Abruzzo, una «Cappella Sistina» sul Tratturo del Re

Caporciano

 

 

Per arrivare a Caporciano, e da qui nella sua minuscola frazione di Bominaco, passare da L’Aquila è necessario. Non soltanto per ripercorrere interamente le tappe della transumanza delle greggi lungo la direttrice del tratturo più lungo e più importante d’Italia, che collega L’Aquila a Foggia (il Tratturo del Re), e quindi per comprendere il peso che il movimento di uomini e di animali ha avuto sull’esplosione della produzione artistica abruzzese dal XIII al XVI secolo.

Passare da L’Aquila è, oggi, a sei anni dal terremoto del 6 aprile 2009, anche un obbligo morale, perché la transumanza che fece ricco — e ricco di opere d’arte — l’Abruzzo nel suo periodo d’oro, con i commerci di lana, pelli, bestiame, aveva come suo punto di partenza e riferimento simbolico la splendida basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, dove riposano, anzi riposavano, le spoglie di papa Celestino V, il monaco benedettino Pietro da Morrone, noto più perché spedito da Dante nell’Antinferno — tra gli ignavi, per aver egli abdicato al soglio pontificio (come ha fatto papa Ratzinger, solo che oggi parliamo di dimissioni) — che non per la sua santità.

 

 

La basilica di Santa Maria di Collemaggio all'Aquila

 

 

La chiesa è stata gravemente danneggiata dal terremoto e un cartello sull’inferriata del cortile laterale avverte che «la basilica di Santa Maria di Collemaggio, chiusa per ordinanza del sindaco lo scorso anno, rimarrà chiusa fino a data da destinarsi. Il corpo di San Pietro Celestino è visitabile nella chiesa di San Giuseppe Artigiano in via Sassa». In quest’avviso c’è tutta la tristezza di L’Aquila terremotata e delle sue vittime, tutto il rimpianto per un passato di meraviglie artistiche pregiudicate, e in molti casi senza fissa dimora, dall’ultimo sisma e c’è l’incertezza assoluta del futuro, poiché una seria e rapida ricostruzione ancora non si vede e chissà quando ci sarà.

 

 

L'Aquila dopo il terremoto

 

 

L’Aquila annaspa, sembra volersi aggrappare al suo entroterra e voler prendere in prestito dai piccoli centri un po’ della loro «attrattività» naturalistica e artistica, almeno per rimanere in piedi e poi magari trovare la forza per tornare come prima. E allora Caporciano e la sua frazione di Bominaco possono rivelarsi due stampelle provvidenziali grazie ai capolavori che custodiscono e alle bellezze di cui sono circondati.

 

 

L'abbazia di Santa Maria Assunta, a Bominaco

 

 

Hanno, Caporciano e Bominaco, rispettivamente 240 e 55 abitanti, sono di fatto la stessa cosa, visto che l’uno è frazione dell’altro, e tuttavia ciascuno ha il proprio cartello che all’ingresso del borgo dice «città d’arte»: il provvedimento regionale che li consacra tali è lo stesso, ma su un cartello la «città d’arte» è soltanto Caporciano, sull’altro è unicamente Bominaco.

Piccole gocce di antichi contrasti ben più seri, perché qui, dal XII al XV secolo, l’Abbazia di Bominaco — che già nell’anno Mille era un punto fermo della politica benedettina di controllo delle grandi vie di comunicazione — ha visto Federico II di Svevia regolamentare le fiere del bestiame e la transumanza, nota anche come «la mena delle pecore», ha visto i crociati diretti in Terrasanta e i pellegrini in viaggio lungo la via Francigena, i mercanti e i pastori salire e scendere per le montagne, ha vissuto la ribellione dei monaci che non volevano passare agli ordini del vescovo di L’Aquila e infine ha subìto la distruzione per mano di Braccio da Montone nel 1423.

 

 

La facciata posteriore dell'oratorio con l'ingresso riservato ai monaci. Foto di Luigi Pellini

 

 

Di quel monastero sono rimasti vivi, e senza perdere nulla del fascino originario, l’oratorio di San Pellegrino e la chiesa di Santa Maria Assunta. Due gioielli che, soprattutto dopo il restauro degli affreschi dell’oratorio e dell’interno della chiesa, sono pronti a entrare a far parte del patrimonio Unesco (per l’Abruzzo sarebbe la prima volta e sarebbe anche l’ora).

Per far meglio apprezzare questi due capolavori, la Soprintendenza dei Beni storici, artistici ed etnoantropologici dell’Abruzzo ha pubblicato un agile «Quaderno» in cui, attraverso brevi saggi (della soprintendente Lucia Arbace, di Maria Antonietta Cianetti, Sofia Cucchiella Vittorini, Alessandra Giancola, Elisabetta Sonnino, Luciana Tulipani, Calcedonio Tropea e Fabio Aramini), chiunque appena curioso di sapere può trovare le risposte che cerca. Naturalmente, entrare nell’oratorio e ammirarne gli affreschi che lo decorano completamente per tutte e tre le campate, così come entrare nella chiesa e apprezzarne, per esempio, l’ambone, oltre alla pulizia e alla finezza dello stile romanico-abruzzese, è un’altra cosa.

 

 

La catena del Gran Sasso e il borgo di San Pio delle Camere. Foto di Luigi Pellini

 

 

Fuori, le montagne della Maiella da un lato e i bastioni del Gran Sasso dall’altro, le cime del parco Sirente-Velino di qua e del parco nazionale d’Abruzzo-Lazio-Molise all’orizzonte. Dentro — e qui parliamo dell’oratorio —, uno dei più importanti cicli di affreschi di tutto il medioevo abruzzese, in cui non manca nulla che avesse attinenza diretta con la vita del monastero e del mondo circostante.

A cominciare dal santo al quale l’oratorio è intitolato, san Pellegrino, missionario laico di origine siriaca, martirizzato per aver predicato la fede cristiana, ma anche pellegrino nel senso proprio, il viandante, tutti i viandanti, che affidano la propria vita a un altro santo, affrescato nella controfacciata, enorme, gigantesco: San Cristoforo, che protegge coloro che sono in cammino da morte improvvisa, che è la peggiore delle morti, perché non dà il tempo di pentirsi dei propri peccati e di evitare di finire all’Inferno.

I frescanti dell’oratorio, che a giudicare dallo stile sono tre, hanno pensato anche a questo e si sono scatenati nella rappresentazione dell’aldilà buono (il Paradiso) e dell’oltretomba dannato (l’Inferno), nel racconto di una Psycomachia in cui l’angelo del Male e quello del Bene si contendono con l’ultima e definitiva battaglia l’anima del defunto e infine nella raffigurazione della donna come strumento del demonio e come «genere» maggioritario che abita l’Inferno.

 

 

La «Cappella Sistina d'Abbruzzo» nell'oratorio di San Pellegrino, a Bominaco

 

 

L’oratorio sarebbe sorto su un tempio pagano dedicato al culto di Venere, e questo potrebbe essere possibile, visto che Bominaco di Caporciano è vicina alla città romana di Peltuinum, divenuta ricca e potente per la sua posizione strategica, esattamente come i monasteri benedettini. E potrebbe anche darsi che davvero san Pellegrino sia stato martirizzato qui nel III-IV secolo dopo Cristo, e che successivamente sia stato Carlo Magno in persona a ordinare che la chiesa venisse trasformata in un oratorio, che poi donò ai monaci. Ma sul piccolo e raffinato rosone dell’ingresso posteriore sono incisi un nome, quello dell’abate Teodino, e una data, 1263, l’anno in cui l’oratorio fu ricostruito.

Fu quindi Teodino colui che commissionò gli affreschi, mentre i grandi plutei in pietra (sui quali sono scolpiti un grifone alato e una chimera) risalgono certamente alla prima fase cristiana dell’oratorio e, secondo la tradizione bizantina, fanno da iconostasi, cioè da transenna divisoria tra fedeli e officiante, sulla quale sono esposte le immagini sacre.

 

 

La lavanda dei piedi. Foto di Luigi Pellini

 

 

I bizantini. Ecco gli altri protagonisti silenziosi di quest’opera d’arte, che, insieme con l’impostazione laica ed eclettica di Federico II di Svevia, come vedremo tra un momento, rendono questo ciclo di affreschi tra i più originali, pur avvicinandolo parecchio a quelli che decorano la chiesa dei Santi Quattro Coronati a Roma (Castorio, Sinfroniano, Claudio e Nicostrato, scalpellini che si rifiutarono di realizzare idoli pagani e furono messi a morte da Diocleziano) e soprattutto all’abbazia benedettina di Sant’Angelo in Formis, a Capua, che precedentemente era una chiesa che i Longobardi avevano intitolato a San Michele Arcangelo, la quale, a sua volta, era sorta su un tempio dedicato a Diana. Nell’oratorio di San Pellegrino ci sono i patriarchi e i profeti, l’Annunciazione e la Visitazione, la Natività e l’Ultima Cena, Giuda e Pilato, San Michele con il globo in una mano e la bilancia per pesare le anime nell’altra.

C’è, per immagini, tutto ciò che un «povero cristiano», un cristiano semplice (come il Celestino V de L’avventura di un povero cristiano pubblicato nel 1968 dall’abruzzese Ignazio Silone) deve sapere e che qui si può apprendere semplicemente «vedendo», anche senza saper leggere e scrivere. E c’è, come dicevamo, l’impronta di Federico II. Nel presbiterio, dove si può ammirare il Calendario dei mesi dell’anno — sei su un lato, sei sull’altro — completo di segni zodiacali, fasi lunari, santi e festività, è evidente non solo il ricorso all’allegoria con la personificazione dei mesi, ma anche il tentativo, tutto federiciano, di «fusione» tra il mondo antico, quello nordico e quello orientale.

 

 

La sepoltura del Cristo. Foto di Luigi Pellini

 

 

L’autore, sconosciuto, di questo meraviglioso Calendario è stato ribattezzato Maestro Miniaturista per lo stile — colori vivaci, attenzione ai dettagli, fantasia — che è molto simile a quello dei codici miniati. Ma per quanto Federico II ci credesse, e ci provasse, le miniature orientali avrebbero mantenuto sempre le «distanze» da quelle occidentali, comprese quelle bizantine. La ragione in fondo è semplice e l’ha spiegata senza perifrasi lo scrittore turco, premio Nobel, Orhan Pamuk nel romanzo Il mio nome è Rosso, mettendo a confronto due miniaturisti.

«Il miniaturista non disegna ciò che vede lui, ma ciò che vede Allah», dice il primo. «Sì, ma l’altissimo Allah vede ciò che vediamo noi», risponde l’altro. Di nuovo il primo: «Certo, ma non lo vede come noi. Una guerra, che noi, stupiti, vediamo tutta confusa, lui la vede da vicino con due eserciti ordinatamente in fila, uno di fronte all’altro». Il secondo vorrebbe replicare: «Crediamo in Allah e disegniamo solo ciò che ci fa vedere lui, non ciò che non ci fa vedere». Ma, dice, me ne restai zitto, avevo paura che mi accusasse di imitare gli europei. (Carlo Vulpio, Corriere della Sera La Lettura, 1 marzo 2015)

 

 

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