Transmongolica, binari senza fine

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

Si può anche far prima. Un impeccabile Boeing dell’Aeroflot impiega otto ore da Pechino a Mosca. Ma quello è spostarsi, essere qui e poi là. Viaggiare è altro: è esserci dentro, attraversare. Viverne, magari perdersi. È la rotta di questo binario lungo ottomila chilometri – fra Cina, Mongolia e Russia – alla scoperta di spazi che dall'oblò sono  solo una carta geografica e, attraverso, sono un assaggio di infinito. Dove ripensare il tempo e le distanze, riappropriarsene e farsi conquistare.

Quattordici giorni di treno, attraverso sette fusi orari: Via del Tè, Transmongolica, Transiberiana: nomi dall’eco maestosa. Perché qui tutto è grande, estremo, potente. È immensa Pechino, punto di partenza e prima tappa di questa crociera via terra che percorre una bella fetta di mappamondo sulle tracce di Marco Polo e Gengis Khan. Ed è la più grande del mondo la sua piazza, cuore della città e di ogni itinerario alla sua scoperta: Tiananmen. Significa Porta della pace celeste. È stata convulso palcoscenico di rivoluzioni e controrivoluzioni, ha visto sventolii di libretti rossi e ragazzi in camicia fermare i carrarmati. Ma oggi Mao è una mummia plastificata e il suo mausoleo sbiadisce nello smog della città più rampante del mondo, mentre il rosso del suo libretto si è trasferito sulle banconote da cento yuan.

C’è, però, un passato ancor più passato dirimpetto al Grande Timoniere: l’antica residenza imperiale, la Città proibita, con le sue 9999 stanze. Era il centro dell’Universo: la Terra al centro di tutto, la Cina al centro della Terra – non per nulla, fa Regno di Mezzo di secondo nome – , Pechino al centro dell’impero e la Città proibita il cuore di Pechino. Un sillogismo, a scatole cinesi. Trenta ettari di pagode, giardini, infilate d’archi, porte maestose, dragoni e gorgoglii di ruscelli in una cinta di bastioni rossi. Tutto è formato gigante: la Porta della Suprema Armonia, il Palazzo della Purezza Celeste, la Porta del Valore Divino. Tutto maiuscolo. E dovunque un brulicare d’ombrellini – perché in Cina giallo pallido fa chic, la pelle scura è roba da bianchi –, sorrisi da foto ricordo, bancarelle e giocolieri. Qui, per esaltarsi al cospetto del proprio passato arrivano da ogni angolo della Cina. Ventiquattr’ore di treno è una gita fuori porta, da queste parti grandi.

Anche gli imperatori andavano in ferie: a mezz’ora di portantina dalla reggia. Oggi il Palazzo d’Estate è a un’ora di taxi. Bomboniera di balconcini e tetti a ricciolo, si affaccia sul lago Kunming, affollata palestra di pedalò per famigliole in festa e coppie in vena di romanticherie. Solo un maestoso battello a due piani del periodo Manchu, resta prudentemente all’ancora. È in marmo massicio. Un ponte a sette arcate attraversa con la sua gobba il lago, un portico in legno lungo quattrocentoventotto metri il parco. Crocchi di anziani giocano a carte sotto i suoi affreschi: il Lungo Corridoio porta, benaugurante, alla Sala della Longevità. Poco più in là, un sentiero si apre nel bosco: conduce al tempio del Mare di Saggezza. C’è meno gente.

La Terra si congiunge al Cielo appena fuori città. Parola dei maestri feng shui, dinastia Yongle, secolo di grazia 1400. Quale posto migliore per pregare? E lì è sorto il favoloso Tempio del Cielo, lì – su una grande terrazza di marmo a tre piani – è la Sala delle Preghiere per le Buone annate: un fungo dal triplo tetto di tegole azzurre, la volta alta trentasette metri, splendore d’ori e lacche rosse, affreschi e intarsi. L’imperatore era Figlio del Cielo: lì si recava per sollecitare  papà. E un grande muro circolare trasmetteva al cielo l’eco delle sue parole. Provare per credere.

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Siamo qui per partirne, ma Pechino-in-due-giorni consente ancora uno sguardo al suo passato – mentre il presente e il futuro ci vengono incontro senza che li cerchiamo, con la loro frenesia, i grattacieli, i cinquecento chilometri di metropolitana, gli ingorghi del traffico, i grandi magazzini del tarocco, le ragazzine che ti fermano per strada e ti propongono massaggi ma non assomigliano per niente a quelle che girano le nostre spiagge. Un passato che si chiama hutong. Vuol dire «sentieri». Sono i vicoli della città vecchia, dove è bello girare in bicicletta o in risciò, dove in auto è facile incagliarsi al primo imbuto. Vicolo dei fagiolini fritti, dei tre che non invecchiano mai, della terra pulita: i nomi raccontano una vita di paese nel cuore della metropoli. Vicolo della fortuna, della pace, della felicità: così, semplicemente, senza maiuscole o superlativi. Quelli sono roba da divinità o da imperatori. Qui la vita è in strada. E nel cortile interno d’ogni casa. All’ombra di un salice, intorno a una teiera fumante, dove le donne anziane spettegolano e gli uomini fumano la pipa.

Gli hutong non sono presepi imbalsamati, musei del tempo andato: un quinto degli abitanti di Pechino vive ancora in questi quartieri della città vecchia. Quello che si affaccia sul lago Houhai è fra i più suggestivi: una cartolina da portare con sé a futura memoria -«Pechino com’era»- per quando la Metropolitana avrà cento linee e il Tempio del Cielo avrà le stelle di un resort. Ma da nessuna parte la città saprà più di tè al crisantemo.

Signori, in carrozza. Ottomila chilometri non sono uno scherzo neppure da queste parti. Il treno vip è un evento, parte e arriva solo sei volte l’anno nella grande stazione – qui dove tutto è grande – di Jianguomenwai Dajie. Banchina riservata, ferrovieri sull’attenti, mano alla visiera, camerieri in ghingheri. E il massimo della finezza per un superlusso made in China: l’asse dei water, nei gabinetti di ogni carrozza, foderata di pelouche. Rosa. Che una mano pietosa getterà dal finestrino dopo pochi chilometri. Confucio l’abbia in gloria.

La linea è la Transmongolica: diventerà Transiberiana a Ulan Ude, superato il confine russo, tra duemila e ottanta chilometri. Lasciata l’infinita periferia di Pechino, si fa strada fra panettoni di roccia, laghetti artificiali, villaggi di case basse e strade sterrate, latifondi di mais curati come orticelli (ma non mangiano riso?). Il panorama è psichedelico: luce-buio-luce-buio, una galleria dopo l’altra, tutte brevissime. Qualche bandiera rossa, ma non è amor patrio: pericolo mine. Sono le miniere di carbone, carburante e veleno della moderna Cina. A Est, sull’altopiano, un cenno di Grande Muraglia. Quanto basta per un brivido.

Prima tappa, Datong, a trecentosettanta chilometri dalla capitale: un mondo di dei scavato nella roccia. Un Olimpo segreto che la montagna custodisce, e svela nei suoi squarci fulminanti. Sono cinquantamila statue buddiste, alcune gigantesche, altre minuscole. Della seconda metà del Quattrocento, campeggiano alte e ieratiche al centro delle grotte, ne foderano a centinaia le pareti come impassibili figurine nei palchi di Campigli, occhieggiano furbette dai grandi ovali che si aprono sulla valle, dominano con la mole dell’intera rupe il piazzale carico di incensi. Altari, ceri, drappi votivi, silenzio. Nessun monaco intorno: il segno dell’uomo sembra assente in quella rivelazione. Solo uno sfregio porta la sua firma: come un getto di vetriolo su alcuni volti di pietra. Ogni rivoluzione ha i suoi pasdaran: quelli di Mao passarono di qui. Ma i loro scalpelli hanno solo restituito alla roccia il suo mistero. Rendendolo più grande e struggente.

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La corsa del treno riprende, la Mongolia è vicina. L’orizzonte si fa, via via, più piatto e lontano, il Deserto del Gobi si preannuncia per progressive sottrazioni. Cresce il nulla. Ultimo avamposto cinese, Erlian: per Mosca si cambia. Il convoglio russo è blu e oro, sulle fiancate porta scritte voluttuose: Orient Express, Train de luxe. Steward e cameriere - due per ogni carrozza - attendono sulla banchina: un inchino e ti senti il sangue mezzo blu. Bollicine in cabina – anche se di minerale - e un mazzolin di fiori – finti. Ma nei gabinetti, finalmente, nessuna traccia di peluche. E se Agata Christie non abita più qui, se gli scompartimenti in radica sono ormai in estinzione, se pure non ci sono sbuffi di locomotiva, le tre carrozze-ristorante in stile Belle Epoque, i camerieri in marsina e il piano bar, ti fanno sentire un po’ fuori ordinanza, con i tuoi jeans.

Nella terra di nessuno fra Cina e Mongolia, un imponente arco solitario segna il confine. Una porta che divide il nulla: Magritte non avrebbe saputo fare di meglio. E l’immobilità sospesa lievita nei tempi lunghi e silenziosi del controllo passaporti. Forse in questo deserto non aspettano più i tartari, si accontentano dei viaggiatori.

È calma piatta intorno a questo valico di pianura. Non c’è ermo colle a chiudere l’infinito orizzonte, solo un filo teso a trecentosessanta gradi. L’altra metà è il cielo, con le albe e i tramonti più lontani che ci siano.

Nel tutto uguale che ci avvolge il treno riprende la corsa: il binario è la sua bussola. Ogni tanto spunta una ger a marcare quell’infinito niente: la tenda di feltro, rotonda come una torta, che Marco Polo  raccontava nelle sue memorie. In due basta mezz’ora a montarla o smontarla. Il nomadismo è ancora nel sangue di questo popolo. Non importa che ci sia un cavallo, una Kawasaki o un pick up parcheggiato accanto: è sempre voglia d’andare.

Tre o quattro ger fanno un villaggio, e qualcuno si è attrezzato: piatti tipici e danze con le spade per i turisti di passaggio. I costumi della festa luccicano d’oro, quelli d’ogni giorno s’incontrano, ogni giorno, anche nelle città: pastrani lunghi e grigi stretti in vita da una sciarpa sgargiante.

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La capitale mongola si raggiunge in una notte di treno dal confine, man mano che il deserto lascia il posto alle praterie della steppa e all’orizzonte crescono colline spelacchiate.

Un tempo Ulaanbatar si chiamava «città di feltro», oggi è scrostati palazzoni stile Urss con una ger in cortile per tenerci i ricordi, è nuovi quartieri con il tetto a pagoda - che rispetta la tradizione e ci sta pure la mansarda -, è la marmorea Piazza del governo dominata da un Gengis Khan di bronzo spaparanzato a gambe larghe sul trono.

Ma la città dà il meglio di sé vista dall’alto. Zaisan, il monumento ai Caduti dell’Armata rossa è a trecento gradini sopra una collinetta. Una piazza rotonda di cemento, la fontana al centro, le epiche gesta dei «liberatori» in un tronfio mosaico real-socialista che scorre tutt’intorno, come una fascia sospesa a tre o quattro metri d’altezza. La fascia sotto è una schermata a trecentosessanta gradi sulla sparpagliata capitale, sul suo placido tran tran e sulle colline che la circondano.

In lontananza, i tetti a pagoda di Gandhantegchinlen Khiid – Gandhan per gli amici. Significa «luogo meraviglioso della perfetta gioia», e forse esagerano, ma una visita il grande monastero buddista, unico sopravvissuto alle furie staliniane, la merita. Vi abitano centocinquanta monaci, intenti soprattutto a impedire che i turisti scattino foto durante le funzioni. Vinca il migliore. Fra vialetti nel verde, templi leziosi, sciami di ragazzini rapati che studiano da lama e pellegrini piegati ad angolo retto nelle loro preghiere, l’attrazione del monastero è un Buddha dorato altro ventisette metri. Questo si può fotografare: cinque dollari.

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La Mongolia è anche montagna: due ore di pullman portano al Terelj National Park. Ed è la steppa che non t’aspetti: cielo terso d’alta quota, speroni di roccia dai colori dolomitici, cavalli al pascolo. Il sentiero sale e dove la valle si stringe in una gola c’è un piccolo ristorante: la carne viene cotta su sassi passati a fuoco lento. Le cameriere sono alte e fiere. Quando la bocca si apre in un sorriso, gli occhi si chiudono in una fessura. Non ci sono strade intorno, solo sentieri. E scie di polvere in lontananza: una motocicletta, più spesso un cavaliere al galoppo, dritto in piedi sulle staffe come si usa qui.

Lungo la ferrovia, qualche villaggio. Case basse, le insegne di un karaoke, di una palestra di lotta libera. Le febbri del sabato sera finiscono lì.

Altra notte di treno, altro confine. Da Pechino sono duemiladuecento chilometri, a Mosca ne mancano cinquemilanovecentodue. Poi saranno i fusi orari, spicchi sottili in questo nord del mondo, a segnare il cammino: ogni mattina un’ora indietro.

Alla dogana russa di Nauschki girano gli scompartimenti polpacciute matrioske con le stellette, i capelli di stoppa e il ghigno arcigno di chi non vuole essere scambiata per una donna. Ma sono pezzi d’epoca. Oggi in Siberia neppure il freddo è più siberiano. La cortina è caduta, i gulag sono un vecchio rimorso e il mondo è ogni giorno più vicino: la nuova Via del Tè si chiama Internet.

L’Orient Express sfiora villaggi sperduti in un’immensità nuova: la taiga. Intricate foreste di abeti, larici, betulle. Ogni tanto – ma tanto –  grappoli di casette in legno scuro con le finestre e le porte dipinte d’azzurro. Hanno ogni metro intorno coltivato come un giardino, a patate, cipolle, cavolfiori. Quasi non ci sono strade. Perché quasi non ci sono auto. Si scavalcano i radicchi per andare a trovare i vicini. E per fare la spesa  è già tutto lì.

È Russia, ma continua l’Oriente negli occhi e negli zigomi della gente. Anzi è Repubblica Buriata. Ulan Ude, quattrocentomila abitanti, ne è la capitale: ha nella sua piazza una testa di Lenin in marmo nero che è la più grande di tutta la Russia e a pochi chilometri il più grande monastero tibetano di tutta la Siberia orientale: Ivolginsk Datsan, un villaggio di templi dalle ali dorate e di statue multicolori che hanno l’allegria di un carnevale. Il corpo di un Lama morto ottant’anni fa è stato riesumato recentemente e trovato intatto. Pare che i suoi capelli continuino a crescere. Anche il Buddhismo ha i suoi miracoli. Presto sarà esposto in una teca, in bella vista.

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Sveglia all’alba, per le foto più belle. Il sole basso si specchia nelle acque del Lago Baikal, che l’Orient Express costeggerà per ore, per gran parte della sua lunghezza, percorrendo una linea dedicata, una sorta di binario riservato. Tant’è che si permette una sosta in un vecchio villaggio, come un qualsiasi pullman in gita. Tutti giù: il tempo di scattare foto e anche di fare un bagno nelle sue acque, così fredde che la sosta non è mai troppo lunga, e così pulite che si possono bere. Il Baikal è la più grande riserva d’acqua dolce del pianeta, esteso come Belgio, Danimarca e Paesi Bassi messi insieme, lungo 630 chilometri ed è il più profondo del mondo: scende a 1637 metri. D’estate si attraversa in traghetto, d’inverno in camion. Un museo a Port Baikal racconta il suo mondo sommerso, popolato da pesci che esistono solo in queste acque.

Siber, in mongolo, significa «terra meravigliosa». Sibir, in tartaro, «terra addormentata». Ma il suo sonno è stato inquieto. E solo da poco qualche principe ha svegliato questa bella terra addormentata. Le sue città, i suoi villaggi scandiscono una storia che il tempo ha reso fatata, ma che per lungo tempo ne ha fatto un gelido inferno.

A Irkutsk finiva la Via del Tè.  Lì finì, nel 1825, anche l’avventura dei Decabristi, e lì iniziò la loro leggenda romantica. Lo zar Nicola I vi aveva spedito ai lavori forzati quei giovani aristocratici un po’ troppo liberali per i suoi gusti che avevano tentato un putsch a San Pietroburgo. Le loro mogli, colte e raffinate, li seguirono coraggiosamente, si insediarono a Irkutsk, fecero delle loro case cenacoli, crearono scuole, fondarono teatri, e fu così che quel grappolo sperduto di casette di legno diventò in breve tempo un’Arcadia di cultura e di eleganza, la raffinata cittadina di cui restano segni nell'architettura dei palazzi e delle chiese.

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Krasnoyarsk, a una notte da Irkutsk, era invece la «città proibita» ai tempi della guerra fredda. La potenza militare del Paese nasceva lì: vi si arricchiva l’uranio, venivano progettati e costruiti i missili intercontinentali e le testate nucleari, le fabbriche sfornavano carri armati e cannoni. Per ciò intorno alla città correva il filo spinato, nessuno poteva entrare e gli  abitanti avevano bisogno di salvacondotti per uscirne. In compenso il ghetto era dorato: alti stipendi per tutti, dallo scienziato più prestigioso all’ultimo operaio, e servizi d’eccellenza. Persino negozi senza code. Krasnoyarsk – che è famosa in tutta la Russia perché una sua chiesetta, da cui si gode un bel panorama della città, è sui biglietti da dieci rubli - si affaccia sul fiume Yenisey. E navigando per quattromilacento chilometri -  qui tutto è grande, lo sappiamo -  si arriva al Mar Glaciale Artico.

La crociera sui binari dell’Orient Express conosce i tempi giusti dei trasferimenti: la notte per viaggiare, il giorno per visitare. Ma per raggiungere Yekaterinburg una notte non basta. Sono duemila e trecento chilometri vuoti. Ma il cor non si spaura, si nutre invece di una nuova, istruttiva dimensione. E al mattino non è più Siberia. Fuori dal finestrino, i campi coltivati e i villaggi sempre più frequenti preannunciano la Madre Russia. Si cambia continente: dalla Siberia all’Europa. Come essere a casa. A Milano, d'altronde, sono ormai solo quattromilaseicento chilometri.

La capitale degli Urali offre ai turisti il suo passato sanguinoso. La Rivoluzione russa ebbe qui il suo Piazzale Loreto e oggi, sul luogo dove lo zar Nicola II, nel 1918, fu assassinato con tutta la famiglia, sorge una basilica in stile bizantino: si chiama Chiesa sul Sangue. Accanto, si alzano due croci e campeggiano grandi poster della famiglia imperiale. Manca poco ai cent'anni e, sul sagrato, il venditore di palloncini colorati si augura buoni affari. Per settantasette euro si può anche fare un «tour dell’esecuzione», compresa la gita nella foresta di Gianina Yama, a sedici chilometri, dove i cadaveri furono abbandonati. Anche lì è sorta una chiesa. Per la sera, invece, c’è solo l’imbarazzo della scelta: Yekaterinburg ha ventidue teatri e vivaci piano-bar. Per il centenario sarà movida grande.

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Si passa il confine dell’ultimo fuso: è l’ora di Mosca. Ma, prima della capitale, una scoperta ancora: Kazan, cuore della Repubblica tatara. Alla confluenza fra Volga e Kazanka, la abitano ottanta nazionalità differenti, metà musulmane, metà cristiane, un trattato di fisiognomica eredità della sua storia concitata. Possenti mura di mattoni bianchi cingono il cremlino, secondo solo a Mosca per imponenza e bellezza, collezione di palazzi neoclassici, giardini, chiese, moschee, torri. Una è pendente. La leggenda dice che Ivan il Terribile riuscì a farla costruire in una settimana come scommessa e pegno d’amore. Ma non gli bastò: la bella regina di Kazan per cui spasimava, piuttosto che sposarlo, si buttò proprio dall’alto dei suoi settantotto metri. Terribile, povero Ivan. La torre porta il nome di lei: Sjujumbike.

E il viaggio finisce, com’era incominciato, in una grande piazza, dove un altro Grande Timoniere è stato messo in formalina. A far la fila davanti al mausoleo di Lenin, ormai, ci sono solo turisti. I moscoviti la fanno davanti alle boutique. E dove tutto è grande, qui è anche grandioso. Dagli zar ai nuovi ricchi, questa è ancora l’altra metà del mondo, ne porta i segni passati e presenti. E i due giorni che restano al viaggio bastano per vederla, non certo per conoscerla.

Ma un impeccabile Boeing dell’Aeroflot impiega solo tre ore da Milano a Mosca. Quanto basta per tornarci presto. Questa, però, è un’altra storia.

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Viaggio organizzato da Columbia Turismo in collaborazione con Aeroflot

 

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