Australia, Great Ocean Walk e i Dodici Apostoli

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di Ivano Sartori

 

Mary ci dà il benvenuto. E poi ci veste. Casacca catarifrangente gialla, guantoni da lavoro, forbici da giardiniere e istruzioni lampo: queste piante non si tagliano, quelle sì e poi le mettete là. «Là» è dentro la macchina che macina i rami potati spaccandoci i timpani. Siamo un gruppetto di apprendisti, venuti da Italia, Canada, Stati Uniti e Germania, a imparare come si tiene pulita una delle coste più burrascose e più ammirate dell’emisfero australe. Mezza giornata di lavoro in cambio di una vaschetta con panino, insalatina e bibita. Ma il vero salario è l'avventura pedestre che inizieremo da qui a poco.

Una camminata vedo-non vedo sull'orlo del precipizio, tra scogliera e macchie d'alberi, intervallate da lingue di sabbia deserte. Se vuoi un posto in prima fila nello spettacolo della natura, devi guadagnartelo sfrondandola un po'. La nostra missione ecologica è impedire alla vegetazione alloctona di soffocare quella autoctona. La pianta più perniciosa è quella delle more selvatiche. Se non è combattuta energicamente può cambiare la fisionomia del paesaggio. È la maledizione degli agricoltori che non riescono a estirparla.

 

 

Un tratto del sentiero Great Ocean Walk

 

 

Il premio del nostro simbolico repulisti iniziatico è dunque una scarpinatacon guida lungo il Great Ocean Walk, da Apollo Bay a Twelve Apostles, i Dodici Apostoli. L’itinerario si dipana parallelo, per modo di dire dato il suo andamento tortuoso che accondiscende ai capricci della natura, alla litoranea Great Ocean Road. Sentiero e asfalto appartengono al Victoria, lo Stato più piccolo e più verde dell’isola rossa (solo il 3 per cento della sua superficie), ma grande quanto mezza Italia.

Dopo i devastanti incendi del febbraio 2009, il Victoria è tornato a respirare. È una boccata d’ossigeno in un Paese bruciato dal sole. Lo dicono i nostri occhi, lo confermano le foto aeree della Nasa.

Prima di metterci in marcia, si fa dunque un po’ di educativo servizio civile a beneficio della conservazione di questo patrimonio paesaggistico che culminerà con l’apparizione dei Dodici Apostoli, impressionanti spuntoni di roccia calcarea che uno dei mari più cattivi del globo fa del suo meglio per sbriciolare. Sì, ci troviamo nel bel mezzo della lotta degli elementi, esaltati da sentimenti romantici di sturm und drang, tempesta fuori di noi e furori nei cuori. Un po’ meno nelle gambe.

 

 

Lungo il sentiero, la vegetazione è fonte di continue sorprese

 

 

A dirigere la sforbiciante brigata internazionale, la nostra guida Mary, statura latina, penetranti occhi azzurri, tenaglie al posto delle mani, instancabili pistoni d’acciaio camuffati da gambe umane e quel suo zaino da Mary Poppins da cui all’occorrenza saltano fuori cerotti, unguenti miracolosi, pastiglie, leccornie e altri confort per il camminatore novizio e un po’ arrugginito.

Seguiremo il suo passo misurato ma implacabile per annusare i profumi salmastri della brughiera, immergerci nelle cavernose oscurità delle foreste di eucalipti alti fino a cento metri tra i cui fusti fumigano nebbioline azzurrognole, calpestare spiagge irredente dalla wildlife, sorbire tè caldo e arrivare, esausti ma beati, alla meta di ogni giorno, un piccolo hotel design nascosto nella foresta pluviale, una scatola di legno ipermoderna e ipertecnologica, da cui ripartire ritemprati ogni mattina per un nuovo trancio di cammino: 104 chilometri in quattro giorni. Si può fare. E raccontarla in giro è una bella soddisfazione.

Il sentiero a saliscendi, che rasenta il mare o lo sovrasta, solo a tratti entra in contatto con la carrozzabile battuta dai pigri e dai guardoni che si accontentato di uno sguardo oltre il finestrino per godere immeritatamente dell’apparizione dei Dodici Apostoli.

 

 

Un pescatore a Johanna Beach

 

 

Sulla sabbia delle spiagge le orme dei camminatori si affiancano e s’incrociano solo con quelle leggere dei gabbiani e altri malmostosi uccelli marini che paiono non gradire intrusioni. Scavalchiamo aiuole di fiori fragili e pantani da brodo primordiale passando su passerella di legno stile Ikea. Un paio di volte intingiamo gli scarponi in vaschette di acqua trattata per non trasmettere virus da un micro habitat a un altro. Di tutti questi fiori è inutile chiedere i nomi: sia il latino che l’indigeno sono intraducibili in italiano. Vietato toccare. Il pollo che allunghi un dito per carezzare un petalo può ritrovarsi con le dita tranciate dal trinciapollo di ranger Mary.

Traversiamo i boschi dell’Otway National Park, ci trasciniamo nella sabbia madida di Johanna Beach, la grande spiaggia dei surfisti, deserta perché non è ancora la loro stagione. Camminiamo lungo i bordi sfrangiati del Campbell National Park. Ci risciacquano inattese acquerugiole, ci asciuga il sole.

 

 

La cupa bellezza del cielo tempestoso

 

 

I cambiamenti sono così improvvisi che togliersi e mettersi la giacca impermeabile diventa una specie di reiterato spogliarello, la principale occupazione dopo quella di muovere le gambe. Ventate gelide si alternano a vampate di calore. Mai mezze misure. I flutti schiumosi e mugghianti ci ricordano che siamo sulla Shipwreck Coast, la costa dei naufragi dove si sono inabissate non meno di milleduecento navi. Come la goletta Loch Ard colata a picco nel giugno del 1873. Delle cinquantatré persone a bordo, se ne salvarono solo due che riuscirono a raggiungere una gola stretta dove si rifugiarono in una caverna. Una scaletta permette ai più curiosi di scendere nel provvidenziale antro dei naufraghi. A chi soffre di vertigini sarà sufficiente un’occhiata all’ancora della nave, custodita al Museo del Naufragio di Port Campbell e lasciare che sia l’immaginazione a fare il resto.

È pomeriggio fatto quando i nostri occhi scorgono in lontananza le sagome colonnari, i pinnacoli rossastri del Dodici Apostoli. I più alti s’innalzano oltre i sessanta metri dal pelo arruffato del Mar di Tasman. Il sole comincia a colorarli di rosso quando riusciamo a conquistarci un posto in prima fila nella veranda protesa sullo strapiombo della falesia costiera, dove chi si è guadagnato il trofeo con i piedi ha la stessa visione di chi ha usato i piedi per manovrare freno e acceleratore.

 

 

La furia del mare

 

 

Ci beiamo della vista degli Apostoli. Quel che vediamo oggi, domani potrebbe non esserci più. I calcarei colossi hanno piedi d’argilla. A parte che non sono mai stati dodici, a meno che non si contino anche quelli a pelo d’acqua, ben tre fra i più maestosi sono crollati in rapida successione e inquietante crescendo in meno di vent’anni, una scintilla del tempo per chi aveva venti milioni di anni. Nel 1990 si sgretolò l’arcata del London Bridge. Due turisti rimasti isolati sul pilone piantato nel mare furono tratti in salvo con l’elicottero. Un faraglione franò in pochi secondi nel 2005. E la Island Archway, un arco di roccia alto venticinque metri, si è sbriciolato in meno di un minuto in una notte da tregenda nel 2009.

Per quanto imponenti, questi torrioni, pezzi di roccia che il mare ha separato dalla costa con le sue unghie rabbiose, si sgretolano sotto l’attacco terroristico di onde furiose a digiuno di navi. Il mare si succhia quel che resta dei Dodici come zollette di zucchero. Nessun può farci niente, l’incontenibile ferocia dei marosi e la resistenza passiva dei monoliti superstiti fa parte dello show ininterrotto. E chissà che tra quanti sono qui oggi a fotografare e riprendersi, non ci sia un maniaco di catastrofi da youtube. Uno cui piacerebbe immortalare in diretta il cedimento di un Apostolo. Per poter dire: io c’ero, l’ho visto e l’ho fotografato, guarda qui. Uno arrivato in auto, naturalmente.

 

 

La pioggia ristoratrice

 

 
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