Autostop, due studenti Erasmus on the road

Simone (a sinistra) e Jonay

 

 

Addio Estonia

- Venga Jonay, vamos!
È mercoledì e siamo ancora qui. Mi chiedo fin dove riusciremo ad arrivare in questo strampalato viaggio di cui nessuno sa nulla, a parte la destinazione finale.
Dovevamo partire sabato scorso, ma ovviamente non ci siamo riusciti. J, cioè Jonay, l'artista della lentezza e della sbadataggine, è riuscito nell'epica impresa di ritardare di ben quattro giorni il nostro addio a Raatusee e ai nostri amici tramite un graduale susseguirsi di fiorenti problematiche che necessitavano il giusto tempo per essere risolte.
Il primo intoppo è avvenuto sabato: voleva, come me, celebrare degnamente la fine del nostro Erasmus, anche se in questi primi giorni di giugno sono rimasti pochi superstiti dell'orda studentesca. La nostra gigantesca dimora si è svuotata; l'allegria sostituita dalla rassegnazione che tutto, a questo mondo, ha un inizio e una fine. Almeno nella concezione umana.
Dopo l'hangover totale di domenica, lunedì mattina, svegliati con eccitazione per la partenza ormai prossima, è toccata invece alla scusa dei vestiti sporchi: con lo zaino fatto e la testa già altrove, mi sono dovuto accomodare di nuovo e attendere lo scorrere di un'altra giornata perché The Princess, come lo chiamano alcuni, si era dimenticato di lavare i quattro vestiti che metterà nello zaino.
La domanda sorge sempre più frequentemente nelle ultime ore: con chi sto partendo?
E così gli abbracci, le strette di mano, gli occhi lucidi e i sorrisi malinconici non hanno conseguito il loro scopo: nessun addio, solo l'ennesimo falso preludio.
Il martedì l'ulteriore impegno fuori programma dello spagnolo ci ha bloccati, ancora. Un'agonia.
Si è creato un giro di scommesse sulla nostra effettiva partenza.
Al momento del vero distaccamento le lacrime erano chimicamente finite e l'agitazione ormai affievolita.
Oggi, mercoledì, se Dio e Jonay vogliono, abbracceremo e saluteremo amici che, con ogni probabilità, difficilmente rivedremo ancora.
Si lascia l'edificio che sono le undici di mattina, quando il piano prevedeva l'uscita alle nove e mezza. Almeno un'ora di ritardo: giusto per non smentirci, a noi non piace non sbagliare quindi manteniamo una certa disorganizzazione. In fondo, il viaggio non è stato minimamente programmato. Nelle nostre teste un solo punto fermo: dall'Estonia all'Italia in autostop, passando obbligatoriamente per Vilnius, Varsavia, Kosice, Budapest, Zagabria, e probabilmente anche da qualche parte in Slovenia, per il semplice fatto che abbiamo compagni di Raatusee ad aspettarci in ognuno di questi luoghi. La penna ha tentato di mettere su carta un accenno di percorso riferendosi alle mappe, ma ci siamo resi conto che per strada può succedere di tutto; quindi meglio avere un obbiettivo per ogni nazione, orientandoci di volta in volta.
Un passo dietro l'altro, un pollice dopo l'altro.
Oggi è il fatidico giorno: mi incammino per più di duemila chilometri con uno zaino e la mia mano, e una sola preoccupazione che si ripete nella testa: dovrò essere a Torino entro due settimane.
Il motivo è dato dall'imminente fine del mio percorso universitario, avvenimento questo che diviene generatore di un obbligato incontro con il mio relatore per discutere di cosa andrò a trattare nella tesi: l'unico peso che aggrava il fluire dei miei pensieri, per il resto sento i nostri animi leggerissimi, pronti a staccarsi dalla cima della roccia e buttarsi in un baratro di scoperte e avventure in balia degli eventi, sperduti tra le terre desolate di una misteriosa Europa.
A dimostrazione dell'efficienza gestionale ereditata dalle nostre culture, quella spagnola e quella italiana, il fatto di essere riusciti a metterci in marcia senza l'oggetto fondamentale per un viaggio del genere, la prima idea da concretizzare: una tenda. In autostop per tutto il continente evitando l'uso di ostelli, hotel o altre sistemazioni a pagamento: si, forse la tenda ci servirà.
La nube di dubbi sulla riuscita dell'impresa si addensa.
In questi giorni logoranti di finte partenze non abbiamo avuto nemmeno l'accortezza di recarci in qualche negozio a cercare l'utile strumento per accamparsi. Ne abbiamo parlato, ma non l'abbiamo mai fatto: tipico dei popoli caldi.
I nostri bagagli comprendono uno zaino Invicta delle superiori con cui sono andato letteralmente ovunque nella mia vita, una borsa a tracolla semidistrutta gentilmente regalataci a inizio anno accademico dall'università di Tartu e uno zaino da montagna nuovo sfavillante comprato per l'occasione dal fenomeno spagnolo alle cui cerniere sbatacchiano arnesi penzolanti per probabili cucine improvvisate; vi è anche appesa una busta di plastica con un paio di Superga maleodoranti. Non abbiamo sacchi a pelo e ci mancano molti oggetti utili per affrontare una spedizione di questo tipo, però riusciamo a trascinare con noi la scacchiera di Faris, il nostro compagno di appartamento palestinese amante degli scacchi: mentre si aspetta sul ciglio della strada potrebbe succedere che ci si annoia.
Veniamo scortati fino alla fermata del pullman di linea dai due messicani, veri e unici mariachi presenti a Tartu, e dal ninja di Singapore, alias Ken, si, proprio come il fidanzato di Barbie. Il bus ci serve per raggiungere la periferia e incamminarci oltre il confine urbano, l'habitat naturale di un'autostoppista, o per lo meno, così dovrebbe essere. Ormai abbiamo raggiunto le due ore di ritardo sul nostro personale tabellino di marcia, nonostante questo Jonay continua a ribadire il suo punto di vista: - Dobbiamo comprare la tenda.
Forse ha ragione.
Per nostra fortuna il negozietto seminascosto in cui ci intrufoliamo non dispone di una vasta scelta, ma nonostante la scarsità di materiale iniziano i primi battibecchi.
- Questa che è più grande – propone lo spagnolo.
- No, prendi l'altra che costa meno – ribatte l'italiano.
- Ma non ci stiamo.
- Allora guarda questa, ancora meglio.
- Troppo complicata da montare.
Addirittura sul colore riusciamo a confonderci. Casa Vianello versione On the Road ma in lingua spagnola e senza sottotitoli

 

 

Simone mentre aggiorna il suo diario di viaggio in attesa di un passaggio, in Estonia

 

 

Sulle montagne della Polonia

Le orecchie sono tappate. Schiaccio le narici mentre espiro più aria possibile.
Anche Jonay si pizzica il naso. La strada continua a scendere e salire come sulle montagne russe.
- Mi fischiano le orecchie – la voce esce storpiata dal continuo soffiare, come se si fosse buscato un tremendo raffreddore.
- Guarda che nuvoloni. È tutto grigio, ovunque. Ci manca solo la pioggia mentre faremo autostop sui monti con le capre. Jonay è alquanto turbato
- Non so se ti rendi conto di dove ci troviamo.
Un quadro dall'aria fiabesca sembra avvolgerci da ogni lato. Siamo a bordo dell'unico mezzo che sale arrancando nella morsa di strette stradine di montagna, perdendosi tra solitari banchi di nebbia che si insinuano tra un valico e l'altro.
- È bellissimo - i suoi occhi si perdono meravigliati.
Il bus scende in picchiata dopo ogni cima faticosamente raggiunta, dimenandosi tra una curva e l'altra.
Non abbiamo la minima idea di dove scendere.
Ancora affannati, in preda allo scombussolamento, ci siamo resi conto troppo tardi che non sapevamo né dove stavamo andando né quale sarebbe stata la nostra fermata, quindi ho domandato all'autista. Doversi capire senza l'uso della grammatica mentre uno dei due guida un cinquanta posti tra curve e pendii poco rassicuranti non è stato facile. Ci dovrebbe fare un segno nelle vicinanze della terra slovacca.
Non siamo per niente tranquilli; ecco perché io e il mio socio in affari ricontrolliamo la mappa. Ormai conosciamo il nostro nemico e lo sconfiggiamo: senza dover invadere metà autobus con lo straripamento cartaceo riusciamo a recuperare le informazioni geografiche che ci interessano.
Sali e scendi. Non c'è mai stato un momento in cui l'asse del mezzo si sia ritrovato perfettamente in bilico per più di trenta secondi. L'unica domanda che sorge spontanea in tale situazione è se il paesello in cui verremo scaricati si trovi sopra o sotto.
L'acquazzone non è ancora venuto giù, il bastardo attende il momento in cui saremo totalmente inermi e scoperti sulla strada. Il cielo sa, il cielo aspetta.
L'ora della verità: veniamo abbandonati su una delle innumerevoli cime di queste colline nebbiose.
- Adesso ci divertiamo – la voce mi esce senza volerlo, così come il sorriso beffardo che sento formarsi tra le mie guance.
Brutale la sentenza spagnola: - Questa volta non ci troverà nessuno.
Per caricare la dose, il cielo decide che è il momento propizio: dallo spesso grigiore che copre le nostre teste comincia a cadere una timida pioggerella che cresce in velocità e quantità secondo dopo secondo. Innaffiamento per i nostri fertili sentimenti di malumore.
Jonay tira fuori l'impermeabile, una mossa che non mi aspettavo. Spagna uno, Italia zero. Mi ha battuto, devo ammetterlo.
Sconfitto e bagnato. Per fortuna la pioggia pare già diminuire, divenendo finissima, quasi invisibile. Il giusto tocco ad un atmosfera già irreale.
- Ho la cartella fradicia! Tutta la roba si sta bagnando! - la voce del perdente - Non c'è un cazzo di riparo qui! Dai, avviamoci verso la nostra strada. Dovrebbe essere quella no? - indico una lingua di asfalto che si perde nel bosco di questa fitta vegetazione di montagna.
- Si, dovrebbe... – lascia in sospeso una poco entusiasmante sensazione di titubanza.
- Cazzo - mi sfilo lo zaino e tiro fuori una felpa per coprirlo. La seconda felpa ce l'ho addosso, completamente inzuppata. Un disastro.
Ci fermiamo.
I sentimenti che respiriamo fanno a lotta, da una parte il malcontento, la rabbia, la disperazione; dall'altra la tranquillità, l'accettazione, il godimento. Quest'ultimi emergono silenziosi mano a mano che comprendiamo l'inutilità dei primi: inermi di fronte al cospetto di antiche forze ben più grandi di noi, gli inquieti spiriti si concedono una tregua obbligatoria. Per quanto sia effettivamente una situazione di merda, l'energia di questo presente così difficile da affrontare trabocca di fascino: ci avviciniamo al precipizio, lasciamo che disappunto e paure scivolino via come l'acqua sulla nostra pelle e ammiriamo queste colline polacche che si espandono una dopo l'altra sotto i nostri occhi attoniti, stradine che rincuorano paeselli sparsi qua e là, a volte precipitando tra i vuoti silenziosi di una terra avvolta dalla sicurezza della natura, la madre che qui domina incontrastata; si percepisce ovunque la sua presenza.
La pioggia è talmente fine che non sembra reale. La faccia bagnata è la sola prova che esista.
C'è un aria di magia tra queste valli; forse anche la delicatezza dell'acqua che cade dal cielo e la completa assenza di altri esseri umani aiuta a regalarci questo momento di profonda comprensione.
Un lungo e pulito respiro. Calma.
Solo cinguettii eccitati fra le foglie bagnate.
Riequilibrare l'animo. Alzo la testa verso il mistero di quegli enormi ammassi nuvolosi, prepotenti ma affascinanti, che ci sovrastano con la loro nobiltà piena di rispetto.
- Dove siamo? - domando con una voce che non e' la mia, continuando ad ammirare la meraviglia del mondo di fronte a noi, assaporando, e non più maledicendo, i piccoli corsi d'acqua che percorrono il mio volto senza un ordine preciso.
Jonay ha afferrato il vero senso della mia domanda: - In qualche fiaba.
La tranquillità e' il regalo più prezioso in questo piacevole smarrimento.
Il rumore di una macchina sveglia i nostri spiriti assopiti.

 

 

Da qualche parte, in Croazia

 

 

L'autore

Simone Pacca si racconta. Ventisei anni, affitti pagati e pedalate per andare a lavoro in due continenti, cinque nazioni, forse sei località, sicuramente con più di 10 biciclette diverse. Sono tornato da poco da un'esperienza di due anni fra Melbourne e Sydney, ora vivo a Londra, ma la laurea l'ho presa a Torino, con un anno di Erasmus a Tartu, mentre vivevo a Ibiza. Vabbè, non vi parlo dei miei viaggi sennò incasino la biografia. Devo precisare però: Tartu, in Estonia, rimane forse l'esperienza da cui non ti sveglierai mai. Un sentimento troppo forte che ci ha dato il coraggio, a me e a quello spagnolo là, di buttarci come zingari per le vie sconosciute di paesi dai nomi impronunciabili. Da qui nasce successivamente il mio primo libro, il diario di un viaggio, ma un viaggio vero, senza tempo né spazio, all'insegna della libertà nella sua forma più totale.

Amo scrivere, diciamo che è una mia estensione: scrivo per tirar fuori ciò che mi strozza o che mi esalta, scrivo per parlare o per sfogarmi con chi non c'è, scrivo quel che mi succede quando vivo pienamente il presente. Praticamente inondo d'inchiostro qualunque foglio bianco mi capiti a tiro da quando ho 15 anni. Ecco quindi che una tale passione ha bisogno a un certo punto di esprimersi in maniera più matura, più grande. L'avventura in autostop in mezzo all'Europa era uno stimolo gigantesco, troppo forte per non assecondarlo. Ho dovuto scriverlo, ero obbligato moralmente a raccontare quello che abbiamo vissuto lassù. Piaccia o non piaccia, sicuramente sarà difficile annoiarsi.

 

 

Simone ha cucinato la pasta al salmone con panna e voka, in casa di un'amica, a Zagabria

 

 

L'appello

Questo libro deve prendere vita. La storia che racconto è un omaggio non solo a due giovani studenti assetati di avventura, ma è anche un voler condividere le emozioni di un viaggio vero, senza tempo né spazio, che profuma di quella libertà che tendiamo a dimenticare mentre cresciamo, ma che sono sicuro rimane semplicemente addormentata dentro ognuno di noi.
Il libro è stato accettato da Bookabook, la più famosa piattaforma italiana di crowdfunding per libri inediti, per essere trasformato in una campagna di fondi che, se raggiungerà la cifra finale, porterà alla pubblicazione di 2 Erasmus in Autostop. In pratica chi decide di sostenere il progetto altro non fa che acquistare una copia prima ancora che venga pubblicata e stampata: se la campagna raggiunge il suo goal il libro prenderà vita e ciascun sostenitore riceverà la sua copia direttamente a casa, mentre in caso contrario tutti i soldi verranno restituiti.
Qui potete trovare l'intera descrizione del libro, l'anteprima (prime 45 pagine scaricabili gratuitamente) e l'opzione per sostenere il progetto ovvero prenotare una o più copie, cartacee e ebook: https://bookabook.it/projects/2-erasmus-in-autostop/
Al momento sono a quota 35% ma mi serve l'aiuto di chiunque non sia indifferente alle lotte per realizzare piccoli grandi sogni e, soprattutto, di chi abbia innato nel proprio essere il bisogno di esplorare, di capire, di buttarsi nell'ignoto, perché queste pagine vi porteranno a esplorare un'Europa sconosciuta, senza mappe, senza telefoni, totalmente in balia degli eventi e protetti lungo il tragitto dalla bellezza che avvolge questo incredibile mondo. Venite con me e lo spagnolo sulla strada, imparate ad aspettare, qualcosa, prima o poi, accadrà. Tutto quel che leggerete è realmente successo.

Pagina Facebook con foto e frasi del libro, in inglese e italiano:  https://www.facebook.com/2Erasmus-in-AutoStop-1510488249258863/

Condividete con altri lettori ed esploratori.

Un grazie sincero a chiunque mi sosterrà, mi leggerà, ne parlerà o semplicemente sorriderà davanti a tutta questa storia.

 

Le foto
Scrive Simone: «Molte di queste foto sono scannerizzate perché ci siamo portati dietro solo la usa e getta a pellicola (il mio compare di avventure spagnolo è un artista, amante delle cose vecchie, quelle cose che avevano più valore. Secondo lui una foto a rullino ha più veridicità' di una digitale. Beh, non posso dargli torto), ma una o due sono normali».

 

 

Siamo passati di qui: le foto «veridiche» di Simone e Jonay

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