A San Daniele Po, il Jurassic Park italiano

Lo spiaggione di Spinadesco, teatro di tanti ritrovamenti fossili

 

 

Qual è il sogno di ogni bambino? Andare alla scoperta del mondo con spirito d’avventura. Emma, anni 8, i giorni passati sui banchi della terza elementari nella scuola del suo paese, San Daniele Po, un giorno potrà raccontare di aver vissuto per davvero quel sogno: qualche giorno fa, da un banco di sabbia in riva al fiume ha estratto un osso appartenuto a un mammut che pascolava da quelle parti non meno di 12 mila anni fa; l’equivalente di una pepita d’oro, secondo gli esperti, in una zona che pure è considerata una sorta di Jurassic Park d’Italia per la facilità con cui vengono riportati alla luce reperti del tempo che fu.

 

 

Daniele Persico

 

 

Emma, figlia d’arte
Emma Persico, adesso, si gode il piccolo trionfo; quell’osso è già stato consegnato al museo paleontologico di San Daniele (Cremona) e verrà messo in mostra con tanto di targhetta e nome della fortunata esploratrice. La quale, va detto, in casa vive circondata dal mondo della natura preistorica. Il papà Daniele è infatti ricercatore paleontologo all’università di Parma. «Ma Emma è stata bravissima a trovare il pezzo, che a me e a un mio amico appena passati di lì era sfuggito — racconta Daniele —. È il segno che ha imparato i primi trucchi del ricercatore. Dal terreno spuntava solo la punta dell’osso annerito, che poteva essere confuso con un sasso. Lei l’ha individuato e tirato fuori da sola. Siamo rimasti tutti di stucco, la bimba non stava più ferma per la contentezza». Il Po, che oggi lambisce città, fabbriche e campi coltivati, prima che l’uomo lo abitasse era circondato da paludi dove dominavano bisonti, grandi cervi. E anche mammuth. «Ma ritrovare ossa di questi animali non è affatto facile — aggiunge Daniele Persico — bisogna cercarli dopo le piene del fiume, quando l’acqua smuove i fondali più profondi».

 

 

San Daniele Po, l'edificio che ospita il museo Paleoantropologico del Po

 

 

Caccia al tesoro
Così è successo durante un genere di «caccia al tesoro» a cui Emma partecipa da tempo con entusiasmo. L’osso, il pezzo di una tibia «di un esemplare presumibilmente giovane» ipotizza il paleontologo, è stato messo a confronto con fotografie e tavole del museo di Leiden, in Olanda e da lì è giunta la conferma («Lo dico con certezza, altrimenti mi tocca cambiar mestiere» scherza papà Daniele). E l’esploratrice in erba che ne dice? «Da grande voglio fare la veterinaria, voglio continuare a lavorare con gli animali» ha ripetuto più volte al padre. Il quale è pronto a incoraggiare la passione della figlia «ma senza forzature, magari è solo il sogno di una bambina». L’augurio è ovviamente che le aspettative possano concretizzarsi. «Così magari — conclude il genitore— avrà più facilità a trovare lavoro di quanto è capitato a me con gli animali estinti». (Claudio Del Frate, Corriere della Sera, 16 giugno 2016)

 

 

Il cranio di un bambino di Neanderthal di 2 anni e mezzo ritrovato in Belgio.

 

 

Il tesoro del museo paleoantropologico del Po

Nel museo, aperto nel 1998, sono conservati importanti fossili di era quaternaria rinvenuti lungo le rive del grande fiume. I ritrovamenti sono spesso avvenuti in modo fortuito, come nel caso di Emma. In altri casi, invece, si sospetta qualcosa di più e di diverso da un genuino interesse scientifico. Ecco qualche storia, tra le tante.

Il Neanderthal dai capelli rossi
Tra i resti di mammut, cervo megacero, bisonte e di altre specie dell'era glaciale, spicca l'osso frontale di un uomo di Neanderthal, rinvenuto lungo le rive del Po nelle vicinanze di Cremona. Questo fossile, chiamato «Pàus» (antico nome del Po), è per ora l'unica eccezionale prova della presenza di questa specie nella Pianura Padana. È difficile dire con precisione quale poteva essere il suo aspetto. Il Dna del Neanderthal è infatti difficile da ricostruire perché è «sbriciolato», manca cioè di «pezzi» fondamentali. Sappiamo soltanto che aveva i capelli rossi e la pelle chiara.

 

 

Il rinoceronte del Po (Stephanorhinus kirchbergensis)

 

 

Il rinoceronte delle foreste padane
Nel giugno 2013 fu ritrovato e consegnato al museo un cranio incredibilmente completo e ben conservato di rinoceronte. Una recente indagine morfometrica ha accertato che appartiene alla specie Stephanorhinus kirchbergensis o rinoceronte di Merck. Lungo 77,6 centimetri è il più grande cranio di S. kirchbergensis finora rinvenuto. È probabile che il suo titolare brucasse nella ubertosa Bassa emiliana in un'epoca compreso tra gli 80 e i 130 mila anni fa e in un ambiente dal clima temperato ricco di boschi e foreste. I suoi denti sono quelli caratteristici degli erbivori con una dieta a base di vegetali poco corrosivi, come le foglie larghe. Sulle base di queste informazioni,

l'illustratore Emiliano Troco, specializzato in ricostruzioni paleontologiche, incaricato dal museo, ha realizzato il disegno qui sopra in cui si vede il rinoceronte collocato in un ambiente forestale di pianura, con latifoglie e paludi. Una tipica area «golenale» padana, ricca di querce, faggi, betulle, carpini e ontani.

 

 

Tronchi fossili lungo il Po in secca. Foto di Paolo Panni

 

 

Quello strano tronco custodito in soffitta
Mai avrebbe immaginato in che cosa si sarebbe imbattuto Walter Faccioli, quel lontano giorno del 1978, quando discese nello sterminato spiaggione di Spinadesco per raccogliere legna da ardere. Raccattare i tronchi carbonificati, che si arenavano sulle rive durante i periodi di secca, era una pratica consueta dei contadini prima dell'avvento dei combustibili industriali.

Il tronco aveva una forma inusuale: era lungo più di un metro, di consistenza dura, molto pesante e dalla forma quasi armoniosa. Per trasportare il «tronco» fino a casa, il Faccioli dovette farsi aiutare dal figlio Bruno. Per chissà quale recondito motivo, non fu ridotto in ciocchi per la stufa, ma confinato in soffitta. Il mistero iscritto nella sua forma aveva forse intimidito la famiglia Faccioli, che non per questo soffrì il freddo, data la generosità del fiume nel rifornirli di legna.

 

 

Esemplari di Mammuthus primigenius. Illustrazione di Mauricio Antón
 

 

Sono state le nipote del Faccioli, nel frattempo deceduto, a scoprire qualche anno fa lo strano reperto. A loro quel massiccio tronco sembrava un enorme osso. Inevitabile donarlo al museo, che lo sottopose a esame. Lo misurò: lungo 135 cm. Lo pesò: più di 40 chili. Un femore, come mai se ne erano visti prima nei sedimenti del Po. Apparteneva a un dinosauro? Poco meno. A un mammifero con la proboscide. Un elefante di Annibale che si era perso? Neanche. Studia che ti studia, i paleontologi arrivarono a dare un nome al bestione cui apparteneva quel femore. Si trattava di un mammut lanoso il cui nome scientifico è Mammuthus primigenius, una specie di elefante vissuta da 300mila a 5mila anni fa in Europa, Africa e Nordamerica. Si stima che potesse essere alto da tre a tre metri e mezzo, lungo quattro e mezzo e pesasse circa sei tonnellate. Questo in generale, mentre il portatore del femore in questione si pensa che potesse essere alto quasi quattro metri e che si trattasse di un maschio adulto.

 

 

Il cranio di rinoceronte ritrovato dal pensionato a Spinadesco

 

 

Cercatori clandestini e traffici
I tesori paleontologici del Po fanno gola a molti. Che si improvvisano ricercatori nel greto del grande fiume. Nel 2013, un cuoco in pensione di Sesto e Uniti ritrovò a Spinadesco un cranio di rinoceronte che finì poi per donare al museo di San Daniele Po. Ma non prima di essersi buscato un'incriminazione per «aver alienato il cranio di rinoceronte senza la prescritta autorizzazione, di aver eseguito ricerche archeologiche e, in generale, e di non aver denunciato i reperti trovati, tra cui, oltre al cranio di rinoceronte, un cranio di mammut e una spada, scrive la Provincia di Cremona. Insomma, la paleontologia non è faccenda da dilettanti. Prima di andare a rovistare tra le spiagge padane, meglio informarsi dalle autorità competenti.

 

Claudio Bompan con le corna dell'uro ritrovate a Mezzana Bigli

 

 

Le corna dell'uro
A Mezzana Bigli, nel dicembre 2014, tra i sassi smossi dalle piene del Po, all’altezza dell’oleodotto tra Mezzana Bigli e Pieve del Cairo, sono riapparse le corna fossili di un uro, il colossale bisonte europeo, estintosi nella Pianura Padana 2mila anni fa. Claudio Bompan, appassionato barcaiolo, le ha viste spuntare dall’acqua. «Mi sono avvicinato», spiegò, «e ho capito che erano le corna di un animale preistorico. All’Università di Pavia mi hanno confermato che si tratta di reperti di Uro». Il Bompan aveva già ritrovato due anni prima una mascella di mammut vecchia di 250 mila anni alla confluenza dello Scrivia nel Po. Ma la paleontologia è passione o professione per le popolazioni rivierasche del Po?

 

 

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