Armenia, la forza della memoria

Le mani di Yepraksia Gevorgyan carezzano il quadro non la foto della chiesa del villaggio da cui fuggì

 

 

L’anno scorso la Turchia, per la quale la parola è innominabile, richiamò per diversi mesi il proprio ambasciatore in Vaticano perché il papa, citando Wojtyla, aveva definito quello degli armeni come il «primo genocidio del XX secolo». Erdogan non la prese bene, la stessa reazione avuta di recente contro la Germania. Pazienza.

Francesco arriva in Armenia «per sostenere ogni sforzo sulla via della pace» ma non rinuncia a chiamare le cose con il loro nome. E così, quando al palazzo presidenziale ricorda lo sterminio patito dagli armeni nel 1915 (da 800 mila a un milione mezzo di vittime, secondo le stime) sotto l’impero ottomano, parla di «Metz-Yeghérn, il Grande Male che colpì il vostro popolo e causò la morte di un’enorme moltitudine di persone», e alla parola «tragedia» del testo scritto alza lo sguardo dai fogli e aggiunge a braccio, scandendo le sillabe: «Quel ge-no-ci-dio inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli». Il tutto, prosegue ancora a braccio, «mentre le potenze internazionali guardavano dall’altra parte».

 

 

Yepraksia Gevorgyan, 110 anni

 

 

Il papa è arrivato a Erevan (o Yerevan), capitale del «primo Paese cristiano» (il cristianesimo divenne religione ufficiale nel 301, prima di Costantino, «quando nell’impero romano ancora infuriavano le persecuzioni», ha ricordato Bergoglio), in una giornata calda e opaca che velava all’orizzonte la cima del monte Ararat, dove la Genesi racconta si sia posata l’Arca di Noè dopo il Diluvio. Visiterà il Memoriale di Tzitzernakaberd, la «collina delle rondini», sorta di Yad Vashem degli armeni, e incontrerà alcuni discendenti dei perseguitati. Il papa è stato accolto dal Catholicos dei cristiani armeni, Karechin II, che lo ospiterà per due giorni nella propria casa».

 

 

Ani, antica capitale

 

 

Quello che avete appena letto è la prima parte di un articolo del giornalista Gian Guido Vecchi, inviato in Armenia dal Corriere della Sera al seguito del papa, e pubblicato il 24 giugno 2016.

Poco più di un anno fa, nella ricorrenza del centenario del genocidio perpetrato dai turchi, il settimanale francese Paris Match pubblicò un'intervista esclusiva a Charles Aznavour, il più conosciuto tra gli armeni della diaspora, la cui famiglia materna fu sterminata. Il cantante franco-armeno, che si trovava a Erevan per le celebrazioni, rispose in quell’occasione alle domande della giornalista Méliné Ristiguian.

Insieme al brano del reportage del Corriere e all’intervista di Paris match, pubblichiamo le toccanti immagini di Diana Markosian, nata in Armenia quando il suo Paese faceva ancora parte dell’Unione Sovietica ed emigrata da bambina negli Stati Uniti insieme alla madre. Le sue foto, sempre incentrate sul rapporto tra memoria e luoghi, in questo caso hanno per protagonisti anziani armeni, bambini all’epoca del genocidio.

 

 

La fotografa Diana Markosian

 

 

Charles Aznavour: piagnucolare non serve

Come ha fatto la sua famiglia a scampare al genocidio?
«Mio padre, Micha Aznavourian, era un armeno della Georgia. In quel Paese non vi fu genocidio. Era cantante e aveva dovuto recarsi in Turchia per uno spettacolo. All'epoca aveva documenti russi, il che glòi ha salvato la vita. In Turchia, incontrò mia madre, Knar Baghdassarian, originaria di Ada-Bazar (Izmit) e la sposò. La mia famiglia materna fu completamente sterminata. Le uniche sopravvissute furono mia madre e la mia bisnonna. Tutti e tre hanno allora seguito il cammino della “transumanza”, comune a molti armeni: sono passati dalla Grecia, dove è nata mia sorella Aida, poi sono arrivati in Francia, dove sono nato io».

Il 24 aprile 2015 ha segnato il centenario del genocidio. Come discendente dei superstiti che cosa ha provato?
«Non amo parlare dell'aspetto emotivo. La lacrima non è mai stata il mio trucco. Quelli che piagnucolano non avranno nulla. Crede che piangerò il giorno in cui la Turchia ci darà ragione? In compenso mi ha fatto piacere vedere tanti rappresentanti politici e capi di Stato riuniti. Jacques Chirac era già venuto, Nicolas Sarkozy anche: era naturale che il nostro presidente partecipasse. Penso che abbia avuto una presa di coscienza e che questa continui. Lo scopo non è solo quello di parlare del genocidio armeno ma dei genocidi. È importante commemorare per non affondare nell'oblio».

 

 

Charles Aznavour. Foto di François Berthier

 

 

Che cosa pensa della recente dichiarazione di Erdogan: «Noi non portiamo l'ombra né la traccia di un genocidio»?
«È un peccato che faccia un mestiere come il suo, avendo così poca memoria. Il popolo turco è al corrente. Sono loro a manifestare per lo più: gli armeni della Turchia non si nascondono, però tengono un profilo basso, sanno cosa aspettarsi. Per fortuna ci sono sempre più turchi che scoprono le loro origini armene in tarda età e non hanno paura di dirlo. Nel documentario di Serge Avedikian «Abbiamo bevuto la stessa acqua”, si vedono dei turchi mostrare dei monumenti nascosti e presentarli come vestigia armene: questo prova che tra la gente le cose si evolvono. Non bisogna dimenticare una delle ragioni chiave di questo genocidio: è stato uno uno sterminio a scopo di rapina. Per depredare gli armeni di beni e denaro. Chi lo ha fatto si è arricchito sulla loro pelle e in seguito hanno ricoperto cariche importanti in Turchia. Il governo turco oggi ha paura che si punti il dito verso costoro. Erdogan dovrebbe mettersi fin d'ora dalla parte giusta. In ogni caso, da quando non ci sono più armeni, non accade più nulla in Turchia. Mi citi un scrittore mondiale, un cineasta, un musicista, un attore, un cantante, uno scultore o un pittore… Non hanno nulla di tutto ciò. Uccidendo la cultura armena, hanno ucciso la cultura turca».

Lei crede che un giorno la Turchia possa riconoscere il genocidio?
«Sono sicuro che accadrà. Incontro molti turchi: se vogliono vedermi è perché sono d'accordo con i nostri propositi. Ce n'era qualcuno a Erevan, per le commemorazioni. Sono venuti perché sono al corrente di quel che è veramente successo nel 1915. I giovani d'oggi non hanno colpe e dunque non hanno nulla da nascondere. Ma il comportamento di Erdogan nuoce considerevolmente alle generazioni future, perché saranno obbligate a portare un fardello che non è il loro». (Paris Match 27 aprile 2015)

 

 

I volti e i luoghi della memoria nelle foto di Diana Markosian

Previous Image
Next Image

info heading

info content

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi