Abbazia di Chiaravalle della Colomba, centerbe e millefiori

Abbazia di Chiaravalle della Colomba, il chiostro

 

 

di Ivano Sartori - foto di Filippo Tosi

 

 

È martedì, è piovuto, ma l'odore di torta fritta, che domenica impregnava l'aria, non si è del tutto dissolto. Cautamente torna a farsi sentire il profumo dell'incenso. Per molti, la torta fritta profuma più dell'incenso. È diversamente affabile. Chiamate torta fritta in certe zone del Parmense (in altre gnocco fritto), e chisolini nel Piacentino, si tratta sempre di quelle losanghe di pasta che, gettate per pochi minuti nell'olio bollente, ma la regola imporrebbe lo strutto, si gonfiano e si sbocconcellano calde. Meglio se lardellate di salumi.

Siamo nel Piacentino, a Chiaravalle della Colomba, in una delle abbazie cistercensi più belle del Norditalia, fondata attorno al 1135 da san Bernardo in persona, ma quando si tratta di salumi e torta fritta, non ci sono santi che tengano per gli emiliani. E così l'olio sfrigola anche in un antro a due passi dal chiostro e c'è la fila per comprare i prelibati «pezzi».

 

 

Abbazia di Chiaravalle, la preparazione dell'Infiorata 0

 

 

Come c'è la fila per ammirare il tappeto di fiori, lungo 40 metri e largo tre e mezzo, che si dipana per tutta la lunghezza della basilica, dall'ingresso fino al presbiterio. Steso dalle mani di decine di volontari del paese e delle vicinanze, fatto con i petali dei fiori raccolti nei boschi e nei giardini privati o acquistati a Sanremo a prezzi di saldo. Inaugurata il 29 maggio, giorno del Corpus Domini, l'Infiorata, così si chiama, sarà visitabile tutti i giorni fino a domenica 12 giugno.

Si entra dalla porta santa della chiesa abbaziale e la luce invadente del giorno ne approfitta per infilarsi nella penombra perenne tagliata dalle lame di sole che penetrano dalle alte vetrate creando un’atmosfera mistica. Sono gli effetti speciali dei luoghi sacri. È la vigilia del Corpus Domini. Lungo le pareti sono allineate persone che staccano i petali dagli steli con dita ossute e nodose. Anziani di sperimentata abilità. Nella navata, altri non tanto più giovani dispongono petali e ramoscelli di sempreverdi seguendo gli arabeschi tracciati sul pavimento da Franco Finetti.

Sono i posatori e le posatrici delle cornici vegetali e floreali attorno ai quadri di Vittoria Grazioli, raffiguranti scene dei Vangeli in stile «madonnaro». Ogni anno un tema diverso. In questa edizione 2016, il fil rouge non poteva non essere la Misericordia. Ecco dunque san Pietro che rinnega Gesù per tre volte prima che il gallo canti, ecco la Maddalena che abbraccia la croce, ecco la samaritana che non riconosce il Messia, ecco padre Pio a lungo misconosciuto dalla Chiesa. L’attualità irrompe con una profuga su di una barca: stringe un bambino tra le braccia, che a sua volta abbraccia una bambola. Dalla Terra Santa dei Vangeli all’odierno esodo biblico dall'Africa, le vie crucis non finiscono mai.

I petali, tenuti in vita dalla luce che piove loro addosso dal rosone e dalle bifore, esalano gli ultimi profumi sotto gli occhi dei visitatori. Rabbrividiscono a ogni clic di smartphone. La novità li turba.

 

 

Abbazia di Chiaravalle della Colomba, volontarie al lavoro

 

 

Padre Amedeo, nato Tommaso Parente a Monte San Giovanni Campano, provincia di Frosinone, è il priore della piccola comunità di monaci della colossale abbazia. Con lui, i confratelli Kidane Berhane e Efram Tedlha, entrambi di origine eritrea, e fra' Mauro Gallo, napoletano, che non ha preso i voti, non è presbitero, cioè non è un prete, non fa parte del clero secolare. Un tempo li chiamavano frati conversi, erano quelli adibiti ai lavori manuali. Fra’ Mauro dà una mano a Kidane, il cui pulpito è soprattutto il bancone della liquoreria dove, secondo la migliore tradizione monastica, sono in vendita elisir, centerbe e le micidiali Gocce imperiali, torcibudella di 90°. «Solo qualche goccia nel caffè», mette in guardia padre Kidane. Chi, sbagliandosi, le mandasse giù schiette può comunque contare sulle caramelle balsamiche per dare sollievo alla gola. Padre Kidane ce ne regala una confeziona appena imbustata da fra’ Mauro.

 

 

Padre Kidane Berhane e fra' Mauro Gallo

 

 

Bernard de Fontaine, abate di Clairvaux, monaco francese con fama di creatore di monasteri, fu sollecitato e finanziato perché costruisse un'abbazia nelle fertili terre piacentine. A chiederglielo furono Oberto Pelavicino, che derivava il suo nome dalla rapace aggressività verso i feudatari confinanti (lo avrebbe poi cambiato in Pallavicino), la famiglia patrizia dei Cavalcabò e soprattutto Arduino, vescovo di Piacenza. C’era bisogno di bonificare i suoli e le anime nelle desolate lande tra i torrenti Ongina e Arda.

Narra la leggenda che Bernardo stava ancora cercando il punto adatto dove erigere l'abbazia quando una bianca colomba cominciò a svolazzargli intorno per dargli a intendere di seguirlo. Cosa che Bernardo fece. Una volta arrivati sul luogo indicato dalla colomba, questa depose con il becco alcune pagliuzze per disegnare la pianta del futuro edificio.

Non si può dire che quel terreno madido di acque sia stata una scelta felice. D’altro canto, tutta la campagna intorno è ricca di fontanili, sorgive che hanno permesso ai frati, fin dall'alto medioevo, di allagare le campagna durante l'inverno e avere così foraggio fresco tutto l'anno. Insomma, la colomba non sarà stata una brava geologa, ma s'intendeva di agricoltura.

 

 

I campi attorno all'abbazia visti dalla finestra di una vecchia camerata

 

 

«Una volta questa chiesa era solo coro ed esclusivamente riservata ai monaci», racconta padre Amedeo indicando l'immensa navata. I monaci erano allora 300 e non c’era spazio per i fedeli, che dovevano accontentarsi della chiesa nel paese. Con il passare dei secoli il coro si è ritratto fino a ridursi all’emisfero dietro l’altare, l’abside. La svolta, storica pure quella, avviene nel 1444, quando papa Lucio II accoglie il monastero «sotto la protezione della Sede Apostolica». Fuor di linguaggio curiale, lo assoggetta alla gerarchia ecclesiastica, cioè al vicino vescovo di Piacenza. Una riforma che sottrae alla comunità di Chiaravalle autonomia e autosufficienza economica. Al posto dell’abate è mandato a governare la comunità un vescovo, un principe della Chiesa che si comporta né più né meno come un qualsiasi feudatario. È l’istituzione della commenda. Il cui imponente palazzo fa oggi ancora la bella mostra di sé in faccia al monastero.

Il primo provvedimento del «commendatore» sarà quella di non favorire nuove vocazioni per ridurre il numero dei monaci. Calano le bocche da sfamare, crescono di conseguenza i suoi introiti. La riduzione dei monaci lascia spazio ai fedeli. La chiesa viene aperta al popolo nel Cinquecento. Da un certo punto in poi i monaci di Chiaravalle non saranno mai più di tre o quattro. Presidii di un’Italia che vede svuotarsi seminari e conventi. «Siamo come i militari, andiamo dove ci mandano, ora uno di noi è a Firenze, ma prima o poi dovrà tornare», spiega padre Amedeo, «comandato» a Chiaravalle dal 1965, vale a dire da oltre mezzo secolo.

 

 

Padre Tommaso Amedeo Parente, 81 anni, priore dell'abbazia

 

 

Oggi che i monaci non possiedono più terre coltivabili e i contadini sono stati espropriati o risucchiati dalla città, ora che non esiste più nemmeno il ricordo della rotazione delle colture con l'alternanza tra grano ed erba medica, più l'orzo, la melica, la saggina e il sorgo, ora che l'autarchia agricola è stata cancellata dalle monocolture industriali del pomodoro, della soia, della barbabietola e del girasole, ora che le vacche vengono alimentate a insilati tutto l'anno affinché producano più latte, persino l'odore della campagna è cambiato. Avvelenati dalla chimica, il letame e i liquami delle stalle usati per concimare i campi appestano l’aria di odori nauseabondi. Miasmi che non c'è profumo di incenso o di torta fritta in grado di arginarli. La puzza regna sovrana, profana la pace silente del chiostro e s'insinua subdola nell'abbazia. Al solo sentirne parlare, padre Amedeo arriccia il naso.

 

 

Franco Finetti mentre traccia le geometrie e gli arabeschi su cui saranno posti petali di fiori e rametti di sempreverdi.

 

 

I monaci di Chiaravalle sono benedettini cistercensi. Indossano un abito talare bianco e nero. Il bianco è il colore della loro rivolta contro i benedettini solo neri di Cluny. Lli accusavano di essere più ricchi feudatari che uomini di religione. I cistercensi rappresentano il ritorno allo spirito originale della regola benedettina: ora et labora. «Un tempo qui era tutto preghiera e lavoro, ma nel corso dei secoli le cose sono cambiate parecchio», spiega padre Amedeo. E non in meglio viene da aggiungere dopo aver ascoltato la dotta ricapitolazione storica di questo monaco di 81 anni dalla sorprendente capacità di innestare i problemi di oggi sulle cause di ieri. Senza peraltro gettare tutta le colpe sulle spalle di Napoleone cui pure vanno ascritte la confisca del patrimonio ecclesiastico e la soppressione delle istituzioni religiose con i due decreti del 1805 e del 1810, che segnarono la fine di un’epoca e un nuovo inizio. Padre Amedeo ci mostra dei buchi nei pilastri di mattoni rossi che sorreggono il porticato del chiostro. Li hanno scalpellati i soldati napoleonici per farvi passare le cavezze dei cavalli.

 

 

Vittoria Grazioli, autrice dei disegni disposti nell'infiorata

 

 

Con l’Unità d’Italia, i documenti e la biblioteca di Chiaravalle sono incamerati dall’Archivio di Stato di Parma, gli arredi finiscono chissà dove, mentre i mille ettari di terreni fruttiferi e i fabbricati, compreso il palazzo della Commenda, diventano proprietà degli Ospedali civili di Piacenza. Alla Chiesa restano solo la basilica e una piccola canonica. Fino al 1937 rimarrà soltanto un abate-parroco del clero secolare a vegliare sull’abbazia che, trascurata, rischia lo sfacelo.

Quell’anno, l'ultimo abate-parroco convincerà il vescovo di Piacenza a richiamare i monaci. Dall’abbazia di Casamari ne arriva una piccola pattuglia che si rimbocca le maniche, si prende cura dei restauri, organizza convegni di studi e ritiri spirituali, distilla liquori e attira turisti, soprattutto con l’Infiorata, mostrando uno spirito di intraprendenza che cancella le vecchie ruggini ecclesiastiche e dà il buon esempio anche ai laici del palazzo di fronte. Che non vogliono però imparare la lezione.

Dopo aver venduto i fondi per pagare le spese di costruzione del nuovo ospedale, dopo aver succhiato sei miliardi allo Stato, nell’anno del Giubileo, per restaurare il palazzo della Commenda e adibirlo a ostello, gli Ospedali civili di Piacenza consegnano l’edificio a un privato, un’intraprendente ristoratrice che lo trasforma in un albergo e ristorante di lusso. Ma deve accollarsi anche le spese di manutenzione. Non le tornano i conti. Lascia. Paralizzato dagli sgambetti politici e dalla burocrazia, l’ente piacentino assiste inerte all’occasione perduta. C’è da scommetterci che non si parlerà di rilancio della Commenda fino a quando non si troverà un nuovo appiglio per mungere soldi pubblici.

 

 

La signora Luisa Renzi, cuoca ineguagliabile

 

 

Quanto ai pellegrini, tornati on the road con la riesumazione della via francigena, per loro c’è sempre un letto in una camerata dell’abbazia. Ne può ospitare una trentina ma non sono mai più di due o tre ad approfittare dell’alloggio. Di regola, la loro tabella di marcia prevede che partano al mattino da Piacenza per essere verso sera a Fidenza. Perciò capitano a Chiaravalle attorno a mezzogiorno. È toccato anche a noi di trovarci nei pressi della cucina dell’abbazia attorno all’ora di pranzo, per ben due volte. Estasiati, abbiamo seguito il profumo irresistibile che proveniva dalla cucina moderna sotto le volte antiche. E lì abbiamo incontrato la signora Luisa Renzi, che stava preparando certi dolcetti, aiutata dalla nipote apprendista. Però si trattano bene, eh, i monaci? «Stasera saranno ospiti dei padri i funzionari della Soprintendenza», ci ha risposto con un sorriso che ci ha smorzato l'acquolina in bocca.

Siamo tornati qualche giorno dopo. Più o meno la stessa ora (ci piace farci del male), diverso profumo, ma sempre irresistibile. Di manicaretto salato. «Questa sera ospiti speciali», ha detto la signora senza aggiungere altro. Verremo poi a sapere da padre Amedeo che si trattava di pezzi grossi, funzionari dello Stato in pensione che gli avevano dato una mano per accedere a fondi con i quali sono state consolidate le fondamenta «galleggianti» dell’abbazia e certi restauri eseguiti a regola d’arte, senza contare i servizi per le persone disabili. Ma allora quella del priore non è solo amore per la buona cucina, è abile manovra diplomatica. Che intenda prendere per la gola tutte le persone utili alla causa?

«Preghiamo perché Dio ci conservi a lungo la nostra cuoca», dice padre Amedeo con sorriso malizioso. E non sai quanto di interesse privato ci sia in questo auspicio che sfiora uno dei sette peccati capitali. Che dopo cinquantuno anni di permanenza in Emilia sia diventato pure lui un ghiottone? Glielo chiedo in modo ellittico. Si sente più emiliano o più laziale? Ma lui non ci casca: «Ciociaro per sempre».

Un consiglio a pellegrini e turisti che si trovassero da quelle parti attorno all’ora di pranzo: portare seco da masticare un paio di fette di pane, da masticare a occhi chiusi sotto la finestra a bocca di lupo della cucina. Sentirete che sapore. Il profumo è tutto. La fantasia fa il resto. E l'amore, chiedete? Può attendere.

 

 
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