Algarve, dove finisce la Terra

Costa Vicentina, Portogallo sud occidentale

Testo e foto di Paolo Pernigotti

No, non è la fine del mondo. Lo credevano gli antichi che la Terra finisse lì, quando si affacciavano da Cabo Sao Vincente su quel mare rabbioso, in un vento carico di sale, fra rocce nere e affilate, di fronte ai loro occhi spaventati solo un abisso d’acqua e cielo. O quando affondavano i loro passi sulle dune di Faro, dove spiaggiavano onde lunghe e stremate. Arrivavano da dove non si parte, rabbrividivano gli antichi, arrivavano dal nulla.

No, non è la fine del mondo. Ma una scoperta e un’emozione che meritano di essere vissute, fatte di ritmi lenti, colori forti, paesaggi senza età. Altri tempi e altre temperature. Perchè negli inverni europei Faro è un’oasi di sole (trecento giorni all’anno, forse trecentouno negli anni bisestili...), per questo il suo aeroporto metropolitano è un viavai di charter d’ogni bandiera. Manca l’Italia – chissà perché – fra gli arrivi diretti: per noi è scalo d’obbligo Lisbona. Ma poi via verso il mare o la montagna, che in questa terra sono sempre vicini. Le strade si adagiano come nastri sul saliscendi delle colline, non le solcano, non le tagliano, seguono docili il morbido su e giù. Poco traffico, casette bianche di calce, tetti rossi che spuntano fra i pini con comignoli arabeggianti. I nomi dei paesi e le insegne dei negozi sono pieni di vocali e la tegola di una dieresi li fa suonare miagolanti come un fado, la musica delle vecchie balere portoghesi. Una musica che sa di rimpianto e nostalgia.

L’Algarve è terra di vento: se il mondo non finisce lì, è pur sempre l’avamposto sudoccidentale d’Europa, la prua del Vecchio Continente verso l’Atlantico. Vento, profumi e aria tersa. Sa di pino, lungo le strade che dal capoluogo salgono verso nord, verso le sierre. Ci sono alberi a palla, come tanti pon pon: un tempo il loro legno serviva per le caravelle che andavano a conquistarsi un impero, oggi danno ombra ai patiti del trekking e pinoli per il pesto alla portoghese. Villaggi sempre più rari, man mano che la strada sale, ma nessun senso d’abbandono: le case coloniche sono imbiancate di fresco con porte e finestre dai colori vivaci, le coltivazioni ordinate come giardini. La Sierra del Monchique è il bastione che ferma i venti freddi dal nord: il suo monte più alto, il Pico da Foia, arriva solo a novecento metri, ma tanto basta per regalare all’Algarve tiepidi inverni nordafricani.

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Infatti qui si fa trekking fra aranci e bananeti, buganvillee e oleandri. Anche l’acqua sgorga calda: l’avevano già scoperto i conquistatori romani, che non si erano lasciati sfuggire l’occasione per costruirci un po’ di terme. Oggi a Caldas de Monchique, fra i tavolini dei caffè e i camerieri in marsina, si respira un’atmosfera fine secolo. L’altro, beninteso. E in quanto all’acqua – sostengono i depliant – fa miracoli per tutto: vie respiratorie, articolazioni, pelle, apparato digerente. Forse ginocchio della lavandaia.

Lungo le strade della Serra, se non sono pini ed eucalipti, sono sughereti. E dove finiscano tanti tappi lo si scopre quando si incontrano le prime, vaste coltivazioni di corbezzoli. Le piante sembrano alberi di Natale, cariche di palline rosse e gialle che brillano al sole. I frutti finiscono in grossi tini, lì fermentano senza fretta e diventano bottiglie ancora più rinomate della terapeutica Agua de Monchique. Si chiama medronho la caratteristica grappa della zona: alta gradazione e alto gradimento fra i souvenir dell’Algarve. Per chi è astemio resta la scelta fra ceramiche (i famosi azulejos), tessuti, legni intrecciati, bastoni da passeggio. E qualsiasi cosa in sughero: tutto, ma proprio tutto, persino giacche e cravatte.

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Forse è un’impressione, forse il vento  da occidente è più forte del solito, ma ogni tanto succede che fra questi monti arrivi al naso un profumo di mare. Eppure ci vuole tanta strada a raggiungerlo: si scende e si sale in ampie curve, si scende ancora, l’asfalto cede allo sterrato, le ruote zoppicano fra le buche, affondano nella rena. Un viaggio. Ma un gabbiano che avesse voglia di corbezzoli ci metterebbe poco, in realtà: di cielo sono trenta chilometri fra Monchique e l’Atlantico. Per questo l’aria ha tanti, inaspettati profumi.

All’oceano si arriva impreparati. Il sentiero è ancora di montagna, solo il fondo un po’ più sabbioso e qualche cespuglio da brughiera potrebbe insospettire. Poi, di colpo, la terra finisce. E davvero sembra che sia la Terra a finire. Come uno strappo, una voragine: improvvisamente il vuoto davanti e cento, centocinquanta metri sotto, un mare che chissà da dove viene così grande e solenne. Ogni tanto si schianta rabbioso e fumante sulle rocce, altre volte stira onde placide e sottili su spiagge rosate: Praia do Amado, Praia do Castelejio… C'è qualche asse piantata nella sabbia come un osso di seppia, altri surf che pattinano sulle onde: Costa Vicentina offre planate che pochi mari in Europa possono vantare. E anche il cielo dà spettacolo: oltre novanta chilometri di costa sono parco naturale, giù fino a Villa do Bispo, a Cabo São Vicente, e qui vivono ben protetti uccelli rari, per la gioia degli appassionati di birdwatching. Un sentiero sfila in alto, lungo la costa,  affacciato sul precipizio e sulle spiagge: ogni tanto si incontra una casetta di legno dove ristorarsi e affittare una mountain bike, ogni tanto una ripida china di gradini scende alla spiaggia. Gli unici rumori sono le grida degli uccelli e lo sfascio delle onde.

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Ma c’è un altro Atlantico in Algarve: quello più domestico e familiare, quasi mediterraneo, che bagna la costa meridionale della regione. Lagos, Portimao, Albufeira… Fino al confine con la Spagna è sabbia e onde quiete: i portoghesi la chiamano  Sotavento, la costa sottovento. Al centro è Faro, con la grande laguna del Parco naturale Ria Formosa, immense dune piatte a pelo del mare. Un paesaggio tutto orizzontale, come un deserto allagato, come un mare che si sta asciugando. Barchette colorate e leggere, quasi sospese, portano in giro i turisti, fra pescatori di telline e stormi di fenicotteri rosa. Si cammina sulle isole di sabbia e bastano cento metri in solitudine per sentirsi al centro di un deserto. Con un miraggio di conchiglie sotto i sandali.

La laguna si estende per decine di chilometri verso il confine: da Faro arriva oltre la cittadina di Favira. In ogni Paese del mondo c’è una Venezia in piccolo: ai depliant turistici bastano due canali e un ponte ardito per celebrarla. Tavira è la Venezia del Portogallo, anche se di canali ne ha uno solo, il Rio Gilao, ma il suo ponte romano a sette arcate è un buon motivo per una sosta. Poi i suoi palazzotti dai caratteristici tetti a padiglione affacciati sull’acqua, la bella chiesa rinascimentale della Misericordia, il panoramico giardino del Castello, i ristorantini sul canale.

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A est un fiume segna il confine con la Spagna. È uno dei più importanti del Paese con i suoi 830 chilometri di lunghezza: il Guadiana. Si può risalire in barca attraversando, lemme lemme, un paesaggio di alture verdi e grandi silenzi, fra gabbiani che hanno tradito il mare per qualche briciola al volo lanciata da turisti e navigatori solitari, panni stesi e barba lunga. I battelli partono da Foz de Odeleite, dove si arriva attraversando la paludosa Reserva natural do Sopal de Castro Marim, e gettano l’ancora al molo di Alcoutim, dopo un paio d’ore di navigazione. Alcoutim è case bianche e stradine di pietra arrampicate su per la collina. Di fonte, sulla sponda opposta, la cittadina spagnola di Sanlùcar, altre case bianche, altre stradine di pietra arrampicate. Come riflesse in uno specchio. E a dominare entrambe, una di qua e una di là, due minacciose fortezze, a ricordo dei tempi in cui la terra e il fiume rosseggiavano spesso di sangue e fiamme. Di quei tempi è rimasto qualche nome bellicoso: Guerreiros do Rio si chiama un piccolo villaggio una ventina di chilometri più sotto. Vi hanno aperto un museo che racconta la storia del fiume, tre stanzette piene di modellini di barche. Lavori meticolosi e pazienti, opere di veri artisti: l’orgoglio del paese. Sull’altra sponda niente del genere: Portogallo-Spagna, uno a zero.

Viaggio organizzato da King Holidays in collaborazione con Tap

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