Bologna, all’inferno con Maometto

La basilica di San Petronio vista dalla torre degli Asinelli

 

 

Il giorno dopo, l’Italia che va a messa e quella che la guarda in tivù, l’Italia che squadra le chiese dai sagrati e quella che non fa nessuna di queste tre cose hanno tirato un ecumenico sospiro di sollievo. Ieri, domenica 31 luglio 2016, l’operazione chiese aperte è andata a buon fine. Nessuno ha estratto un coltello affilato durante l’omelia, nessuno ha sfoderato la durlindana crociata. Cristiani e musulmani si sono scambiati un segno di pace. In una chiesa, però, gli addetti alla sicurezza hanno tenuto d’occhio chi guardava con insistenza un certo affresco, rivolgendo una smodata attenzione a un particolare del medesimo.

A Bologna, nella basilica di San Petronio, più precisamente nella cappella dei Re Magi (già Bolognini), si trova un affresco, dipinto nel Quattrocento da Giovanni da Modena, che a partire dal 2002 desta preoccupazione. Raffigura l'Inferno, in stile dantesco e ha al suo centro un gigantesco Lucifero che divora ed espelle dall’ano i dannati, tra cui i lussuriosi infilzati nello spiedo, gli invidiosi bersagliati da frecce e gli avari costretti ad ingoiare, con la testa arrovesciata, una colata di oro fuso. E in un angolo c’è Maometto, seminudo, seviziato e percosso da un mostruoso demone con corna regolamentari e zampe da grifone. Una sorta di raffigurazione in stile Charlie Hebdo ante litteram. Una rappresentazione faziosa, bellicista e politicamente scorretta. Da crociati, sostengono gli islamici. Non c'è dubbio. E infatti più d’uno di loro è stato sorpreso a confabulare, fotografare e guardarsi attorno nei pressi del controverso affresco ritenuto blasfemo dai «veri credenti». Perciò misure di sicurezza eccezionali per evitare che i vendicatori del profeta si abbandonino a devastanti gesti riparatori.

Sarà che il cristianesimo ha il perdono incorporato e la sete di vendetta è storia d’altri tempi, fatto sta che i cristiani hanno archiviato nel faldone Amnesia storica le cruente malefatte compiute dalle gerarchie cattoliche in nome di Dio e all’ombra di San Petronio. Ne ricordiamo qualcuna, giusto per dimostrare quanto possa essere pernicioso l’esercizio della giustizia terrena in nome di un’autorità divina. Come se, in materia di fede, non bastasse atterrire i credenti con la minaccia delle pene ultraterrene. Sì, c’è stato un tempo in cui la Chiesa ha rappresentato per i suoi sudditi l’inferno in terra. E i supplizi comminati non erano molto differenti a quelli ancora in uso in certi Paesi musulmani di oggidì. E i processi di eresia si tenevano proprio a San Petronio, una delle cellule del terrore di Stato. Dello Stato Pontificio. L’obiettivo oggi sensibile aveva allora un cuore insensibile.

 

 

L'inferno secondo Giovanni da Modena
 

Un processo sbrigativo
Il 27 novembre 1622 furono giudicati Costantino Seccardini, che era stato buffone di corte di Antonio Medici, del granduca Ferdinando I e del cardinale Giustiniano, Bernardino suo figlio, Girolamo Tedeschi, detto dai Bottoni, per il suo mestiere, e Pellegrino Tedeschi. Erano accusati di avere imbrattato immagini, di credere che la sodomia, gli stupri e gli incesti non fossero peccato. Non digiunavano e mangiavano sempre cibi proibiti. Inoltre, attaccavano cartelli sacrileghi contro Dio, la Beata Vergine, e i santi facendosi beffe delle taglie sulle loro teste e delle orazioni che quotidianamente, secondo l’accusa, si levavano al cielo in varie chiese per ottenere la grazia di sapere chi fossero gli autori di tali malefatte.

I quattro furono condotti sui un gran palco nel quale sedevano il suffraganeo Gozzadini, il vice legato, il gonfaloniere, gli anziani, i collegi e gli inquisitori. Dichiarati eretici e perciò degli di morte, vennero poi condotti nelle carceri del Torrone, accompagnati dalle sbirraglie, e dai cavalleggeri incaricati di proteggerli dall’ira del popolo.

la mattina del 26 furono fatti salire su due carri, a due per carro, e condotti in tutte le strade nelle quali avevano commesso i sacrilegi. Furono quindi impiccati e bruciati. A Costantino Seccardini prima dell’esecuzione venne tagliata la mano destra. Tutte le chiese di Bologna, in segno di gioia, erano parate a festa.

Torture e punizioni d'ispirazione dantesca
Nel 1645, un prete, tale Possanza, fu condannato al tormento della veglia per aver sedotto e contagiato due suore. Ne morì. Il reo, sospeso con una corda a una carrucola veniva infatti calato più volte a contatto con un aculeo che si conficcava nell’ano.

Nel Settecento, i bestemmiatori venivano condannati a stare sulla porta della chiesa di San Petronio, con una candela accesa in mano, di domenica o in un giorno festivo, mentre si celebrava la messa grande. Il bando, che è del 1756, prevedeva che agli incorreggibili, e tali erano considerati i bestemmiatori alla terza condanna, fosse forata la lingua.

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