Bangladesh, le mani di Carmine

Carmine Del Rossi

 

 

testi e foto di Roberto Longoni

Nel 2011 e nel 2012, Roberto Longoni, inviato della Gazzetta di Parma, scrisse due articoli sul Bangladesh, a distanza di un anno l'uno dall'altro. Protagonista di entrambi, un medico italiano, Carmine del Rossi, che ha passato gran parte del suo tempo libero a curare i bambini di quel Paese. Gli articoli furono pubblicati con l'occhiello «Buone notizie», una definizione cancellata dagli atti terroristici compiuti a Dacca il primo luglio di quest'anno. Pubblichiamo i due articoli perché in essi sono contenuti sia la bontà dei volontari che agiscono a ragion veduta, sia i germi della cattiveria che colpisce alla cieca.

 

 

25 anni dopo

 

 

Venti di terrorismo. Questa foto è stata pubblicata dalla Gazzetta di Parma il 31 maggio 2016 con la seguente didascalia: «Il direttore di Chirurgia pediatrica Carmine del Rossi e la sua équipe hanno compiuto la 25esima missione umanitaria in Bangladesh. Un impegno che prosegue nonostante gli attentati dell'Isis».

 

Del Rossi, i 20 anni del «boro doctor» in Bangladesh

Le mani. Ne hanno fatto di strada: migliaia di miglia nel nome della solidarietà. Ne hanno «interrogati» di bambini nati, ne hanno curati, in uno dei Paesi in cui essere malati è come una colpa e guarire quasi un miracolo. Carmine Del Rossi mostra le sue mani, reduci per la ventesima volta dal Bangladesh, e spiega: «Nel nostro lavoro non possono essere sostituite, e sono loro, laggiù più che altrove, a fare diagnosi, a guarire». Mani che quest'anno hanno ricevuto strette e applausi più calorosi del solito.

«Padre Carlos (il responsabile dell'ospedale, ndr) ha organizzato una grande festa, con tutte le suore e i saveriani che hanno partecipato alle missioni. “Grazie per questi 20 anni di Chirurgia pediatrica in Bangladesh” era scritto su uno striscione. C'è stata una messa celebrata da sette preti nella cattedrale di Khulna e una cena con il vescovo, con 55 persone. Ci sono stati canti e danze». E i piccoli pazienti sfoggiavano, oltre ai sorrisi di sempre, cartelli di ringraziamento. «Anche Emilio (Casolari, ndr) s'è commosso per me».

Giovanni Casadio annuisce accanto a Del Rossi: era uno studente di Medicina, quando il direttore di Chirurgia pediatrica organizzava la prima missione in Bangladesh, a stragrande maggioranza musulmana. Ora, da chirurgo, è al quarto ritorno dal Paese del grande delta, al secondo da Mimensingh, dove lo scorso anno ha aperto per «Operare per» un fronte parallelo per Chirugia pediatrica. «Abbiamo visitato 150 bambini e fatto 57 interventi - racconta -, mentre l'anno scorso, quando la nostra missione fu innanzitutto esplorativa, furono una quarantina. E appena arrivati, quest'anno, siamo stati impegnati in un intervento per una grossa malformazione ano-rettale. L'ospedale, realizzato in un edificio dei Saveriani, ha 45 posti letto e una sala operatoria bella, pulita. Lo mandano avanti le suore coreane di Saint Vincent de Paul. Abbiamo applicato i metodi organizzativi di Khulna, che ha molti anni all'attivo».

Gli anni che Del Rossi ha dedicato al Bangladesh. Venti, appunto. Non lo fermarono né la prima né la seconda guerra del Golfo. Non lo fermò l'11 settembre. Eventi che scatenano epidemie di tensione e paura, che rischiano di trasformare in bersagli anche chi dall'Occidente viene per portare speranza. «Non c'è mai successo nulla - dice il direttore di Chirurgia pediatrica del Maggiore -. Ma cerchiamo di stare dentro il più possibile».

Precauzione semplice, perché è la regola a Khulna: in ambulatorio o in sala operatoria dalle 8 fino a dopo le 20, tutti i giorni. Tempo per andare in giro non è che ce ne sia molto. Una maratona da un paziente all'altro. Tante famiglie hanno scritto il loro nome in una lista d'attesa che si rinnova da un anno all'altro; tanti sono in fila, ad aspettare tra gli alberi del giardino del Santa Maria Sick Assistance Center. «Quest'anno - racconta il direttore di Chirurgia pediatrica - ne abbiamo visitati seicento; gli interventi sono stati 131. Siamo arrivati a 1959 in vent'anni di missioni». E rispetto al passato ci si concentra sempre più sulle operazioni lunghe e complicate, con una durata media di sette-otto ore». Sono cresciuti i numeri dei pazienti, si sono allargati i confini della missione.

Parma continua a rappresentarne il cuore, ma molti sono i medici che provengono da altre città. O anche da oltre oceano. Tony Caldamone, chirurgo pediatrico americano, anche quest'anno per otto giorni si è messo a disposizione della squadra della solidarietà, con una giovane specializzanda di Boston. Tra le operazioni, Del Rossi ricorda quella su Anna, una sposa bambina devastata da un trauma da parto in un villaggio. «Serviva un taglio cesareo. Invece le premettero il ventre, fino a fare uscire il bambino. Morto. La madre, invece, ebbe lacerati la vescica, l'uretra, l'utero, la vagina e il retto». Come se fosse stata colpa sua, fu emarginata dal villaggio, fu ripudiata dai genitori. Perse tutto, anche il sorriso. Solo una nonna le rimase vicino. Fu lei ad accompagnare Anna dal «boro doctor» (il grande dottore: così viene chiamato Del Rossi a Khulna) lo scorso anno. «La sottoponemmo a una colostomia e le asportammo l'utero che sanguinava» ricorda il direttore di Chirurgia pediatrica. L'operazione di quest'anno le permetterà di riappropriarsi della dignità e della sua vita di donna. Per nove ore Anna è stata sotto i ferri. «Finito l'intervento, la specializzanda di Boston ha esclamato: “Voi avete davvero cambiato la vita di questa ragazza”».

Non è l'unica, perché in un modo o nell'altro si potrebbe dire lo stesso degli altri 130 operati dalle équipe di «Operare per», tutti affetti da malformazioni ano-rettali e all'apparato genitale. Patologie che ti rovinano l'esistenza. Tre sono stati gli interventi durati otto ore: uno per l'ampliamento vescicale di una diciottenne che Del Rossi operò una decina di anni fa di estrofia vescicale («Ora, siamo intervenuti per correggere l'incontinenza»). Otto ore è durato anche l'intervento per una fistola retto-vaginale alta. «Così come quello su un bambino con sei ureteri: li abbiamo reimpiantati tutti nella vescica». Un caso eccezionale. Mentre ci sono casi frequenti: di famiglie che si caricano di debiti per curare i loro figli. Spesso senza risultati. «Come quella paziente operata sei o sette volte a Calcutta, a pagamento». Finito l'intervento, i genitori non potevano credere che non si dovesse più fare nulla. E che non si dovesse più tirar fuori soldi dal loro portafogli già svuotato.

Cresce il numero dei pazienti che vengono dalle città e non solo dai villaggi. «E il lavoro diventa sempre più sofisticato, perché le operazioni più semplici le fanno i medici locali». Più sofisticati anche i mezzi in dotazione dell'équipe della solidarietà. «Avevamo un ecografo portatile - ricorda Del Rossi - , messo a disposizione da un signore di Milano, rappresentante di una ditta del settore. Un apparecchio molto sensibile». E dove non arriva quello, arrivano le mani. (Roberto Longoni, Gazzetta di Parma, 11 marzo 2011)

 

 

L'ospedale di Khulna

 

 

Khulna, il bisturi della speranza compie 21 anni

Chi è cresciuto sentendo parlare di Bangladesh: certo che, prima o poi, ci sarebbe andato, con indosso un camice. Chi, in Bangladesh è cresciuto sentendo parlare del «boro doctor», Carmine Del Rossi, il «grande medico» italiano che da ventun anni con le sue équipe di «Operare per» ridà speranza a tanti piccoli nati dalla parte sbagliata della vita. Ormai, è come se un ponte mentale -  di pensieri, ricordi e aspettative - unisse in ogni momento Parma e Khulna, al di là della durata delle missioni. Un ponte da percorrere in entrambe le direzioni.

Così, per il 27enne Alberto Scarpa, partire per il Bangladesh è stato un po' come tornare in Bangladesh. «È da quando ho sette anni che ci penso - spiega lo specializzando in Chirurgia pediatrica, figlio di un medico -. Quante volte ho sentito i racconti di queste missioni: mio papà c'è stato per anni con Carmine, che per me è come un secondo padre. Mio cugino anestesista è a sua volta andato a Khulna». A questo punto, mancava solo Alberto, che ora dice di sentire già la mancanza del Bangladesh. «Sono arrivato con un grandissimo entusiasmo, e per un mese e mezzo ho vissuto una full immersion al Santa Maria Sick Assistance Center di Khulna. Ma il vero impatto, l'ho subito al rientro in Italia: ripensando a quei bambini, ho provato la paura di non vedere più qualcuno di loro». Per quanto «preparato», Scarpa ha scoperto una realtà diversa. E ha capito anche qualcosa di più di sé, dei suoi desideri. «Ora sono certo di una cosa in più: voglio dedicarmi alla Chirurgia pediatrica, tutte le mie motivazioni sono confermate».

Con la scoperta di qualche aspetto in più. «Come il valore della collaborazione con i radiologi» spiega lo specializzando. Simone Cella, medico radiologo, annuisce al suo fianco. Per lui più che per altri, la missione in Bangladesh è stata anche un viaggio nel tempo. «La radiologia laggiù è quella che da noi era 30-40 anni fa». Cella qualcosa se l'è portato dall'Italia - dai liquidi di contrasto ai grembiuli di piombo - appesantendo non poco il bagaglio. Al mattino, il medico radiologo faceva il giro visite con gli altri al Santa Maria e quindi andava in Radiologia, in una struttura vicina. «E al pomeriggio - sorride - ci permettevamo una “botta di tecnologia”, con l'ecografo portatile». Un apparecchio con il quale ha fatto 200 esami (150 le radiografie eseguite da lui). «Certo - prosegue - l'impatto con la realtà potrebbe essere traumatico. Ma l'esperienza dell'équipe è un buon antidoto alle difficoltà».

Più difficile ancora è a Mimensingh, nella seconda missione avviata da Del Rossi, in un piccolo centro più a nord. «Qui non c'è un meccanismo oliato come a Khulna» spiega Francesca Caravaggi, schermendosi di fronte a chi le ricorda che per la prima volta era lei alla guida della missione («per me siamo tutti insieme»). «Laggiù non c'è una struttura come il Santa Maria, con l'organizzazione di suor Tecla». Eppure, si è riusciti ad affrontare anche patologie complesse, riuscendo a eseguire «una settantina di procedure in 15 giorni - ricorda la chirurga pediatrica -. Tra queste, quelle per un ampliamento vescicale durato 10 ore, sei malformazioni anorettali e la plastica di una neovagina. I bambini visitati sono stati 120 in tutto».

Altri numeri, rispetto a quelli di Khulna, dove si è arrivati alla 21esima missione. «Quest'anno - racconta l'anestesista Federico Martello - si procedeva in contemporanea a due interventi». E alla fine, in un mese, sono stati 158. Molti dei quali complicati, lunghi. Martello, una lunga esperienza con Emergency (con periodo di volontariato in Sierra Leone e a Misurata, durante l'assedio delle forze di Gheddafi), era alla «prima» in Bangladesh. «Esperienze diverse - ricorda -. Qui si tratta di una missione di chirurgia specializzata, che in vent'anni ha affinato il proprio livello, sia dal punto di vista dei materiale che degli anestetici». Diverso per lui anche il rapporto con la gente, alle prese sì con l'indigenza e la malattia, ma non con la guerra.

La gente e i suoi sorrisi, la gioia dei bambini (nonostante la povertà, i più felici del mondo, secondo uno studio dell'Onu). Claudia Gatti, in Chirurgia pediatrica al Maggiore dal 2005, ne aveva sentito a lungo parlare. Aspettava solo l'occasione di trovarcisi in mezzo di persona. E' successo quest'anno. «E per me è stato un grande onore: aspettavo la chiamata da Del Rossi - sorride il medico -. Un'esperienza importante, sia dal punto di vista professionale che da quello umano. La gente, i missionari saveriani, le suore: tutti danno qualcosa. E tra i medici e gli infermieri si vive molto il gruppo, rafforzando i rapporti. Era come se ci conoscessimo da sempre anche con i colleghi non di Parma. Infine, emerge uno spirito che ti permette di vivere con semplicità anche le situazioni più complesse». Utile anche al rientro in Italia, dove si si è specializzati nel fare il contrario. (Roberto Longoni, Gazzetta di Parma, 13 aprile 2012)

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