Birmania, povera dal cuore d’oro

Il sorgere del sole sulla piana di Bagan

 

 

di Marisa Deimichei

 

 

Buio totale sul ponte superiore della Road to Mandalay. Stelle sfavillanti coprono la volta del cielo e sfiorano il fiume. Nessuno fiata, aspettando la sorpresa. Lontanissimo, un fronte luminoso appare all’orizzonte. Quasi fosse una città della costa che si scopre venendo dal largo. Lentamente la scia lucente avanza, mentre noi siamo ancorati in mezzo all’acqua. A poco a poco si scompone, fino a circondarci: 2009 candele galleggiano interno a noi su foglie di banano. Siamo immersi in un mare di luce che simboleggia per i birmani lo scorrere della vita.

Per un’ora osserviamo in silenzio i lumini galleggianti che con eleganza accendono l’acqua, lambiscono la nave e poi scivolano verso sud seguendo la corrente. Sì, è qualcosa che ricorda l’inesorabile fuggire del tempo e solo qui, in Oriente, può essere così lieve e naturale, ispirato dai laghi dove le ninfee riempiono l’acqua di lampi rosati. Sto a guardare finché l’ultimo luccichio scompare e esprimo un desiderio. È da ieri, dall’arrivo a Bagan, che sono immersa nella bellezza. L’impatto con la Birmania invece (pardon, Myanmar, come si dice dal 1988 per decreto dittatoriale), è stato piuttosto confuso.

 

 

È l'alba su Yangon illuminata dalla Sule Pagoda

 

L’atterraggio a Yangon promette bene: la pista è circondata da una fitta giungla fiorita. Ma bastano pochi chilometri per arrivare al centro della città, un mix folle di edifici sovietici dall’intonaco spelacchiato, esemplari coloniali che andrebbero urgentemente restaurati, palazzi di dieci venti piani alternati a piccole case con giardino e immensi quartieri governativi color zafferano, svuotati dal trasferimento della capitale a Naypyidaw. La nuova città, proibita ai turisti e alla stampa straniera, è a trecento chilometri a nord e si dice che l’attuale capo del regime, il generale Than Shwe, superstizioso come tutti i birmani, abbia iniziato i traslochi quattro anni fa, l’11 novembre alle 11 del mattino, con un seguito di 1100 militari divisi in 11 battaglioni.

Si dice che lassù il panorama sia irreale: case color pastello, prati all’inglese, strade a sei corsie ma non un’anima, per ora, a percorrerle tranne i militari. Un bel contrasto con Yangon, dominata dal traffico che ruota intorno alla Sule Paya, una pagoda dorata alta 46 metri, antica di due millenni e più volte rifatta, che sarebbe meravigliosa se non fosse circondata da casotti di cemento armato, affittati come negozi. Tutta la città è un mercato a cielo aperto, dove la gente mangia accoccolata sui talloni, si mette in fila per giocare al lotto e apre sui marciapiedi dei fazzoletti con i prodotti dell’orto, fra il frastuono delle auto e delle cassette musicali piratate.

 

 

La Sule Pagoda è al centro di una grande rotatoria attorno alla quale scorre un traffico esagitato

 

 

Qualche chilometro a nord, dopo aver attraversato centri residenziali semi inghiottiti dalla giungla e tristi laghetti circondati da parchi dove è consentito agli innamorati scambiarsi timidi baci, ecco lo spettacolo della Shwedagon Paya, definita da Kipling «un mistero dorato, una bella meraviglia ammiccante» e descritta così nel 1586 dall’inglese Ralph Fitch: «È il posto più bello, immagino, che ci sia al mondo: è molto alta e ci sono quattro vie d’accesso fiancheggiate da alberi da frutta in modo che si può camminare all’ombra per due miglia». Ora, non c’è nulla al mondo che sia rimasto intatto per quasi cinquecento anni, ma il tempio buddista più sacro del Paese, il luogo dove i birmani sognano di recarsi almeno una volta nella vita, visto da vicino è piuttosto deludente.

I quattro ingressi ci sono ancora, ma gli alberi da frutto sono stati sostituiti da ascensori, scale mobili e passaggi coperti, dove centinaia di venditori ti tormentano per rifilarti fiori di carta, piccoli Buddha, cartoline e tutto il ciarpame dei luoghi turistici. Solo che qui i mercanti occupano lo spazio del tempio e ora capisco perché Gesù, in un impeto d’ira, li abbia scacciati da Gerusalemme. Il caos fieristico è accentuato, nella prima terrazza dello zedi sfolgorante d’oro, da un inverosimile accatastarsi di statue, templi, reliquiari, immagini, tempietti e scritte al neon da luna park.

 

 

Un leone della Shwedagon Pagoda

 

 

I colori dominanti, oltre al bianco accecante e all’oro zecchino che sembra steso di fresco (e infatti ogni anno viene rimpinguato), sono i blu zaffiro, i rosa pastosi e i verdi squillanti. Qui la gente prega, passeggia, versa l’acqua sulle statue del Buddha in segno di buon auspicio (un bicchiere per ogni anno di età e svariati per il futuro) e chiede la carità. Fa rabbia pensare a quante monete versano questi poveracci nelle teche di vetro, ciascuna messa lì con un intento preciso: illuminare il Buddha, fare le pulizie, mantenere il tutto in uno stato decoroso.

Per la religione birmana il concetto di rinascita si è corrotto fino a diventare una semplice credenza nella reincarnazione. Se vuoi migliorare il tuo stato (e da donna rinascere uomo o da povero, ricco), non hai che da accumulare meriti: dar da mangiare ai monaci, ricoprire le statue del Buddha con degli adesivi d’oro zecchino, mettere più soldi che puoi nelle cassette del tempio. Ecco fatto. Altro che buddismo delle origini, dove ciascuno è il solo responsabile del proprio destino!

 

Nei monasteri birmani si entra a cinque anni

 

 

Qui sembra aver la meglio la medievale pratica della vendita delle indulgenze. Tuttavia, se si ha la pazienza di trovare l’angolo adatto e, soprattutto, di aspettare il tramonto, la magia di Kipling finirà per sorprenderci. La gente se ne va, resta il cielo rosso che incendia la pagoda. In alto, scie d’azzurro verso l’infinito.

Questa notte, poi, ci aspetta un’altra magia, la Governor’s Residence, in perfetto stile coloniale datato 1920. Sede del governatore inglese, in legno di tek tirato a lucido, è immersa in un giardino di banani, gelsomini e jacarande, che spuntano dai laghetti. Salgo nella mia stanza profumata di cera e lemon grass, quando è appena calato il crepuscolo. Sento un lieve gorgoglio, qualcuno sta nuotando nella piscina trafitta da un raggio di luna. Sono incerta se indossare il costume o prepararmi per la cena. Vince l’appetito e un delizioso profumo di curry che assaggerò a lume di candela nel tavolino apparecchiato sull’acqua fra i fiori.

 

La vista dei templi di Bagan è uno degli spettacoli più emozionanti del mondo

 

 

Da Yangon a Bagan con l’aereo in poco più di mezz’ora e lo spettacolo birmano può finalmente cominciare. Ancorata alle sponde del fiume Irrawaddy, ci attende la Road to Mandalay, il piccolo, confortevole hotel di lusso galleggiante che ci porterà, appunto, fino a Mandalay lungo il corso del fiume Irrawaddy. Da qui in poi la vita scorre pressoché immutata dall’anno Mille. Per assaporare quello scrigno di tesori che è Bagan è preferibile alzarsi all’alba, aspettare che la bruma della notte si sciolga, camminare fra il canto degli usignoli, salire su una mongolfiera e, nella luce rosata, ammirare lo spettacolo che scorre là sotto.

In una piana estesa come Manhattan sono concentrati oltre 2.300 templi perfettamente conservati; un altro migliaio giace nei cumuli di pietra distrutti dal tempo e dai terremoti. Tutto cominciò nel 1044 quando re Anawrahta creò il primo regno centralizzato con capitale Bagan, in una meravigliosa terrazza affacciata sul fiume più importante del Paese. Con una frenesia religiosa che ha pochi esempi al mondo, furono costruiti, nell’arco di duecento e quarant’anni (fino all’arrivo delle orde mongole di Kublai Khan nel 1287) oltre 4.400 templi.

 

La verdissima piana di Bagan disseminata di templi e stupa

 

È impossibile descrivere l’emozione che si prova, sfogliando dall’alto questo catalogo di delizie architettoniche, le più svariate che fantasia umana abbia mai concepito. Dai fiori di loto, ai bulbi, alle campane, alle guglie ardite, alle pannocchie, ai pinnacoli; dalle forme geometriche e piramidali a quelle più morbide, tonde e sinuose, gli architetti bimani hanno innalzato queste meraviglie per conservare minime reliquie del Buddha (magari un solo capello o un ossicino).

Cupole d’oro, pietre intarsiate, mattoni rosati sono immersi nella foresta di acacie e tamarindi, interrotta qua e là dai campi pettinati di arachidi e soia, di sesamo e mais, percorsi da mandrie di buoi, capre al pascolo e carretti che portano di buon mattino i contadini al lavoro. Donne vestite di rosa, rosso e arancione tornano a casa dopo aver riempito d’acqua pesanti pentole di rame che portano in bilico sulla testa.

 

 

Contadini nella campagna attorno a Bagan

 

 

Nei villaggi della piana si accendono i fuochi per la prima colazione. I vicoli sono pulitissimi, la sabbia di fiume viene spazzata di continuo. Nelle capanne di bambù con i tetti di paglia, donne minute nelle bluse a fiori e lunghe vesti, tessono la lana, puliscono la soia, rifanno i letti posti su alti ripiani, al riparo dalle frequenti inondazioni. L’atmosfera è rimasta molto simile a quella dei tempi in cui fu fondato il regno mitico di Bagan.

La sensazione di essere fuori dal tempo è interrotta a bordo dalle ampie cabine con aria condizionata, dai ponti con piscine e ristoranti di primissima classe. Mi lascio andare sulla sdraio in bambù con un drink in mano e vago con lo sguardo sul fiume. In questo punto è larghissimo e le sponde basse e sabbiose sono punteggiate da rari villaggi con i tetti di paglia; le donne lavano i panni e i bambini si bagnano nelle acque fangose, lanciando richiami come per dire «ehi voi, marziani, siamo qui, prendeteci in considerazione!».

 

Il fiume Irrawaddy al tramonto

 

Vasti canneti contrastano con il verde cupo degli alberi e quello tenerissimo delle coltivazioni di sesamo e ortaggi. Il fiume è deserto, si incontrano rare zattere che trasportano il teck dalle foreste del Nord; solo avvicinandoci a Mandalay compaiono scassatissimi traghetti carichi di pendolari e turisti locali; pagode dorate emergono dal fitto verde come bouquet di calle rovesciate, così eleganti e gentili… che animo dovevano possedere gli antichi birmani? E perché ora tanta cupezza?

Me lo chiedo davanti alla Mahamuni Pagoda, che ospita un Buddha seduto alto quattro metri, completamente ricoperto di foglie d’oro per uno strato spesso 15 centimetri. Alcuni uomini (alle donne è proibito avvicinarsi) fanno la fila per contribuire con foglietti d’oro trasparenti alla gloria della divinità, mentre una ragazzina di 12-13 anni allatta al seno un neonato, avvolto in uno straccio grigio. Mi segue per tutto il tempo che rimango nel tempio con uno sguardo triste e determinato. Mi molla solo quando arriviamo alla macchina e le porgo 10 dollari, un’enormità.

 

 

Fin da bambine le birmane si spalmano sul volto una crema ottenuta dal legno di thanakha, un albero simile al sandalo.

 

 

Continuo a chiedermelo al mercato di Mandalay, dove frotte di donne e bambini insistenti pretendono l’elemosina o propongono abiti artigianali e piccole cose fatte a mano. Una donna mi fa segno, infastidita, di allacciare l’ultimo bottone della camicia, sono circondata da sguardi cupi, che si aprono in un mezzo sorriso solo se acquisto qualcosa.

Cinquant’anni di regime hanno tolto ai birmani non solo la libertà, ma anche la gioia di vivere dignitosamente. Penso a Aung San Suu Kyi, detta «la Signora», inutile premio Nobel per la pace nel 1991, vincitrice delle uniche elezioni democratiche del 1990, ma poi annullate e da allora tristemente chiusa nella sua casa sul fiume a Yangon. Né gli Usa, né le Nazioni Unite muovono un dito per far rinascere la democrazia in questo paese, secondo esportatore d’oppio al mondo.

 

 

Mandalay. Nel monastero del palazzo d'oro (Shwenandaw Kyaung), costruito interamente in teak nel 1880, anche il Buddha è scolpito nel legno

 

 

Mandalay, 600 mila abitanti, più volte distrutta e ricostruita, capitale della Brimania fino all’arrivo degli inglesi, è una città gradevole, che ospita gran parte degli artigiani del Paese. Ma anche più metà dei monaci e delle monache, che infittiscono ovunque il paesaggio birmano. Secondo alcuni sarebbero oltre 250 mila, ma questa cifra comprende i maschi che, almeno una volta nella vita, fra i 5 e i 20 anni sono tenuti a partecipare alla cerimonia di noviziato e, una volta cresciuti, a trascorrere almeno tre mesi presso un monastero.

Ed eccoli con le loro tonache in tutti i toni caldi dallo zafferano al rosso cupo e con il contenitore per il cibo laccato di nero, percorrere di buon passo la città fin dall’alba e raccogliere qua e là gli alimenti quotidiani: riso, lenticchie e legumi che porteranno meriti a coloro che li donano. In questa specie di teocrazia onnipresente, meno spavalde, e ovviamente meno prestigiose, sono le monache, obbligate a seguire 331 precetti contro i 227 dei loro colleghi maschi. Si sa, le donne hanno bisogno di maggior disciplina e meritano quindi minor rispetto. Ma non pare che questa condizione social-religiosa tolga loro il buonumore.

 

 

Una giovane monaca del convento di Zayar Theingi a Sagaing (Mandalay). Foto di Philip Lee Harvey.

 

 

A Sagaing, sulla collina di fronte a Mandalay, che ospita oltre 500 stupa, vivono seimila fra monaci e suore, in un’atmosfera di ridente riviera con boschetti fioriti, alberi giganteschi e monasteri che sembrano residenze aristocratiche un po’ fané. Nel cortile di una casa color pastello, alcune giovani monache dalla testa rasata e la tonaca rosa, stanno preparando dolci di agar-agar per un matrimonio. Chiacchierano e sogghignano, mentre svuotano i cocchi e lanciano occhiate furtive ai turisti.

All’interno, la decana del luogo, una suorina di 94 anni, raccoglie un folto gruppo di ragazze per intonare delle preghiere che ci dedicano sorridenti. È un posto calmo, seducente, qui intorno ci sono decine di pensioni che si possono affittare anche solo per una notte, immerse fra i gelsomini e gli alberi di pepe. Sulla cima della collina, campeggia la Soon U Ponya Shin Pagoda, costruita nel 1312. Piastrellata con tutti i rimasugli di una fabbrica di ceramiche, è tuttavia un luogo estremamente affascinante. La vista da quassù è fra le più stupefacenti che mi sia capitato di ammirare in tanti viaggi.

 

Costruito interamente in legno, il ponte U Bein, vicino a Mandalay, è lungo più di un chilometro.

 

 

Le colline verdissime sono punteggiate di decine di cupole scintillanti, tutto è rimasto come all’epoca d’oro di Sagaing, nemmeno il più piccolo edificio è disturbante o fuori tono. Tutt’al più c’è un eccesso di entusiasmo cromatico, che si integra però con la natura. I cancelli rossi che circondano gli edifici fanno da eco alle buganvillee color vinaccia, mentre le policromie azzurre, rosa e verdine degli edifici richiamano gli enormi frangipane e i fiori di jacaranda. La fantasia degli architetti buddisti anche qui, come a Bagan, è senza freni. E a far da cornice, laggiù, il fiume scorre verdissimo e tranquillo fra larghe sponde sabbiose. Davvero un Paese misterioso e magnifico, questo Myanmar. Che avrà mille difetti, ma non quello di non aver saputo rispettare il suo glorioso passato.

 

 

Dietro le cartoline (fotogalleria)

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Marisa_Deimichei

L'autrice del reportage. Marisa Deimichei, direttrice (e spesso fondatrice) di quindici testate: l'ultima F per Cairo editore; e, a ritroso, Tu Style per Mondadori e Vanity Fair per Condé Nast. La sua vera, poco esaudita, passione è viaggiare e scrivere di viaggi.

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