Canada, nello Yukon da padroni della strada

Doug alla guida del suo elicottero

 

 

di Ivano Sartori – foto di Fabio Braibanti

L’elicottero giallo fa una capriola nell’aria e viene giù con la rapidità del frutto maturo. L'erba alta si accuccia docile sotto la sferza delle pale. «Doug deve sempre fare la scena», commenta con elvetica severità e scuotendo la testa, la padrona svizzera dello chalet dove abbiamo passato la notte, dopo aver tentato di pescare salmoni e mangiato quelli succulenti acchiappati dagli altri ospiti. Pescatori svizzeri. Sarà pure svizzero lo chalet, ma a me e a Fabio, veterani dei Festival di Sanremo delle origini, fa venire in mente «la casetta in Canadà», con l'accento sulla «a». Canzonette a parte, ci sono parecchi svizzeri nello Yukon. Pionieri e chissà che altro. Forse cercatori di una Svizzera più grande e primordiale, prima dell'era delle banche birichine. Doug ha la forma e le dimensioni della cabina da cui si sprigiona con gesto insospettabilmente agile. Ci porterà in volo sul ghiacciao. A volo radente e lento sopra gli abeti alti e stretti, simili a enormi ombrelli chiusi male, una costante del paesaggio nello Yukon, che è Territorio, non Stato, fatto tutto di panorami, Che cominciamo a vedere dall’alto.

 

 

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Raggiunto il ghiacciaio, Doug lancia il suo il barattolo volante a tutta birra. Sorvoliamo un’esagerata tazza di caffellatte da cui spuntano tranci di biscotti turchese. Iceberg azzurrognoli in un sugo d’acqua melmosa. Guardando dal finestrino dell'aereo, ci eravamo infatuati di certi laghetti che sono pezzi di cobalto lustro caduti dal plafond del cielo ma questa è roba ancor più fina e rara. Gli balliamo sopra per un bel po’, al ghiacciaio, poi atterriamo in un prato fiorito. Doug ferma le pale del rotore, respiriamo, facciamo il punto. Questo è lo Yukon: lasciate perdere Jack London e la corsa all’oro, cominciata nel 1896 e già esaurita nel 1905. Quella è solo bella letteratura, bel cinema, oggi è tutt'altro paio di maniche.

 

 

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Facciamo un passo indietro. Un paio di giorni fa io e Fabio, il fotografo, siamo atterrati a Whitehorse, capitale dello Yukon, tra fucilieri e ranger della regina, fusciacche, gambe nude sotto i kilt e capelli color grano maturo, figurine dell’album dell'Impero divenuto Commonwealth. Siamo saliti su un gippone e con quello è iniziata la nostra esplorazione. Nello Yukon non si perderebbe neanche un bambino. Le strade che lo traversano sono solo due. Una va da sud a nord, e viceversa. L'altra da est a ovest, e viceversa. A un certo punto s'incrociano. Tutto qui. Si fanno chiamare autostrade, ma esagerano. Vuol essere highway persino la strada bianca che va su in Alaska, oltre il circolo polare artico, bucando nugoli di zanzare allupate perché in giro c'è troppo poco movimento, troppo poco sangue da succhiare. O nessuno tanto fesso da uscire dall’auto per farselo succhiare.

Io sono stato tanto fesso e le vampire mi hanno assalito infilandosi dappertutto: orecchie, naso e occhi. La più stupida ha cercato di ciucciarsi l'inchiostro della stilografica con cui prendevo appunti sulla loro sete. Ci staremo parecchio su queste strade, perché non c’è nient’altro da fare se vuoi incontrare gente: 33 mila abitanti sparsi su una superficie che è più di una volta e mezzo quella italiana. Fate un po' voi i conti e capirete perché il nostro viaggio sarà una ricerca spasmodica di qualcuno per avere la certezza di non essere soli al mondo. Perlomeno in questo pezzo di mondo selvatico.

 

 

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Non è facile incrociare esseri umani. Ma, quando li troviamo, Fabio non li molla. È lui al volante e ha l'acceleratore facile. Fa filare la macchina come una lancia da caccia alla balena. Quando avvista un pickup, un camper, un Suv, un fuoristrada, una moto, si mette sulla loro scia e prima o poi lo arpiona. Lo tallona, e non appena quello fa sosta in un bar, guarda un po’ viene anche a noi voglia di un caffè o di un bisognino. Saltiamo giù ad attaccar bottone. Non c’è veicolo semovente che non abbia il suo bravo rimorchio, un secchio che gli penzola dietro, un kayak o una canoa sul tettuccio. Nel cielo ronzano idrovolanti colorati formato zanzara gigante. Quelli sono imprendibili. Le nostre prede preferite sono i motociclisti. Al Braeburn Lodge, una cinquantina di chilometri da Whitehorse, ne becchiamo quattro mentre si stanno togliendo le bucce. Dalle guaine nere spuntano chiome bianche di vispi sessantenni o più.

Queste sono due coppie che cavalcano Harley Davidson, senza decelerare, dai tempi di Easy rider. Il biker con il pizzetto grigio addenta il sandwich più tosto della lista: Walk on the wild side, come la canzone di Lou Reed. Buono? Buono. Che c’è dentro? Lotza motza. Sarebbe a dire mozzarella. Ma la specialità del locale, tenuto da un ex motociclista che ha fatto mille mestieri («ho lavorato persino per il governo»), è il cinnamon bun, una pagnotta alla cannella che peserà un chilo ma te ne accorgi troppo tardi, quando ormai ce l’hai nello stomaco. Sospetti di averla mandata giù insieme al domopak trasparente in cui quell’orso di Steve Watson, il gestore, l'aveva avvolta. I quattro che si sono scartati dalle vilpelli nere sono un ingegnere, un minatore, una cuoca e una segretaria. Anche loro diretti a Dawson, la capitale, il bordello dei cercatori d’oro, fin che ce ne sono stati. Oggi, ombelico del folclore turistico, un mausoleo dell’avventura assai ben tenuto.

 

 

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Prima di mollarci con una pagnotta di scorta che stagionerà sul sedile posteriore del nostro gippone, Steve Watson ci ha avvertito della presenza di almeno un altro italiano nella zona: Roberto Fulvio. Sta a Keno. Lontano? Ehi, Sheila, quanti chilometri sono per Keno? Tre ore. Passa qualche centinaio di chilometri prima di arrivare alla deviazione per Keno. La imbocchiamo. Questa volta siamo proprio soli ad avanzare nella foresta, mordendo i tornanti di una strada ricoperta da un lacunoso manto di ghiaia. Alla fine di innumerevoli giravolte, in una conca tra alte montagne, appaiono le carcasse di alcuni edifici di legno. Aria da città fantasma. Nessuno in giro. C’è una finestra con un tentativo d’illuminazione. Entriamo. Nel ventre della vecchia bicocca affumicata, tre uomini e una donna se ne stanno con i gomiti sul tavolo davanti a bicchieri di birra semivuoti o semipieni. Segno di vita. Il pub del villaggio. Ci aggreghiamo. Condividiamo il loro silenzio e le birre. Paghiamo un giro, le lingue si sciolgono.

Roberto Fulvio? Dall’altra parte della strada, nella latteria-generi alimentari dove c’è l’altra metà del paese. Grandi feste. Un forestiero è un avvenimento, un italiano che incontra altri italiani una festa patronale. Roberto è con Michele, i due ce ne contano di ogni sorta per trattenerci fino a notte fonda. Da tempo pensionato, figli laureati a Whitehorse e Calgary, Roberto Fulvio è arrivato da Fano nel 1956. La miniera ha chiuso nel 1989, quando è morta sua moglie Alla, russa. Per conto della compagnia mineraria deve tenere sotto controllo le infiltrazioni di zinco nel terreno. Cioè i postumi della sbornia mineraria. Michele, sulla quarantina, viene da Brindisi, ha fatto varie volte avanti e indietro con l’Italia, poi ha deciso di fermarsi qui. Si è dato una missione: raccogliere tutto quel che i minatori si sono lasciati dietro andandosene. Ne è venuto fuori un museo pieno di attrezzi e preziosi oggetti d’uso comune. Un’antologia della vita di frontiera, il sacrario di una città morta ma insepolta. «Siamo tre villaggi a pochi chilometri l’uno dagli altri: Keno, Elsa e Calmet, eravamo 1.100 abitanti in tutto; oggi siamo rimasti in 17».

 

 

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Ci disfiamo a malincuore dell'ospitalità di Roberto e Michele. Prima di congedarci, ci riempiono il serbatoio con diversi galloni di benzina. Non vogliono soldi. «Con quella che vi era rimasta non sareste mai arrivati a Dawson». A Dawson City ci arriviamo verso le due di notte, una notte artica illuminata come un crepuscolo che puoi scambiare per alba. Un paio di volpi si affiancano al nostro gippone e ci scortano fino all’ingresso della cittadina. Con addosso la fierezza e la stanchezza degli esploratori che hanno scoperto gli ultimi sopravvissuti di una tribù sconosciuta, vogliamo solo dormire. Ci accaniamo contro il campanello della porta della guest house. Il locandiere, in pigiama e con una lanterna in mano per farci credere che siamo precipitati nell'epoca dei lumi a petrolio, ci accoglie da ragazzi scapestrati di ritorno dalla discoteca: «È questa l'ora di arrivare?». Ci scusiamo e crolliamo sui letti. Domani è giorno di festa. «Non dovete mancare», ci esorta il padrone di casa. Siamo qui per questo.

 

 

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È sempre festa a Dawson City, costretta a rivivere in forma di show i fasti floridi e torbidi della febbre dell'oro, quando le sue vie fangose con i marciapiedi di legno, che ancora ha, pullulavano di cercatori e sciantose e il ricavato delle pepite finiva nelle mani di banchieri, ballerine di vaudeville, titolari di saloon e tenutarie di bordelli. Di quella storia epica e malandrina la comunità dei duemila residenti gratta oggi la crosta in forma di intrattenimento turistico. Non si risparmiano le sfilate e le manifestazioni di folclore. Un carnevale a ciclo continuo con gli abitanti che si travestono da ballerine e pistoleri. E dove persino le giubbe rosse a cavallo, gli uomini della leggendaria Royal Canadian Mounted Police, sembrano a prima vista figuranti mentre sono veri poliziotti. Le loro sfavillanti uniformi sanno di tracce nella neve, ultima frontiera e reliquia di impero britannico in questo Paese di cui la regina Elisabetta, per quanto sia facile dimenticarsene, è pur sempre il capo dello Stato. Amnesia del tutto giustificata, l'ovest non del tutto addomesticato è più vicino di Buckingham Palace.

 

 

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Incontriamo parecchi chiacchieroni a Dawson City. E ascoltandoli ci rendiamo conto di quanto siano precari i loro ruoli. La ragazza dalle unghie smaltate d'oro che ci serve una T-bone al ristorante insieme al piatto butta lì che la sera dà spettacolo, senza aggiungere altro. E noi non le chiediamo di più. Avremo fatto la figura degli zoticoni a non chiederle dove avremmo potuto andare ad applaudirla? Fabio non ha rimorsi: «Ma hai visto che unghie aveva? Sembrava la figlia di Goldfinger». Come dire: non è tutt'oro quel che luccica. Già, a volte è lo sguardo.

 

 

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Spesso la precarietà si traduce in fuga. Cheryl, cameriera dell’unico ristorante a Eagle Plains, otto abitanti in tutto sulla Dempster Road, sogna il sole di Cuba. Mogliettina tutte moine, maritino alla cassa, trascorre sei mesi qui, nell’ultimo posto di ristoro e di rifornimento prima del circolo polare artico e prima del confine con l’Alaska. Quando la neve blocca tutto, vola ai Caraibi o in Australia. A fare la cameriera. I giornali locali pubblicano annunci del tipo «cercansi infermiere per il sole della California e della Florida: 5000 dollari americani al mese più mille a chi si presenta subito». Meglio Fidel Castro che un vecchietto petulante e magari molesto da accudire, dice la saggia Cheryl. Ne sono convinte in molte.

 

 

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Una che non ha mai pensato di mollare è Deborah Millar. Non è che abbia la febbre dell'oro, ma avendo ereditato la concessione dal padre, qualcosa bisognava pur farne. E così fa la cercatrice d'oro. Insieme a suo fratello David, coerede, sarchia la crosta ghiacciata del permafrost, la fruga con una ruspa e una pala meccanica per tirarne fuori pepite che hanno la consistenza delle briciole. Più facile imbattersi in costole di dinosauri e mammut congelati. Mi allunga una clavicola di mastodonte perché me la porti via come souvenir. È avvolta nel domopack trasparente. Come il panino per mastodonti di Steve Watson. Nella loro baracca, i cercatori hanno due zanne che pesano più di un quintale l’una. Stesso sistema di protezione.

Quanto si guadagna con l’oro? «Più o meno l’equivalente di 250 mila dollari l’anno, da dividere tra noi due, nostra madre e un dipendente». Sono poco più di un centinaio gli ultimi cercatori e si spartiscono un bottino complessivo di 40 milioni di dollari. Non immaginateveli inginocchiati sulle sponde di un creek a setacciare le acque. Lavorano tutti con le scavatrici. Le miniere d'oro hanno lo stesso fascino delle cave di ghiaia.

 

 

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Se un cartello dice «attenti animali selvatici», vuol proprio dire che dovete stare attenti. Di lì a poco e dal bel nulla un alce dal pelo lucido e delle dimensioni di un bue potrebbe sbucare dagli abeti a ombrello e attraversarvi la strada ruminando beatamente. Lei si ammaccherebbe, voi di più. E può succedere pure che si blocchi nel bel mezzo della carreggiata giusto per farvi capire chi comanda lì. Succede tante di quelle volte che dopo un po’ non ci fai neanche più caso.

Gli orsi li vedremo molto più su. Bruni, ai margini dei boschi, intenti a piluccare foglie e germogli. Prima di vederli, scorgi da lontano i fanalini di coda delle auto di chi si è fermato a osservarli. La strada corre su un terrapieno, l'orso è un po’ più in basso. pochi metri in linea d’aria. Scendo dall'auto, avanzo verso il bordo della strada per vedere meglio, arrivo sull'orlo della scarpata dove l'asfalto si sfrangia in una bordura di ghiaia fragile, che cede sotto il mio peso. Scivolo facendo rumore. L’orso sente, si gira di scatto, alza una zampa come se volesse salutarmi, emette un grugnito ammonitore e si ritira scocciato. C’è una linea invisibile che non va mai varcata. Un rumore brusco è un campanello d’allarme. Per il disturbato e per il disturbatore.

 

 

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Lungo la polverosa Dempster road ci imbattiamo in Hubert, francese di Nantes, che insegue farfalle giallo cromo con un’enorme rete verde oliva. Ha il viso tappezzato di zanzare. Comunichiamo con lui a gesti attraverso il finestrino, senza abbassare il vetro. Siamo mica matti. La strada si chiama così perché in un anno che non si sa, quando ancora non erano stati inventati i fuoristrada, in un imprecisato chilometro in mezzo al nulla, il caporale Dempster della Royal Royal Canadian Mounted Police, cioè una Giubba rossa, morì assiderato dal freddo nel tentativo di prestare soccorso a una pattuglia sperduta. La neve era così alta che dovettero attendere la primavera per recuperare i corpi dei dispersi e dei soccorritori. Dempster road, la pista dei trapper e delle Giubbe rosse che davano la caccia ai fuorilegge, oggi è battuta soprattutto da ciclisti impavidi e da camionisti che corrono a tutta manetta. Le avventure dei banditi e degli eroi sono raccontate dai cartelli affissi lungo il percorso come stazioni di una via crucis. È luglio fatto ma le montagne portano ancora piume di neve sui baveri.

 

 

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Sarà perché Fabio risente dello spirito del luogo selvaggio, sarà che abbiamo fatto mille chilometri in un giorno senza incontrare anima viva, fatto sta che al ritorno il fotoreporter che è anche driver guida alla maniera dei fuorilegge in fuga. Glielo faccio notare. «Eh, ma non vedi che non c'è nessuno in giro?». L’ha appena detto quando si materializza un autotreno. Ricorda il camion assassino di Duel. Avevamo visto del fumo in lontananza, pensavamo a un incendio, è la polvere che solleva con la sua corsa. Anche quel camionista sta scappando dalla solitudine. Viene avanti al centro della strada, alzando una nuvola bianca ignota agli automobilisti da asfalto. E

h già, solo su una strada dello Yukon puoi capire che cosa significhi l'espressione, da noi caduta in disuso, «far mangiare la polvere», cioè sorpassare qualcuno alzando un nugolo che il sorpassato è costretto a mandar giù. Un modo di dire per indicare la sconfitta. Qui il significato è però tutt’altro. Vuol dire che la natura riesce a resistere ai «civilizzatori». Solo nelle strade bianche, le emozioni corrono veloci e selvagge. Sulle strade maestre dello Yukon.

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