Bermuda, il fascino della solitudine

Horseshoe bay

 


Testo di Marisa Deimichei - foto di Gianluigi Sosio

 

Un amo da pesca lanciato in mezzo all’Atlantico, circondato da reef tanto aggrovigliati da farvi impigliare tutte le navi che vi si avvicinavano. Un arcipelago dall’ossatura fragile e elegante (composto da sette isole vicinissime fra loro e da una spruzzata di rocce e isolotti) vomitato dai vulcani in mezzo all’oceano in paurosa solitudine. Bermuda, sia chiaro, non ha niente a che fare con i Caraibi: è messa lì al centro delle correnti, quasi equidistante fra New York e Bahamas.

 

Hamilton, Front street

 

Per dominarne l’angoscia e renderla più domestica, gli inglesi che vi abitano dal 1609, hanno ricreato qui cattedrali di pietra grigia e vallette ombrose, fortini stizzosi e amichevoli pub con le panche in cortile, aiuole fiorite e prati verde smeraldo. Hanno saldamente legato fra loro con comodi ponti le sette isole tanto da farle sembrare una sola e l’hanno disseminata di leggiadre magioni che ancor oggi esprimono decoro e bellezza e fanno pensare a ottocentesche serate danzanti e a tè pomeridiani come in qualsiasi contea, Kent o Dorset che sia, solo che invece di affacciarsi sulla Manica le case di Bermuda, premiate da panciute verande e alti camini e avvolte in rigogliosi rampicanti fioriti, si specchiano sull’oceano, sulle lagune e sui canali che la natura fantasiosa ha ritagliato. Tante case Howard, dai tetti immacolati e dagli interni morbidi e sontuosi, rivestiti di tappezzerie a tralci di rose e myosotis.

 

Il più antico Parlamento fuori dalla Gran Bretagna
Gli inglesi sono arrivati qui un po’ per caso, cent’anni dopo che un avventuriero, Juan de Bermudez, mise il naso nel 1503 su questa «Isola dei Demoni» e se ne andò via di corsa, senza nemmeno piantarvi la bandiera spagnola. Proprio allettante non doveva essere se nemmeno i pirati si prendevano il disturbo di esplorarla finché, nel 1609, una tempesta (a cui Shakespeare si ispirò per l’opera omonima) non fece sbattere contro le rocce di Bermuda una nave salpata dall’Inghilterra e diretta in Virginia. Dicono che tutti i 150 passeggeri si salvarono per miracolo e ricostruirono due vascelli con cui finalmente approdare alle grasse coste americane. Previdenti, lasciarono qui tre uomini a difesa dei nuovi territori di Sua Maestà.

Ai tempi, per andare avanti e indietro, ci voleva qualche mese e solo nel 1612 arrivarono 60 coloni che si misero a costruire St. George’s, l’antica capitale. A differenza delle isole caraibiche, più morbide e generose di frutti, Bermuda era piuttosto rocciosa e ricca soltanto di cedri centenari. I coloni costruirono con le pietre grigie, tanto simili a quelle che si trovano sulle coste inglesi, i primi cottage con giardini minuscoli come stanze, fortezze e chiese tanto ardite nel loro slancio goticheggiante da rimanere a volte «unfinished». Per sentirsi come a casa, gli inglesi vi importarono, nel 1620, uno dei Parlamenti più antichi del mondo, addirittura il terzo in assoluto dopo quelli inglese e islandese. Quattro anni prima avevano fatto shopping anche di schiavi, ma questa è un’altra storia: i «democratici» di allora sarebbero morti di crepacuore se avessero immaginato che, nel 2005, il Governo dell’isola sarebbe stato completamente in mano ai neri, che oggi rappresentano il 69 per cento della popolazione. Ma naturalmente, trattandosi ancora di una «colonia», il capo supremo resta Sua Maestà.

 

St. George, chiesa incompiuta

 

Atmosfere british come nella campagna inglese
Sempre tinta di fresco e armoniosa nelle proporzioni, Bermuda ha pochi guasti architettonici, peraltro facilmente visibili perché, fra le colline basse e ondulate, i rari mostri di cemento emergono come escrescenze sulla pelle levigata di una bella donna sdraiata al sole. Ovunque ti giri prevalgono i set di novels hollywoodiane, con verande dipinte di rosa, verde pistacchio e azzurro cielo, viali perfetti in cui spiccano Bentley color crema, cespugli di rose antiche e lupini, aceri e olmi frondosi, più fitti delle palme che ti aspetteresti a queste latitudini.

Chi volesse assaporare le atmosfere d’altri tempi non ha che da affittare una stanza nei numerosi bed&breakfast gestiti da biondissime e pallide signore o alloggiare per qualche giorno al Waterloo House a Hamilton, capitale dal 1815. Raramente vi capiterà di visitare un albergo così british al di fuori della campagna inglese: le camere hanno letti a baldacchino, bow window con panche e divani foderati di cinz a fiorellini pastello e alle cinque viene servito un tè completo di torte, pasticcini e sandwich imburrati, cetrioli e salmone come nella più rigida tradizione aristocratica.

 

Waterloo House, ristorante e hotel

 

L’hotel, che vanta un recentissimo passato fra i Relais & Chateaux, è stato ora declassato dall’esser stretto, suo malgrado, fra le nuove costruzioni d’acciaio e cristallo che lo premono sulla baia. È il business, bellezza, o meglio, come dice Angelo l’italianissimo direttore del ristorante, «È Hong Kong che avanza» e stringe alleanze off-shore con banche, finanziarie e assicurazioni locali che con il loro giro d’affari hanno ormai surclassato i proventi del turismo e possono quindi permettersi di aggredire la perfezione stilistica dell’isola con qualche svarione di cemento.

Ma se ci si siede al crepuscolo sulla terrazza del Waterloo e non si guarda verso destra ma davanti a sé sulla meravigliosa baia, si finisce immersi istantaneamente nell’idea di lusso, calma e voluttà che delle vacanze hanno soprattutto gli americani. Come nelle commedie con Doris Day, la luna sorge a illuminare di bianco il bianco dei tavoli, degli smoking immacolati e degli abiti chiarissimi che coppie sognanti indossano guardandosi negli occhi e assaporando il tintinnio dei bicchieri di champagne, l’ondeggiare degli alberi degli yacht ormeggiati qui davanti e il blues sussurrato da un vecchio chitarrista nero.

Le bizzarrie che piacciono agli americani
Gli americani, essendo appena a due ore di aereo da qui, sono ovviamente i turisti più numerosi e a poco a poco, stanno imponendo la loro visione del mondo. O, meglio, il loro modo di visitare il mondo. Così il villaggio di St. George’s è diventato per loro l’archetipo di tutti gli antichi villaggi inglesi: ogni piccolo dettaglio viene messo in rilievo e segnalato dalle guide come elemento fondamentale di una cultura di base. Per carità, persino l’Unesco ne ha riconosciuto la bellezza e l’importanza storica e l’ha inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità. Ma, senza l’applaudente e entusiasta pubblico americano, che senso avrebbe la mascherata che a mezzogiorno in punto raduna folle di spettatori in King’s Square per assistere alla Ducking Ceremony?

 

St. George town, reliquie coloniali e attualità turistica

 

Non si tratta di una caccia alle anitre, come verrebbe da pensare, ma di un tuffo obbligato nelle acque del porto, immersione di cattivo gusto nelle tradizioni punitive dell’antica colonia. Succede che, allo scoccare delle dodici, due attori in costume, l’uno vestito da giudice-boia, l’altra da scarmigliata penitente, si presentino urlanti alla folla. L’uno accusa l’altra nientemeno che di gossip, ovvero di aver messo in piazza le disgrazie della vicina di casa e di averla calunniata. La fanciulla piange e si dibatte ma alla fine confessa: «Sì, ho raccontato che l’ho vista col lattaio». Il giudice boia, si avvita nel rosso mantello e con gesto imperioso la lega a una sedia fissata alla fine di una lunga pertica e con uno spintone sbatte la pettegola sott’acqua per tre quattro volte finché la poverina non si pente e non chiede perdono. Uscita fradicia, la Parodi di un tempo s’inchina alla folla che applaude, felice di aver assistito a un seicentesco reality show.

In perfetto american style è anche il Royal Naval Dockyard, una caserma militare-fortezza, in piena attività fino all’ultima guerra e ora area di attrazione turistica per coloro che sbarcano dalle navi da crociera ancorate proprio qui davanti. Non ci sarebbe nulla di male nel museo navale, sistemato negli antri della caserma e in alcune casematte e ricco di curiosità per gli appassionati di navigazioni antiche e moderne. Quello che lascia perplessi è il triste cortile con vasca di cemento, dove ora una dozzina di delfini rimbambiti dallo spazio ridotto e dagli ordini impartiti da fanciulle-ranger, saltano e ammiccano a orde di adulti e bambini obesi scesi ai bordi delle piscine e dotati di salvagenti e pesciolini premio.

 

St. George town, turisti in pausa pranzo

 

Le americanate non finiscono mai: dalle grotte che promettono i «brividi degli abissi» ma sono abbondantemente illuminate, al percorso dell’antica e smobilitata ferrovia, indicato sulla cartina come incantevole luogo per romantiche passeggiate; dall’unica spiaggia libera vicino a St George, Tobacco Bay, che sarebbe bellissima se non fosse affollata all’inverosimile dai croceristi che sbarcano nella vecchia capitale, al Somerset Bridge attrazione turistica il cui merito consiste unicamente nell’essere «il più piccolo ponte del mondo».

E sono convinta che senza l’ammirato sguardo dei turisti Usa e i loro frenetici scatti dal cellulare, persino il simbolo più resistente di Bermuda, che sono i bermuda stessi, non avrebbe più ragione di esistere: i businessman che escono dai palazzi di cristallo con ventiquattrore di coccodrillo, blazer scuro, camicia bianca e cravatta e boxer giallini al ginocchio, si vedrebbero finalmente in tutta lo loro ridicolaggine e correrebbero a indossare dei normali calzoni.

 

Bermuda intesi come calzoni

 

C’è poi, naturalmente, la Bermuda dei ricconi come Berlusconi o Ross Perot, che hanno ville vicine nel comprensorio residenziale del Tucker’s Point Golf Club, un sorvegliatissimo parco con laghetti e spiaggia privata, club house e golf a 18 buche vista oceano, bellissimo per carità, ma niente di che, se non fosse per via del fatto che qui i «furbi del quartierino» si incontrano alla luce del sole, senza pericolo di essere intercettati e fondano lucrose lobby sfuggendo alle tasse di ogni genere.

 

Dove l’isola è davvero affascinante
Se venite a Bermuda, ignorate quindi i luoghi più affollati e scoprite le meraviglie che nessuno pubblicizza. La cosa migliore sarebbe affittare una macchina e con quella perdersi per le stradine alla scoperta di infiniti scorci romantici. Ma qui non è possibile: per evitare il traffico eccessivo il governo permette di possedere una sola auto per famiglia e ne vieta l’affitto ai turisti. Non resta quindi che girare in taxi o in motoretta, dopo essersi un po’ esercitati nella guida a sinistra.

Con la mia due ruote vago quindi una domenica mattina per il Somerset Village, che alle dieci è ancora avvolto nei sogni. Poche ville sono recintate e, a mio agio, curioso nei parchi dei grandi cottage stile Via col vento con le altalene assicurate agli olmi che sfiorano l’erba grassa e lucente, le casette per gli uccelli e le verande affacciate sulle piscine. Un velo azzurro polvere rende placida e immobile la baia nel mattino, dove una nera anziana e completamente vestita fa il bagno guardandosi intorno con circospezione. Nel cuore del piccolo villaggio sopravvivono incredibili botteghe, come quella della modista che esibisce stupendi cappelli in taffettà, con grandi ali e strati di sfoglie in velo e chiffon.

Poco più in là, nel Warwick Parish (qui i quartieri si chiamano «parish», cioè parrocchie) il mix urbanistico è simile a quelli che si trovano negli altri distretti: il campo da golf a 18 buche è circondato dalle eleganti ville sparse in collina o affacciate sull’oceano; appoggiate sul velluto dei prati e dipinte nei colori delle fiabe, sembrano tutte di marzapane. Ma la vera specialità del luogo sono le spiagge da capogiro incastonate nel South Shore Park e mi chiedo stupita perché, di domenica mattina, siano praticamente deserte tranne la bellissima Horsehoe Bay.

 

Una caletta di Horseshoe bay

 

Posteggio la moto sulla strada e scendo nel verde dalla macchia mediterranea mescolata alla vegetazione spontanea subtropicale. La sabbia della Warwick Long Bay è incredibilmente rosa e crea un contrasto fortissimo con la spuma candida e l’acqua di un intenso turchese. La spiaggia, che sarebbe lunga chilometri, è interrotta da rocce e faraglioni che creano morbide calette matrimoniali, languide piscine naturali e lunghe distese su cui correre a perdifiato. Gli spizzichi di roccia che emergono qua e là a rendere più armonioso e vario il paesaggio, sono orlati da festoni verdi, da oleandri e ibischi fioriti. Solo la Horsehoe Bay è attrezzata con cabine, ristorante e lettini e questa dev’essere la ragione per cui tutti si affollano qui lasciando intatte le altre meraviglie.

 

Campi da golf, brughiere e spicchi selvaggi
Se si osserva la mappa di Bermuda si scopre che, a parte la concentrazione di Hamilton, l’unica vera e propria città, tutta la superficie (grande poco più della nostra Ischia, lunga 33 chilometri e larga al massimo tre) è comodamente occupata dalle ville con i loro parchi privati, tranne le macchie verdi che indicano i campi da golf e le «riserve naturali», che essendo sfuggite all’avidità dei costruttori, suggeriscono idilliche visioni dell’arcipelago di un tempo. La più affascinante è quella offerta dallo Spittal Pond Natural Reserve, dove gli animi più sensibili possono immaginare com’era l’isola nella sua origine selvaggia. I cedri che la popolavano ormai non ci sono più, distrutti dalla civiltà e da un dispettoso insetto che se li mangiò, ma sono stati sostituiti ovunque da sparuti e resistenti pinetti australiani. Qui svettano fra gli speroni rocciosi che chiudono l’oceano alla vista e fanno riposare lo sguardo su quiete paludi, vallette erbose, anfratti e rovi di una brughiera quasi metafisica e certamente consolante per i nostalgici coloni.

 

Riserva naturale di Spittal Pond

 

In quanto ai campi da golf bermudiani, sono convinta che ogni amatore di questo sport, un tempo snobissimo e ora assai diffuso, sappia di che si tratta. Inutile dire che sono tenuti con maniacale perfezione, che sono accessibili a tutti senza lunghe attese (sono infatti nove i campi a 18 buche, tre dei quali pubblici e prenotabili 24 ore su 24) e l’atmosfera che offrono è lussuosamente eccitante come quella che, da queste parti, si respira un po’ ovunque. E si fa presto a dire che «tutto sembra finto». In realtà i furbissimi inglesi hanno saputo trasportare sotto questo sole caldo e splendente i comfort e le delizie che, ai tempi in cui erano padroni del mondo, hanno ampiamente sperimentato in patria e fuori.

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Marisa_Deimichei

L'autrice del reportage. Marisa Deimichei, direttrice (e spesso fondatrice) di quindici testate: l'ultima F per Cairo editore; e, a ritroso, Tu Style per Mondadori e Vanity Fair per Conde Nast. La sua vera, poco esaudita, passione è viaggiare e scrivere di viaggi.

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