Brasile, caleidoscopio barocco

Brasile

 

di Saverio Salgado

 

Tutti la chiamano Bahia o Salvador (la pronuncia è Savadó), ma il suo vero nome è São Salvador da Bahia de Todos os Santos. La città più bella e africana del Brasile è un’invenzione dei gesuiti che, assieme al Vangelo, vi portarono la preziosa architettura barocca portoghese. Salvador de Bahia è nello stesso tempo l’Agnus Dei e il candomblé, culto afro-americano che alla liturgia cattolica mescola divinità yoruba originarie del Ghana e del Benin.

Grazie al suo centro coloniale, tra i meglio conservati al mondo, questa città che negli ultimi quarant’anni è passata da 600 mila a più di tre milioni di abitanti, esercita un’attrazione per nulla minacciata dal numero degli omicidi che in certi anni sfiora il migliaio. Dal 1985, quando l’Unesco ha proclamato Patrimonio dell’umanità il Pelourinho, la piazza dove gli schiavi venivano frustati dai loro padroni, la polizia veglia sui visitatori che passeggiano tra i riccioli rococò bianco crema dei sobrados, i palazzi gialli, celesti e rosa con cui la nobiltà della canna da zucchero ostentava la propria ricchezza.

Prima capitale del Brasile portoghese (dal 1549 al 1763), ambita dai corsari francesi, soggetta a un’effimera occupazione olandese (1624-1625), Salvador de Bahia ha un fascino senza tempo. Gli sguardi di milioni di curiosi non possono sconsacrare le sue 166 chiese, tra cui brilla, letteralmente, San Francesco con il suo corteo di angeli e santi d’oro. Ci sono voluti tre decenni, attorno alla metà del Settecento, per dorare le statue e gli intarsi di legno di cedro che fanno da ala all’altare. Più sobrie la chiesa di Nostro Signore do Bonfim e la basilica cattedrale. Ma l’apparenza talvolta inganna. Anche le chiese dagli esterni disadorni baluginano di soffitti sgargianti, di retablos e altari sfavillanti. All’appello manca la Sé, la cattedrale fatta demolire dalla «sacrilega» Compagnia Circolare, l’azienda tranviaria: le pietre che si staccavano costituivano una minaccia per i tram. Accadeva prima del riconoscimento dell’Unesco.

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Un altro caposaldo del barocco brasiliano è São Luis, l’unica colonia francese. Qui, a due gradi di latitudine sud dall’equatore, Maria de’ Medici sognava di fondare una Francia equinoziale. Dal 1612 al 1615 i moschettieri di Daniel de la Touche, signore di Ravardière partito da Cancale in Normandia, coabitarono con gli indiani Tupinamba. Fino all’arrivo dei portoghesi. Dell’avventura francese, nei trenta chilometri urbanizzati di costa, sono rimasti il nome della città, dedicata a Luigi XIII, il busto di Daniel de la Touche di fronte al municipio e qualche cognome normanno. Tutto il resto è architettura lusitana, e popolazione di radici africane. L’anima di Lisbona imprigionata nei becos, le strette vie in ombra, si sprigiona nei magnifici azulejos, le maioliche che fanno luccicare quattromila palazzi.

A pochi chilometri, ma lontanissima nel tempo, c’è Alcântara, che fu sede dell’aristocrazia rurale di São Luis. Fondata nel 1642 dal duca di Albuquerque, già sei anni dopo contava ottomila abitanti, sette chiese e 7300 schiavi. All’apice del suo fulgore costruì sale da ballo nella speranza di una visita ufficiale di Dom Pedro II, l’ultimo re del Portogallo e del Brasile. Oggi la foresta si riprende la città e le sue memorie. Più fortunate Recife e Olinda. La prima fondata dagli olandesi, la seconda distesa su sette colli e il cui nome deriverebbe dall’esclamazione «Oh linda!» («Che bella»). Grazie ai suoi colli Olinda è scampata all’urbanizzazione che l’assedia. Facciate dai colori fulminanti, rosa, gialle, verdi e blu, salgono assieme alle strade.

Olinda

Rampa della Misericordia non potrebbe chiamarsi in altro modo. In cima alla salita, la ricompensa: la città si offre allo sguardo nella dolcezza mistica dei suoi ventidue edifici religiosi. Dalla collina della cattedrale Alto da Sé, dove l’astronomo francese Emmanuel Liais nel 1860 scoprì una cometa, a São Bento a Nossa Senhora do Carmo fino al Convento di San Francesco, costruito nel 1577, distrutto da un incendio, ricostruito all’inizio del Seicento e decorato con splendidi azulejos che raccontano la vita del Poverello. Oltre il verde marezzato delle palme si stende la linea blu dell’orizzonte. È da quel mare che il barocco approdò alle coste brasiliane. Dal Portogallo furono trasportate per nave le lastre di pietra con cui fu costruita la chiesa di Nossa Senhora da Conceição da Praia, a Salvador.

In Brasile, il barocco ebbe il suo pieno sviluppo nel Settecento, un secolo dopo rispetto all’Europa. Ma già per tutto il Seicento gli ordini religiosi (benedettini, carmelitani, francescani e gesuiti) finanziarono architetture sobrie e, al tempo stesso, monumentali. Nel XVIII secolo, indebolitosi il ruolo degli istituti monastici e delle congregazioni, a finanziare la produzione artistica furono confraternite e ordini terziari: il nuovo stile si diffuse nel Nordest e nel Sudest, in forme sempre più esuberanti.

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Il barocco arrivò tardi ma ricco di influssi italiani, spagnoli e francesi e persino di riccioli indiani e di cineserie. Ai maestri portoghesi si aggiunsero talenti autoctoni, perlopiù meticci, a cominciare dall’architetto, scultore e intagliatore Antonio Francisco Lisboa (1738-1814), detto Aleijadinho. Le sue cattedrali e le sue statue di pietra saponaria fanno di Ouro Preto, dov’era nato, la patria del barocco brasiliano. Chiese e conventi adottarono questo stile per le loro facciate, e i retablos concavi degli altari presero il posto delle decorazioni manieristiche. «Stile malleabile, che si prestava a un’espressione drammatica», scrive lo studioso Angelo Oswaldo de Araújo Santos, «il barocco fu il primo stile della colonia, coinvolgendo, nelle suggestioni del tropico esuberante, le difficoltà, il cattolicesimo e la sensualità dell’incontro di portoghesi, africani e amerindi».

A partire dal Seicento si era diffuso in Brasile l’uso di ricoprire di foglie d’oro le sculture e gli interni delle chiese. Statue della Madonna e degli angeli abbacinano i fedeli. Uno degli esempi più caratteristici è a Ouro Preto: la decorazione dell’ex chiesa dei Gesuiti, attuale cattedrale, la cui costruzione della navata, decorata con grappoli d’uva, uccelli, fiori tropicali e angeli, risale al 1665-1670. A Recife, la Capela Dourada o Capela dos Noviços (qui sotto, un particolare), dell’ordine terziario di san Francesco d’Assisi, ideata nel 1696 all’apogeo economico dello Stato di Pernambuco, fu terminata nel 1724. Tra il 1700 e il 1730 si dipana sulle facciate delle chiese una vegetazione lussureggiante di pietra scolpita che è quasi la copia dei retablos absidali. Nel 1703 questo dinamismo si manifesta per la prima volta sulla facciata di São Francisco da Penitência a Salvador. È un’eccezione, dato che il barocco brasiliano si basa essenzialmente sul contrasto tra la semplicità dell’esterno e la ricchezza debordante della decorazione interna.

Recife

Ma perché tanta elaborata magnificenza? A Lima si era tenuta un’assemblea di vescovi che doveva stabilire quale fosse il punto di contatto tra nativi e civilizzatori europei. La soluzione fu geniale: li accomunava la bellezza. Agli indios furono riconosciute due spiccate qualità: l’orecchio musicale e un talento naturale per l’imitazione artistica. Scrive in quegli anni padre Antón Sepp: «Potete stare sicuri che sono capaci di riprodurre identico ciò che hanno visto fare anche una sola volta. Non hanno bisogno di un maestro, né di una guida che esponga loro le regole della proporzione, né di un professore che spieghi loro il calibro a corsoio. Se mostrate loro un disegno o una statua, produrranno immediatamente un’opera d’arte che non avrà eguali in Europa». Per i missionari l’arte diventò il veicolo del messaggio religioso.

Esuberanza, dorature e colori avevano lo scopo di stupire. «È prima di tutto necessario», spiega padre Sepp, «provocare l’entusiasmo degli increduli con simili artifici... Bisogna risvegliare e inculcare in loro una reale inclinazione interiore per la religione cristiana». Le statue scolpite dagli indiani convertiti, come quelle lavorate in seguito dai discendenti degli schiavi neri, illuminano il culto divino. Il barocco brasiliano trova la sua essenza nel carattere ludico, visuale e persuasivo.

Oltre che luoghi di devozione, le chiese barocche danno senso e omogeneità a un mosaico di comunità – portoghesi, bianchi, neri, indios e meticci – che si riconosce nella fede cattolica. La celebrazione barocca del culto lascia a ciascuno la possibilità di esprimersi nella propria maniera. Di fronte alla durezza della vita quotidiana, la Chiesa non è solo rifugio, ma speranza offerta dalla civilizzazione. Per Germain Bazin, precursore degli studi sulle arti brasiliane, il segreto del barocco d’Oltremare è quello di presentarsi come oasi in un paesaggio che può schiacciarti per la sua esuberanza o per la sua ostilità. «Nell’asprezza della boscaglia», scrive, «nel deserto del sertão o nell’opulenta vegetazione delle coltivazioni di canna da zucchero, si vede spuntare in lontananza, come irreale nel suo fragile biancore, un casamento di proporzioni modeste che un campanile o una croce segnalano come edificio religioso; alla sua vista, il viaggiatore si affretta, sapendo che tra quei muri scoprirà, concentrato come in uno scrigno prezioso, il profumo di una civiltà».

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