorato nei kibbutz e si sviluppò in quegli anni a Berlino una cinica «economia dell’esodo» che ebbe per effetto la distruzione di tutto ciò che l’ebraismo berlinese aveva creato nei decenni precedenti.

 

 

Veduta del Wannsee

 

 

Una parte della documentazione è dedicata alla condizione dell’ebraismo nell’Europa orientale, dove le stragi, per opera delle Einsatzgruppen (forze speciali), erano cominciate subito dopo l’invasione dell’Unione Sovietica, nel giugno dell’anno precedente. Quando Reinhard Heydrich aprì i lavori della Conferenza di Wannsee, il problema da risolvere era quello dei metodi da adottare per una «soluzione» più radicale del problema ebraico. Dei 15 partecipanti alla conferenza, otto morirono in guerra o furono giustiziati (Adolf Eichmann in Israele nel maggio 1962); sei furono graziati o assolti; uno si suicidò.

 

Il grande memoriale, il passato che non passa
La villa di Wannsee è un luogo appartato, lontano dal centro della città, generalmente visitato da un pubblico già informato che desidera approfondire la conoscenza degli avvenimenti e toccare con mano i luoghi dove l’orrore fu burocraticamente programmato. Era sufficiente per una città che aveva ospitato il Führer del Terzo Reich e il vertice del regime? Da qualche anno ormai, dopo l’arrivo nella società della generazione del ’68, molte associazioni, soprattutto ebraiche, chiedevano la costruzione di un memoriale nel centro di Berlino.

Ma circolavano perplessità e dubbi che esitavano a dichiararsi pubblicamente. Era opportuno che la memoria del genocidio diventasse un pubblico mea culpa da recitare continuamente, un tratto distintivo dell’identità nazionale, un male tedesco da esorcizzare in ogni pubblica commemorazione, come se il vero problema della Germania fosse quello di non essere, ancora una volta, indotta in tentazione.

 

 

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Un dibattito nazionale sul «passato che non passa» era già iniziato negli anni Ottanta fra alcuni storici sulle colonne della «Frankfurter Allgemeine Zeitung». La pubblicazione sul giornale, il 6 giugno 1986, di una conferenza pronunciata da Ernst Nolte, provocò una piccata reazione del filosofo Jürgen Habermas e di altri studiosi. La tesi di Ernst Nolte, secondo cui gli orrori del Terzo Reich rispecchiavano quelli della Russia sovietica e ne erano il complemento, sembrò assolutoria. Ma lo Historikerstreit, la disputa degli storici, aveva coinvolto una parte relativamente limitata della pubblica opinione. Dieci anni dopo, invece, il Paese sembrava pronto a un più ampio dibattito. L’uomo che non esitò a esprimere pubblicamente i suoi dubbi su questa «religione della memoria» fu Martin Walser, uno dei maggiori scrittori tedeschi.

L’11 ottobre 1998, quando ricevette il Premio della pace, assegnato dai librai e dagli editori tedeschi (forse il maggiore riconoscimento letterario della Repubblica federale), Walser pronunciò un discorso in cui disse che non esisteva soltanto la «banalità del male» (la frase usata da Hannah Arendt per descrivere Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme). Esisteva anche la «banalità del bene», vale a dire il conformismo e l’ipocrisia che si nascondono dietro le pubbliche lamentazioni col capo cosparso di cenere che avevano contraddistinto la Germania negli anni precedenti. Di Auschwitz disse che rischiava di diventare una «routine minacciosa, strumento di intimidazione perenne, una clava morale o anche solo la pratica di un dovere».

 

 

Il memoriale dell'Olocausto

 

 

Gli rispose Ignatz Bubis, presidente delle Comunità ebraiche tedesche in un momento in cui la Germania, ma soprattutto Berlino, ospitavano un numero crescente di ebrei provenienti in buona parte dall’Europa orientale. Il 9 novembre 1998, in occasione del sessantesimo anniversario della Notte dei cristalli, Bubis pronunciò un discorso risentito di fronte al presidente federale Roman Herzog, in cui disse tra l’altro: «La vergogna è stata compiuta, e non sarà l’oblio a cancellarla dalla storia tedesca: chi nella cura della memoria vede una strumentalizzazione di Auschwitz per scopi attuali si comporta come un incendiario spirituale». Ma una parte della società tedesca, a giudicare dal numero delle lettere indirizzate a Walser, non nascondeva la sua simpatia per lo scrittore.

Fu questo il clima politico in cui venne discussa la costruzione di un Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa. Vi fu un concorso vinto da Peter Eisenmann, il Bundestag approvò la costruzione nel giugno del 1999, i lavori cominciarono nell’aprile del 2003 e si conclusero nel dicembre 2004.

 

 

Berlino, il memoriale dell'Olocausto visto dall'alto

 

 

Quando fu inaugurato, i berlinesi scoprirono che il memoriale occupava uno spazio di 19 mila metri quadri, non lontano dalla Porta di Brandeburgo, e che era composto da 2.711 pilastri di altezza diversa: una selva oscura di calcestruzzo che può essere attraversata in qualsiasi direzione, e un Centro di documentazione sulla storia dell’ebraismo europeo che utilizza in parte i materiali del grande Yad Vashem di Gerusalemme. È probabilmente il più grande, per estensione, dei monumenti eretti nel mondo in memoria del genocidio (quello di Washington è contemporaneamente memoriale e museo). Ma trasmette, come tutti i monumenti astratti, una memoria fredda. Era questa la sola memoria che i berlinesi avrebbero tollerato nella loro capitale?

 

 

Gedenkstätte Simsonweg (Tiergarten), il memoriale dell'eccidio di Rom e Sinti

 

 

Non meno astratto, ma meno freddo, è il monumento ai 500mila rom e sinti uccisi nei campi di concentramento nazisti: uno specchio d’acqua rotondo in una radura del Tiergarten, accanto al Reichstag, e una pietra triangolare al centro su cui viene deposto, ogni giorno, un nuovo fiore. Disegnato da un artista israeliano, Dani Karavan, e inaugurato nel 2012, il memoriale dedicato ai rom e ai sinti è una piccola chiesa senza divinità, ma anche un luogo di riflessione e preghiera.

Le pietre d’inciampo
Un altro esempio della discrezione e dell’eleganza con cui Berlino ricorda le pagine peggiori del proprio passato sono le Stolpersteine (in italiano, letteralmente, pietre d’inciampo). Sono piccoli sampietrini con una lastra di ottone in cui vengono incisi il nome di una persona, la data di nascita, quella della deportazione e, quando è conosciuta, quella della morte. Con l’autorizzazione del comune queste pietre vengono murate nel selciato di fronte alla casa che fu abitata dalla persona di cui si vuole ricordare il sacrificio.

 

 

L'artista Gunter Demnig mentre posa pietre d'inciampo a Berlino.

 

 

L’idea fu di un artista, Gunter Demnig, ed è piaciuta ad altre città europee fra cui Roma. Ho cercato quella di una donna di cui conoscevo la vita: Charlotte Salomon, la fantasiosa pittrice che morì ad Auschwitz lasciando un’inquietante autobiografia pittorica, ora esposta in un museo olandese. Charlotte abitava al n. 15 della Wielandstrasse, una via alberata della buona borghesia berlinese. Sulla facciata vi è una targa collocata in sua memoria da un circolo giovanile, ma la pietra d’inciampo, accanto a quella dei suoi familiari, dice semplicemente: «Qui abitava Charlotte Salomon, nata nel 1917, fuggì in Francia nel 1939, fu internata a Drancy, deportata nel 1943, assassinata ad Auschwitz».

 

 

Pietre d'inciampo

 

 

Non lontano dalla casa di Charlotte, nei pressi di Kurfürstendamm, sorge ciò che rimane della chiesa innalzata fra il 1891 e il 1895 in memoria di Guglielmo I, il principe che combatté contro Napoleone a Waterloo e fu incoronato imperatore a Versailles il 18 gennaio 1871. Quasi interamente distrutta in un bombardamento del 1943, il suo destino fu lungamente discusso nella fase della ricostruzione. Era lecito completare l’eliminazione di un tempio dedicato all’uomo che, insieme a Bismarck, aveva creato la Germania moderna? La proposta non piacque ai berlinesi. Era meglio incorporarne le rovine nelle strutture di una chiesa moderna, secondo il progetto di un architetto? Anche questa ipotesi fu scartata.

 

 

Gedächtniskirche, quel che resta della chiesa dedicata a Guglielmo I, oggi chiesa della Memoria

 

 

Alla fine fu deciso di lasciare le rovine come erano e di ricostruire accanto a esse un campanile moderno. Spetta ai visitatori ora il compito di interpretare il significato di quella scelta. Quali che fossero le intenzioni a me sembra che anche i berlinesi ritenessero di avere diritto al proprio memoriale.

Altrettanto discreto è il monumento a uno dei molti roghi di libri che furono messi in scena dalle SS nei primi mesi del regime. Furono bruciati libri di quasi 100 autori tra romanzieri, saggisti, scienziati. Quello di Berlino bruciò più di 25mila volumi nella piazza dell’Opera, ora Bebelplatz dal nome di un leader socialista, fondatore del partito socialdemocratico dei lavoratori nel 1869 e presidente della socialdemocrazia tedesca fino alla morte nel 1913.

 

 

Il monumento che ricorda il rogo dei linri è dall’artista Micha Ullman

 

 

Il monumento che ricorda la strage dei libri è una sorta di finestra sul selciato da cui s’intravede una stanza piena di scaffali vuoti. Una scritta accanto riproduce una frase di Heinrich Heine, il grande poeta di origini ebraiche che si convertì al cristianesimo, ma scrisse in gioventù un piccolo libro, rimasto incompiuto, sul rabbino di Bacherach e l’antisemitismo nell’Europa medioevale. Le parole di Heine sono: «Là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini».

 

 

Il libro di Beda e Sergio Romano

I brani sopra riportati sono stati tratti dal libro di Beda Romano e Sergio Romano, Berlino capitale, Il Mulino, 204 p. 15 euro

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