Bologna, il Compianto sul Cristo morto e le lamentele dei soliti incontentabili

 

 

«Intravidi nell’ombra non so che agitazione impetuosa di dolore. Piuttosto che intravedere, mi sembrò esser percosso da un vento di dolore, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione selvaggia». Così, Gabriele D’Annunzio, nelle Faville del maglio, rievoca una lontana sera d’autunno, quando, ragazzino, aveva accompagnato il padre ad ascoltare un concerto di musica sacra in una chiesa di Bologna. A colpire in maniera quasi traumatica Il futuro poeta era stato il Compianto sul Cristo morto. Rivivo le stesse emozioni.

Le facce delle donne sono maschere sfigurate dal dolore inconsolabile. Bocche spalancate dall'urlo e dall'incredulità. Smorfie di raccapriccio. Si vedono le lingue contratte. Una respinge la scena insostenibile con le mani. L'altra sembra stia per gettarsi sul corpo martoriato. La madre si tormenta le mani. Il suo grido è soffocato. Un'altra si tormenta le vesti e le carni. Giovanni Battista, quasi femmineo, si regge il mento con un gesto della mano che ricorda la madre migrante fotografata da Dorothea Lange a Nipomo, California, nel 1936. Una postura che ho visto in tante donne di campagna, mai in una signora da salotto. Stanno attorno al corpo dell'uomo disteso, la bocca e gli occhi socchiusi, le mani e i piedi con i buchi dei chiodi, che Nicodemo, l'uomo che «guarda in macchina», gli ha appena levato con il martello bipenne che stringe ancora in mano o con la tenaglia infilata nella cintura. Gli occhi di Nicodemo obbligano lo spettatore a guardare. Il suo è lo sguardo severo del testimone. Oggi Nicodemo sarebbe un fotografo di guerra o un medico senza frontiere con il camice ancora sporco del sangue degli innocenti.

Sembrerebbe una lezione di anatomia con studenti alla prima vista di un cadavere. È il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell'Arca. Sette figure a grandezza naturale, di una terracotta che sembra carne, con qualche traccia del colore perduto. Un presepe della disperazione plasmato probabilmente tra il 1463 e il 1490, ma sempre attuale Perché è il monumento minore e per nulla retorico di un teatro di guerra dei giorni nostri. Gli effetti della morte ingiusta, improvvisa e inaccettabile scolpita sui volti dei superstiti.

Il Compianto si trova all’interno della cappella di destra, a fianco dell’altare maggiore, nella chiesa di Santa Maria della Vita, che si chiama così perché faceva parte dell’Ospedale della Vita fondato dall’antichissima Confraternita dei Devoti Battuti, flagellanti convinti che il dolore fisico fosse l’unico modo per riportare la pace nel mondo.

L’opera non ha mai avuto vita facile. Dal 1600 in poi gli amministratori dell’Ospedale la rifiutarono, sostenendo che spaventava gli ammalati e la nascosero in una nicchia. Finì addirittura all’aperto, nei pressi del mercato. Da lì nacque il soprannome crudele affibbiato dal popolo bolognese alle Marie disperate: le «burde» (streghe). «Guarda che ti porto dalle burde» era la minaccia più consueta rivolta un tempo dalle mamme ai bambini che facevano i capricci. Oggi a fare i capricci sono però gli adulti.

L'amministrazione della chiesa ha deciso di chiedere un obolo di tre euro per ammirare il capolavoro di Niccolò dell'Arca. Il pedaggio ha suscitato polemiche e proteste in nome della gratuità dell'arte. (is)

Il gruppo scultoreo si trova nella chiesa di Santa Maria della Vita, in via Clavature 10, a Bologna.

Due curiosità:
- siete favorevoli o no all'ingresso a pagamento?
- quale preferite dei due video?

 

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