Belfast, la guerra è sui muri

Un murale ricorda Bobby Sands, militante dell'Ira e deputato del Parlamento britannico, morto a 28 anni in un carcere inglese.

 
Testo di Ivano Sartori – foto di Gianluigi Sosio

 

Le chiamano Sansone e Golia perché, come i loro biblici predecessori, hanno una forza immane. Solo che queste sono due colossali gru gialle e sovrastano i cantieri navali di Belfast. Le chele che oggi penzolano inerti hanno attanagliato tranci di bastimenti come fossero grissini. Dicono che diventeranno un monumento, un simbolo di un’industria cantieristica che aveva decine di migliaia di operai e oggi ne mette a malapena insieme duecento. Questo dock dove è stato costruito il Titanic è ora terreno abbandonato, invaso da erbacce, pozzanghere e capannoni rossi di ruggine. La faccia sporca della medaglia Belfast.

Due agenti di polizia pattugliano la zona. Sono in bici, hanno la pistola ma non il giubbotto antiproiettile. Quando piovevano le bombe dell'Ira si spostavano soltanto sui furgoni blindati. Oggi si lasciano fotografare con i turisti. Dalla facciata dell'Hotel Europa, crivellato durante gli scontri a fuoco, sono scomparsi i buchi delle pallottole. È un'altra faccia ancora di Belfast, quella stanca di guerra.

Il gioco delle facce, o forse delle maschere, continua nei quartieri suburbani. Sulla collina di Shankill, bastione della linea dura dei lealisti, sventolano i vessilli con la croce di san Giorgio e i drappi con una mano rossa insanguinata, ricordo di una cupa leggenda orangista. Tra le crepe dell’asfalto cresce la gramigna. Passano ragazzi che si stringono nella giacchetta, le mani affondate nelle tasche, la testa incassata nelle spalle. Hanno l'aria di chi ha appena lasciato il paltò al banco dei pegni, ma è più probabile che l'abbiano lasciato appeso all'attaccapanni o non l'abbiano mai avuto. Un guerriero del nord non ha mai freddo.

 
Nei pub regna una pace senza tempo

 

La guerra grida ancora dai muri. I murales sono minacce variopinte, santini faziosi. Jackie Coulter, occhialoni e baffetti, ucciso a 46 anni, era uno degli Ulster fighters freedom. Il top gun Stevie Mckeag, berretto da baseball con l’ala all’indietro e naso storto, l’hanno ammazzato a 30 anni. Onore e gloria al tenente colonnello William Bucky McCullough, che gli manca un dente, aveva il doppio mento e soli 32 anni quando l’hanno fatto secco. Morti anche dopo la firma della tregua. «Simply the best» urla un graffito. È il motto dell’Ulster volunteers freedom, altra formazione paramilitare protestante.

I prati, disseminati di telai di bici e cumuli di mobili rotti, sono campi di calcio improvvisati e piste da gimkana. In giro, quasi nessuno. Giovani motocrossisti, forse guardiani del territorio, rombano schiacciando le margherite. All’uscio delle tante case abbandonate, fanno la guardia incongrui cani di terracotta verniciata. Le bandiere dei clan sventolano come un bucato che nessuno si sogna di ritirare. Passa un taxi rosso con a bordo una coppia di stranieri: il lapidarium della guerriglia, il memoriale dei martiri è un’attrazione turistica. In un negozio vendono bandiere con manici tozzi e robusti come mazze da baseball. Nell'eventualità.

Più a valle, a Belfast ovest, Falls, il quartiere dei cattolici, ribolle di energia e guarda al futuro, senza ostentare bandiere né cumuli di rifiuti. Ovunque domina il Sacro Cuore, l’immagine più cruenta dell’iconografia cattolica. In una via angusta campeggia la faccia del rivoluzionario Bobby Sands accanto a quella di un passero che spezza le catene con il becco. Fa da contorno una frase del visionario poeta gaelico: la nostra vendetta sarà di sorridere ai vostri figli. «Gli affreschi repubblicani si sono evoluti radicalmente», spiega il giornalista Bill Roston. «I fucili si fanno sempre più rari, tranne che nelle opere realizzate per commemorare i morti. Ma, come tutti sanno, quando la guerra è finita si innalzano sempre monumenti ai morti». Nell’aria aleggia lo stesso odore di patatine fritte dei quartieri protestanti. Il colonnello del Kentucky chicken fried milita in entrambi gli schieramenti. Cattolici e protestanti inalano la stessa aria fretta. Miasmi di fish and chips.

 
I ragazzi non gradiscono le attenzioni del fotografo

 

Poi ci sono i quartieri al di sopra delle parti, la Belfast che vuol sotterrare gli odi e sottrarsi alle prese di posizione. È una realtà parallela che ritrovi nelle alberate vie borghesi di Stormont, nei dintorni del Parlamento. In quei due grandi centri di svago, sorti sulle rovine dei docks, che sono la Waterfront Hall, scintillante di vetro e metallo, e l’Odyssey Centre, soprannominato la «scatola di sardine», dove la locale squadra di hockey su ghiaccio, i Belfast Giants, attira le folle. Uno di quegli enormi complessi senza i quali nessuna città può dirsi oggi importante e moderna. Nel quartiere universitario, nella zona sud, con le sue facoltà, i suoi musei, i suoi giardini disseminati di castagni. Nei bar e nei club del Golden Mile, la via principale del centro, dove una bottiglia di champagne Dom Perignon non costa meno di 75 sterline (105 euro).

Lungo le rive del Belfast Lough ornate di campi da golf e yacht club. In Lisburn road, la via dei negozi di lusso dove le facoltose signore del vicino quartiere di Malone vanno a fare la passerella, a sorseggiare espressi dall’aroma italiano, a piluccare tartine al caviale e lasciare il segno del rossetto sui bicchieri degli aperitivi. Al Crown, il pub più famoso, dove ti porta ogni taxista se gli chiedi di accompagnarti in un pub tipico e lui fa finta di pensarci su prima di scaricarti lì e tu magari riconosci il locale perché l’hai visto nel film Fuggiasco di Carol Reed.

È questa la Belfast giovane, risoluta, aperta e dinamica che abbiamo visto. Felice di avere abbassato il tasso di disoccupazione al di sotto del 6 per cento e tanto disinvolta da usare il suo turbolento passato per coniare lo slogan del suo promettente avvenire: «Dopo le bombe, il boom». Sempre che non scoppi una bolla.

Da leggere anche: Belfast, Titanic forever

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