Bangladesh, sulle orme della tigre reale del Bengala

Una donna si riposa sui cavi Internet destinati all'università di Dacca, capitale del Bangladesh. (Gmb Akash)

 

di Roberto Longoni

 

 

Scampanellano i risciò, la sveglia collettiva al mattino che ancora si stiracchia tra la nebbia, le polveri e i fumi della città. L’asfalto sbrecciato sussulta lungo risaie, botteghe d’artigiani e capanne dai tetti di lamiera: non si esce più dallo sterminato suburbio di Dacca, capitale brulicante d’uomini che anche in pieno centro è periferia del mondo. Il giorno è ancora senza tempo, il luogo è indefinito. Nell’aria umida, odore di smog e di marea spinta fin quassù dal lontano golfo del Bengala. Per strada, donne con il capo coperto dal niqab lasciano uscire scuri sguardi di fuoco dalla feritoia degli occhi. Bambini salgono al volo su autobus senza porte, tirano carretti carichi di putrelle d’acciaio, di enormi bambù o di sacchi di riso; raccolgono rifiuti ai lati della strada. Altri giocano alla lippa, centrando con il bastone bottiglie di plastica vuote, o si tuffano nell’acqua verde e ferma dei pukur, gli stagni tra le case riempiti dalle piogge, che fanno da piscine e acquari, lavandini e bagni.

 

 

Niqab

 

 

Felici di niente, i piccoli contagiano di gioia gli adulti fasciati dalle gonne dei sarong, che trascinano ai piedi sghembe infradito. Molti hanno la bocca rossa di pan, la droga da masticare, di betel e calce: stordisce, non fa sentire la fame. Sulle loro spalle, giacche dalle taglie esagerate. Caso mai un giorno si mangiasse fino a ingrassare: come se l’ottimismo dettasse la moda. C’è gente ovunque. Un’esplosione di vita povera e allegra, nei colori del chiasso e della gioia. In Bangladesh, nel paese dei monsoni, delle alluvioni e dei cicloni, anche l’umanità è straripante. La pressione della folla t’accoglie già all’aeroporto: e per arginare la ressa degli spettatori delle partenze altrui, si sono alzate inferriate oltre il piccolo parcheggio degli ingressi.

Nel muro umano ci si fa breccia a colpi di clacson; e a colpi di clacson si conquista un posto nella corrente verso sud. Il traffico è a caste: vige non il codice, ma la legge della strada, del più forte. La bicicletta spinge via il pedone, il riscia (il risciò bangladese) la bicicletta, l’Apecar «ringhia» al riscia e così via, fino al camion e al bus. Noi siamo su un vecchio pulmino dei saveriani: privilegiati, ma pur sempre lanciati ai dadi sull’azzardo della strada. Il viaggio per Khulna si misurerà in ore di strombazzamenti e incidenti schivati per un soffio. «Ci vuole pazienza e intuizione, per guidare qui». Padre Carlos Gonzales tiene le mani quasi giunte sul volante e sfodera un sorriso da messicano giramondo.

Ci vuole un aiuto dall’alto. Quando arriveremo? «Prima o poi, a Dio piacendo». Intanto, una corriera supera un riscia-van carico di tronchi che a sua volta supera un Apecar traboccante di passeggeri. Prove di un frontale perfetto, per noi che andiamo incontro al rombante torpedone. Il bolide ci sfiora senza frenare, con il fianco sfregiato da infiniti azzardi. Sotto il suo lunotto posteriore un Topolino dipinto sorride un «Welcome» a caratteri cubitali. Il benvenuto, già, dopo che ti hanno quasi offerto un biglietto di sola andata per l’altro mondo.

 

 

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A Dio piacendo, si riparte per un infinito tunnel tra chiome intrecciate d’alberi maestosi. Ai lati, a perdita d’occhio, nel sole che ora ha sciolto le nebbie, brillano scacchiere di risaie. E sullo sfondo, oltre alti sipari di palme, altre se ne immaginano: non c’è angolo non sfruttato in questa regione della fame, grande meno della metà dell’Italia, ma con 150 milioni di abitanti. Sugli argini bassi, reti a bilanciere pendono da fragili palafitte. Qua e là, si stagliano le ciminiere delle fornaci, circondate da distese di mattoni. Figlio dell’Himalaya fatto polvere e trascinato a valle dai grandi fiumi, il Bangladesh non ha rocce né sassi. Ci vuole pietrisco per le strade, per l’edilizia: i mattoni servono più rotti che interi. In un giorno, a scalpellarne una quantità infinita, si può guadagnare un dollaro.

Non una salita, non una discesa: un’immensa pianura lussureggiante galleggia sui delta del Gange e del Brahmaputra (Jamuna per i bangladesi). Qui i geografi mistici del Medioevo avevano collocato il paradiso terrestre. E come una tragica conferma viene la «cacciata», puntuale e inesorabile. La terra è presa solo in prestito dalle acque, con interessi da usura: i fiumi e l’oceano si fanno pagare, divorando raccolti, pretendendo immani sacrifici d’uomini e animali.

 

 

Tipico paesaggio bangladese

 

 

All’imbarcadero sullo Jamuna si arriva dopo due ore di viaggio. Corrente lenta, appesantita dal fango. Che anche questo braccio del grande fiume sia sacro lo capisci vedendo ragazzi che nuotano, si lavano, riempiono taniche per le loro cucine all’aperto circondate da cartoni stesi ad asciugare. Un miracolo contro tutte le leggi dell’igiene, la loro vita che non s’avvelena in quest’acqua.

Sul ponte più basso del traghetto rugginoso, tra auto e camion tenuti insieme da infinite mani di pittura, banchetti di frutta e pesci panciuti. Più su stanno i venditori di popcorn e uova sode, sfiorati dal volo dei falchi. Al terzo ponte, nell’ombra di una tettoia di plastica tre studenti di una madrassa s’inginocchiano rivolti alla Mecca. A uno squilla il cellulare: lui risponde, si alza, si perde in una lunga chiacchiera, prima di tornare alla preghiera.
Su una panca vicina, donne variopinte, ingioiellate e altezzose. Una ravviva il trucco.

Musulmane o indù? «Solo ricche». Anche qui il dio denaro ha riti e proseliti. Il traghetto leva gli ormeggi. E tu, ovunque ti volti, continui a sentirti addosso decine di paia d’occhi. «Visitate il Bangladesh, prima che i turisti lo scoprano» recitano poster sfocati alle pareti dei rari locali lungo la strada. Si fa ancora in tempo. Occidentali, da queste parti, ne passano ben pochi. E la curiosità è reciproca. Sei sempre al centro di uno sguardo, di un sorriso. Ti esplorano, e sei esploratore: in cerca di un confine umano, tra la miseria e l’allegria, tra la dura fame e il dolce non aver niente.

 

 

Bambini raccolgono ninfee da un lago a Norshingdi, nella periferia di Dacca. (Firoz Ahmed)

 

 

Il terzo ponte si trasforma in un set fotografico: tutti lì, in bella posa a chiedere picciur su picciur. Sono i ragazzi che tornano da Dacca al paese, gli sposi fieri delle loro donne invisibili sotto veli colorati, i bambini che offrono pomodori o uova sode, a chiederti un clic. «E se poi ti rubo l’anima?» «Oh, è grande: portane via un po’ con te, e racconta che questo è Kamal». Ne metti a fuoco uno, un attimo dopo ti assediano in dieci per ammirarsi nel visore della macchina digitale. Ringraziano. Alcuni replicano inquadrandoti con il cellulare.

Si attracca a una riva di polvere, e si scatena una battaglia di clacson: lo sterrato è occupato dai veicoli di chi vuole salire per primo. Il concetto di fila, qui non ha mai fatto presa. A Khulna si arriva verso sera, lungo una strada mai deserta, nemmeno in aperta campagna. Scendi per un attimo dal pulmino, e ti ritrovi di fronte a mosaici di sari multicolori. Donne, uomini e un’infinita schiera di bambini spuntano da villaggi nascosti da boschetti di palme. Occhi che interrogano, mani che salutano. Gli stessi sguardi, li incontri tra le baracche e i palazzi costruiti a metà di Khulna: sbucano da vie affollate, tra bancarelle illuminate da lampade a petrolio lungo il vecchio mercato sulla sponda del fiume.

L’odore dei cibi speziati sale con il fumo dei chioschi. La sera cala accompagnata dalla nenia di un muezzin. Dall’ombra i riscia si materializzano all’ultimo istante. Rari sono quelli segnalati da fiochi lumini appesi al retro. Sfidano la sorte, tra i camion barocchi, tondeggianti, affrescati e carichi di fregi argentei, che i fanali li hanno solo dipinti.

La sveglia sorprende all’alba con un altro canto dal minareto. Il volume è forte, perché è domenica, e presto suoneranno anche le campane della chiesa. È alzando la voce che le religioni si contendono il cielo e i tre milioni d’anime di Khulna. Poi, torna il gracchiare dei corvi e lo scampanellio delle biciclette: la colonna sonora della quotidianità terrena. Nella falsa luce del mattino soffocato dall’umidità, si riparte verso sud, per la foresta di mangrovie delle Sundarbans, la foce infinita dei grandi fiumi sacri. Solo alle nove e mezza il sole splenderà davvero.

 

 

Nella foresta di mangrovie

 

 

Sulla strada, pullman colmi di gente (uomini da una parte, donne dall’altra) e bagagli fin sopra il tetto, con il «ragazzo freccia» appeso al bordo della portiera al lato dell’autista, impegnato a gridare e sbracciarsi, per aprire la via. Oltre il polverone dei bus, i raccoglitori di riso sono macchie colorate in lento movimento, l’acqua al polpaccio, la nebbia negli occhi. Altri stagni sono vuoti: non producono più riso per la gente di qui, ma gamberetti per i mercati mondiali. Acqua salmastra li allaga. È il deserto di sale che avanza.

I riscia-bus arrancano verso le scuole stipati da dozzine di bambini. I riscia-van portano carichi di paglia o blocchi di ghiaccio dal colore improbabile. A cavalcioni di moto indiane che sembrano uscite dagli anni '50 siedono fino a cinque ragazzi. Le pareti delle capanne ora non sono più di mattoni, ma di fango essiccato o di stuoie; sui tetti, le foglie di palma hanno preso il posto delle lamiere. Qua e là, pukur ricoperti da un compatto tappeto di alghe polverizzate sembrano liquidi prati all’inglese. Si procede sulla strada di terra battuta, che si perderà alla prossima stagione delle piogge.

È il paese dei monsoni e delle maree, il Bangladesh: sono loro a dettare leggi e ritmi, a tracciare gli orizzonti. Ti aspetti che compaia il Golfo, ma tra le case sparse di Hoglabunia è di nuovo il Gange, il Poshur, a sbarrarti la strada. Le zampe nel fango della riva, vacche piccole e ossute si ostinano a brucare il prato galleggiante dei giacinti d’acqua che soffocano il fiume. Non solo non si capisce quanto manchi ancora all’oceano, ma nemmeno ci si può fidare della corrente, per capire da che parte sia.

Il mare ora penetra la terra: le sue acque scorrono verso l’interno, per centinaia di chilometri. «Per i mistici bengalesi, vivere è andare verso l’oceano infinito, ma anche lasciarsi invadere dalla marea dell’assoluto, che risale verso l’origine» dice padre Mario Rigoni, da 60 anni in Bangladesh. Sei al centro dell’universo di Rabindranath Tagore: in questo sterminato pulsare d’acque respira la sua poesia.

 

 

 

 

Da qui in poi, verso sud, c’è sempre un fiume da attraversare. A volte c’è un traghetto, ma più spesso a solcare le sue acque sono gli scafi dei pescatori, minuscole case galleggianti, con un piccolo forno di terracotta a poppa. A Munshigonga, anche le barche si fermano: si procede solo con il permesso dei ranger. È il confine delle Sundarbans vere, selvagge, la giungla nera con le radici nel Golfo.

Qui inizia il dedalo delle maree, il non-luogo dei pirati che hanno barattato i moschetti e il romanticismo salgariano con il Kalashnikov e la rapina. Dalla palafitta ancora piegata dall’ultimo tifone, un agente indica le mangrovie e gli alti alberi della foresta. «Tigri» sibila. Sull’isolotto laggiù, oltre l’acqua passata al setaccio dalle reti delle raccoglitrici di gamberetti immerse fino alla vita, c’è una piccola caserma. Ma è senza inferriate: così, è presidiata solo dalle scimmie. «Tigri» ripete il ranger. «Passano anche dalle finestre». Passano anche il fiume, che ora è largo mezzo chilometro, ma si fa striminzito con la bassa marea.

 

 

La temibile tigre delle Sundarbans.big

 

 

Si procede, con padre Luigi Paggi che sugli isolotti ha 1.200 dei suoi tremila parrocchiani. È in missione tra i munda, gente dalla pelle più scura, primitiva per i musulmani e gli indù. Fuori casta, fuori etnia. Molti sono diventati cristiani. «Ma sono costretti a farsi cremare» dice padre Paggi. «Furono loro a disboscare chilometri di Sundarbans, e ora non hanno nemmeno la terra in cui farsi seppellire».

La barca è a motore, rumorosa: di veder la tigre non ci sarà verso. «Meglio così. Se la incontri, di solito non puoi raccontarlo». Padre Paggi ricorda vedove di uomini sbranati nella foresta, di cacciatori di cervi, di bracconieri mai più tornati a casa. «La tigre nuota, sale sugli alberi, dicono faccia salti fino a dodici metri». «È la guardiana delle Sundarbans» annuisce il barcaiolo. «E il Sundarbans, è lo scudo del Bangladesh: i suoi alberi frenano i cicloni».

Ci si addentra in bracci d’acqua sempre più angusti. Dal folto del verde, grida di scimmie, canti d’uccelli variopinti. Un «tronco» s’immerge all’improvviso. Era un coccodrillo, lungo almeno cinque metri. La marea scende, i canali si restringono: solo i pescatori riescono a procedere. All’improvviso, il barcaiolo infila la prua tra i rami e indica la riva. Impressa nel fango, l’orma di una zampa grande come il volto di un uomo. «È passata da poco». Tutto intorno è silenzio. Anche il borbottio della nostra vecchia bagnarola sembra affievolirsi. Ci sentiamo addosso un paio d’occhi affilati come artigli. Invisibile, la guardiana della giungla nera ci osserva.

 

 

Funerale in un villaggio dei Munda (video)

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