Anacapri, l’urlo e la dolcezza

foto1 Anacapri

di Marisa Deimichei

Dici Capri e ti aspetti mondanità. Belle donne dai piedi magri ed eleganti che indossano le infradito, industriali all’happy hour in piazzetta, intellettuali perversi con i loro giovanissimi protégé, shopping miliardario, lidi esclusivi, notti scatenate. Non c’è niente di tutto questo a Anacapri, la sorella timida e riottosa, forse più bella nella sua semplicità. Va scoperta piano piano, camminando per giorni interi come ho fatto io. Magari a primavera o a fine estate, quando l’«altra Capri», che sta ai piedi del Monte Solaro, collegata al mondo per duemila anni da un’insopportabile scala di novecentoventuno gradini, e ora da una fragile e vertiginosa strada, riluce al sole come uno smeraldo abbandonato. Ma non fatevi ingannare dalla sua apparente dolcezza: sotto la superficie amabile e ondulata, ammorbidita dagli orti e dalle vigne, si nascondono abissi e caverne, spaventi e precipizi.

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Orti grassi e fioriti, l’Anacapri contadina

Oh my god! La ragazza che mi precede, un’inglese con zaino in spalla, è così felice che parla da sola. Meli fioriti e agavi, la campanella del crepuscolo, il biancore di Anacapri sullo sfondo e un mare tanto lucente da ferire gli occhi. Oh my god!

Cammino sulla via della Migliera, un paio di chilometri in piano che partono da piazza Vittoria e arrivano al Belvedere fra muretti a secco e terrazze coltivate che sfiorano la scogliera. Orti giardino sono lavorati ad arte: file di carciofi e insalate, fave e zucchine; ai bordi di ogni riquadro, disegnato con geometrica precisione, hanno piantato calle e narcisi, tulipani e rose, la vite è tenuta alta per far posto alle verdure, qua è là, peschi e ciliegi in fiore. Ci sono frotte di uccelli fra queste piccole perfezioni vegetali, qualche anziano raschia e zappa, fra il bagliore del mare che sta coprendosi d’oro.

Un’Apecar si ferma accanto a me, scende Mario, gli occhi azzurri da ragazzino, una gran barba grigia e le rughe di chi ha passato la vita a pescare. «Tutti noi aspettiamo la pensione per lavorare la vigna e l’orto. Chissà i nostri figli, se avranno l’amore e la pazienza per far fruttare questi terreni». Terreni grassi e generosi, curati da mille anni e più. La prima comunità di Anacapri si insediò da queste parti, in località Catena, intorno all’anno Mille: c’è la chiesetta bianca a ricordarlo, Santa Maria di Costantinopoli, rustica e rassicurante come una piccola casa.

foto3 Monte Solaro 2

Arrivata alla fine di questa via, dolcissima e quieta, scopro per la prima volta la doppiezza dell’isola: il Belvedere si apre su un baratro profondo trecento metri, l’abisso di Marmolata, che precipita con rocce sventrate, affilate come coltelli. C’è silenzio fra i pini d’Aleppo, rotto dalle urla dei gabbiani che non ho mai sentito così intense, un lamento da gatti in amore, ma più rauco e insistente, come stessero godendo di tanta spaventosa magia.

Ritorno alla Migliera il giorno dopo all’ora di pranzo. Voglio sedermi al sole sul grande terrazzo fra le vigne di Gelsomina e gustare il bendidio che sua madre prepara in cucina. Gelsomina ha 28 anni, uno sguardo grigioazzurro e folti capelli scuri raccolti nella coda. È presidente dei commercianti di Anacapri: l’hanno eletta perché è giovane e entusiasta, perché ha capito d’istinto che per sopravvivere e guardare al futuro occorre salvare le ricette della nonna, i vecchi mestieri, rispettare il territorio e offrire, a chi viene qui, buon cibo e bellezza. Sazia di ravioli alla caprese e di spaghetti aumma aumma, attraverso la strada e entro nel «parco filosofico» costruito dal professore svedese Gunnar Adler-Karlsson, economista di fama mondiale e filosofo per hobby. Passeggio fra i viottoli e i cespugli fioriti, fra lecci, mirti, ginestre e orchidee selvatiche, annuso mille profumi e medito sulle massime scelte con saggezza e un pizzico di pessimismo a proposito dell’umana natura: «Non vi sarebbe la presenza dei martiri senza la persecuzione dei tiranni (Tommaso d’Aquino)».

foto4 Monte Solaro

Dal Monte Solaro la bellezza è vertigine

Perché ho voluto prendere la funivia sapendo benissimo che soffrivo di vertigini? Se guardo in basso, verso i miei piedi e la scarna roccia, mi sento attratta dal vuoto. Meglio guardare lontano, verso la terra che scivola via fra i balzi, fitta di vigne e boschi e piccole case a cubo, verso il blu e ancora oltre, dove intravedo le sagome di Ischia e Procida e quel filo di eterna foschia che vela il Vesuvio.

Da quassù lo spettacolo è così inatteso che provo l’effetto di un massaggio cardiaco. Il cuore accelera per l’emozione che fa urlare di gioia persino i freddi giapponesi che, con telefonini e minicamere, riprendono solo un decimo di questa visione a 360 gradi sul mare più bello del mondo. Non esiste immagine che possa rendere la meraviglia e l’angoscia che si prova osservando lo strapiombo alto 600 metri: è davvero scioccante, con l’acqua verde chiaro vicino alla spiaggetta di sassi immacolati e i festoni di roccia bianca e asprissima che scendono fino in fondo senza interruzioni o distrazioni visive, capaci di attenuare per un attimo il terrore dell’abisso. Mi tiro indietro da questa insostenibile visione e, osservo, dall’altro lato, i faraglioni e villa Jovis, Tragara e Punta Campanella, dove la costa sembra toccare Capri, e mi ristoro con una vista più dolce e più da cartolina. Vele bianche solcano il mare, un motoscafo spunta veloce dai faraglioni e suggerisce l’idea di infinite possibilità, di feste e di felicità, di fughe e di ritorni.

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Scendo a piedi dal Monte Solaro verso Anacapri (ci vorrebbe un’ora, ma io vado lenta, mi godo ogni dettaglio e ci metto il doppio). Cammino sulla terra soffice come fra velluti, l’erba è fitta di anemoni bianchi e violetti, di ranuncoli gialli, di orchidee rosa ed euforbie dorate. All’inizio il sentiero è ombreggiato da grandi pini, poi prosegue fra lecci, roverelli e alberi di erica fiorita. Giro a destra al bivio per Cetrella e dopo pochi minuti di strada piana, fra querce e castagni, ecco l’eremo di Santa Maria, costruito dai Certosini nel XIV secolo, che ricorda l’Africa e il Marocco, con le cupole tonde sulla pietra rosata del tramonto e il portale bianchissimo di calce, con l’arco acuto come in certe moschee.

Torno al bivio per Anacapri a malincuore: non vorrei più andarmene di qui, la spiritualità del posto mi trattiene, ma è quasi sera. Pochi metri e sono a picco sopra Anacapri, che sta accendendo le prime luci contro il cielo rosato e trasparente e che da qui posso leggere in tutta la sua planimetria: la grande cupola della chiesa di Santa Sofia, il piccolo centro bianco dapprima compatto e poi sfilacciato con le case sparse in mezzo alle vigne, agli orti e ai campetti miracolosamente salvi dalle speculazioni. Più in là, i boschi orlano l’altipiano e fanno da ghirlanda all’abitato, quasi a volerlo proteggere dal precipizio del mare.

foto6 Villa San Michele

Il sentiero dei fortini, scivolare, come vele, fra rocce e vento

Il sentiero, un’assoluta meraviglia di natura e cultura, non è ancora stato inaugurato e solo i capresi doc ne conoscono l’esistenza. Parte dalla Grotta Azzurra e arriva al Faro, lungo la costa occidentale dell’isola, del tutto inaccessibile via terra prima che il Comune di Anacapri lo restaurasse. Non so chi abbia avuto l’idea di valorizzare questo museo a cielo aperto, facendone un paradiso consapevole: 200 ceramiche dipinte dall’artista Sergio Rubino con i testi poetici e precisi di Tullia Rizzotti, sono collocate lungo il sentiero per indurre il passante ad osservare da vicino la corolla rara del blu di Capri e il volo del falco, a annusare il profumo di liquerizia e curry dell’helichrysum rupestre, a immaginare la scalata dell’isola da parte dell’esercito napoleonico di Murat e ad ammirare il biancore delle «calcare», dove gli antichi capresi sbriciolavano senza pietà statue e colonne dell’empio Tiberio per rendere la calce più lucente.

foto7 Grotta Azzurra

Il sentiero è lungo cinque chilometri, ma sembra non finire mai e occorre una giornata intera per percorrerlo. Scelgo il tratto di mezzo, dalla Mesola al Pino, e mi incammino in una ventosa domenica di aprile, dotata di scarpe antisdrucciolo e borraccia. Scendo alla Mesola da piazza Caprile, lungo un sentiero che dopo le ville e un’immensa piscina, si inoltra fra lecci e ulivi e, verso il mare, sfiora la vegetazione sempre più bassa e tondeggiante. I cespugli fioriti d’oro e d’argento, gialli e viola, schiacciati a terra dalla forza del vento, qui si infittiscono e formano tanti cuscini su cui le furiose folate non trovano appiglio.

Arrivo al fortino di Mesola, una prua slanciata verso il mare perfettamente restaurata e mi trovo immersa in un paesaggio lunare, fra affilate rocce calcaree e fiordi profondi. Per proseguire verso il Pino mi aggrappo ai muri sbrecciati della vecchia «calcara», afferro i ginestrini della scogliera, procedo lentamente di traverso con lo strapiombo sotto di me: senza saperlo ho scelto uno dei tratti più aspri dell’itinerario. Il sentiero è bagnato dagli spruzzi e devo stare attenta a non scivolare, non c’è anima viva qui intorno. Provo l’emozione di una regata solitaria, a pelo d’acqua e sferzata dal vento, sono sospesa sullo strapiombo. Cerco di non guardare verso il basso e proseguo. Lo spettacolo della Cala di Mezzo, la scaletta che mi porta in alto fra cuscini rosa tenero e l’ultimo tratto fra la vegetazione più fitta dell’isola mi ripagano di ogni fatica. Arrivata al fortino di Pino la vista è incantevole: il mare si è placato e le acque della Cala del Tombosiello sono tornate ad essere turchesi e trasparenti. Ancora una volta la dolcezza di Anacapri ha vinto sullo spavento.

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