Canada, Toronto l’adolescente

Si prevede che l’area metropolitana si dilaterà dai 2,8 milioni di abitanti attuali a 9,5 milioni entro il 2041.

 

 

di Stephen Marche

 

 

Agli statunitensi e agli stranieri in generale, la nuova Toronto e i suoi abitanti possono sembrare allo stesso tempo familiari e bizzarri. È una città nel pieno della pubertà, che cresce così in fretta e cambia così rapidamente da non sapere troppo bene cosa pensare di se stessa.

Nel 2015 la popolazione di Toronto, che è in crescita, ha superato quella di Chicago, che sta calando. I confronti sorgono spontanei. Quel che Chicago è stata per il ventesimo secolo, Toronto lo sarà per il ventunesimo. Chicago è stata la grande città industriale, Toronto sarà la grande città postindustriale. Chicago è fegato, macellai d’alta classe, magnifici palazzi modernisti e degrado amministrativo; Toronto è lavori puliti e gelaterie artigianali, condomini identici, scuole pubbliche eccellenti e sanità gratuita per tutti. Chicago è una fabbrica fatiscente dove un tempo gli Stati Uniti producevano cose; Toronto è una banca nuova di zecca dove i dipendenti parlano venticinque lingue. Arrivando da un’altra città si avverte istintivamente una gran disponibilità di tempo. A Toronto il futuro conta infinitamente più del passato.

 

 

Nel 2005 c’erano 13 grattacieli; ora sono quasi 50 e altri 130 sono in costruzione

 

 

La crescita di Toronto è stata smisurata. Se la osservate dall’acqua, quasi tutti gli edifici che vedete sono stati costruiti negli ultimi vent’anni. La città sta vivendo un boom così lungo che ben pochi riescono a ricordare com’era prima. Nel 2005 c’erano 13 grattacieli; ora sono quasi 50 e altri 130 sono in costruzione. Si prevede che l’area metropolitana si dilaterà dai 2,8 milioni di abitanti attuali fino a 9,5 milioni entro il 2041.

È stato varcato un confine. Toronto oggi è abbastanza adulta da pullulare di contraddizioni, e sono le sue contraddizioni a renderla interessante. È, per esempio, di gran lunga la città più sicura del Nordamerica, un posto straordinariamente rispettoso della legge sotto ogni criterio. Ha anche prodotto Rob Ford, il sindaco fumatore di crack più famoso del mondo, un uomo di cui nessun crimine è riuscito a intaccare la popolarità.

Altre contraddizioni si manifestano solo a un esame più ravvicinato. È la monotonia di Toronto a renderla elettrizzante: un concetto difficile da afferrare. La sua mancanza di ambizione è il motivo per cui il collasso finanziario del 2008 non l’ha sfiorata. La severa regolamentazione delle sue banche, che ne impediva gli abusi, le ha isolate dal peggiore di tutti gli sconvolgimenti globali. A Londra e New York, lo stereotipo del broker è un tizio che ama la cocaina, il vino rosso e i progetti megalomani. A Toronto, un broker gestisce i portafogli pensionistici degli insegnanti e passa il weekend in campagna.

La passione per la sicurezza vale in tutti i campi e i settori produttivi. Una persona affidabile è infinitamente più apprezzata di una brillante. L’ideale di Toronto è la cosiddetta «mano equilibrata» e l’equilibrio di Toronto è il motivo che ci fa andare le persone, e tutta questa gente che accorre la fa diventare stimolante. È per questo che è la città più completamente, incantevolmente noiosa del mondo.

 

 

Rob Ford è stato sindaco di Toronto dal 2010 al 2014. Foto di Mark Blinch:Reuters

 

 

Ma la contraddizione fondamentale della nuova Toronto è che ha dato il meglio di sé diventando una città di altri. Nel contesto canadese, Toronto non è più solo la prima in una serie di città allineate lungo la ferrovia che unisce l’Atlantico e il Pacifico. È diventata la metropoli del Canada, la città globale. Il 51 per cento degli abitanti di Toronto è nato all’estero, in più di 230 paesi diversi, il che la rende, secondo molti parametri, la città più varia del pianeta. Non è solo la diversità a distinguere Toronto: è la sua quasi unanime celebrazione della diversità. Toronto è forse l’ultima città del mondo a desiderare sfacciatamente la differenza.

Questa apertura, purtroppo, è eccezionale. In un mondo in cui Donald Trump è il candidato di un grande partito politico alla presidenza degli Stati Uniti e una parlamentare britannica è stata uccisa da un uomo che gridava «Britain first», noi canadesi abbiamo in larga misura evitato quest’odio per gli altri. Una ricerca del 2012 della cattedra di studi canadesi a Berkeley, in California, ha riscontrato che «rispetto ai cittadini di altri Paesi avanzati che accolgono migranti, i canadesi sono di gran lunga i più aperti e ottimisti in materia d’immigrazione». L’assenza di xenofobia nella politica (che va distinta dalle varie crisi dell’integrazione) si è affermata per ragioni specifiche dell’esperienza canadese, e non perché siamo in qualche modo persone migliori.

Il successo di Toronto nel 2016 è cominciato con la quasi catastrofe nazionale del 1995. Il referendum di quell’anno sull’indipendenza del Québec portò il Paese a un soffio dalla scomparsa. n un famigerato, ubriaco e sconclusionato discorso in cui riconosceva di aver perso, Jacques Parizeau, allora primo ministro del Québec, attribuì la sconfitta al «denaro e al voto etnico». Avevo 19 anni quando lo disse, e già allora capii che per il resto della mia vita il futuro del Paese sarebbe stato costruito sul denaro e sugli immigrati. Dopo il 1995 Montréal decise di diventare una città franco-canadese. Toronto decise di diventare una città globale.

Lo sguardo nell’abisso separò i canadesi anglofoni dal resto dell’anglosfera. Il dato più significativo dello studio di Berkeley è che «in Canada, quelli che esprimono maggiore patriottismo di solito sono gli stessi che sostengono l’immigrazione e il multiculturalismo. Negli Stati Uniti è il contrario». La differenza cruciale di Toronto rispetto al resto del mondo è in questo rapporto con l’immigrazione. Il Canada può sopravvivere solo come entità cosmopolita. La terra e il sangue lo dilaniano invece di cementarlo. Con la frontiera degli Stati Uniti a sud e tre oceani brutali sugli altri lati, il Canada è protetto come pochi altri luoghi da un’immigrazione incontrollata. Non ci sono masse che premono disperatamente alle sue frontiere. Piuttosto, noi selezioniamo il meglio del mondo e la chiamiamo compassione.

 

 

Rifugiati siriani accolti in Canada dal Primo ministro Justin Trudeau.

 

 

In realtà, se analizziamo i dettagli della situazione, non è compassione. Ci sono già molte famiglie musulmane a Toronto e sono noiose come qualunque altro canadese. Nella mia vita, le persone di tradizione musulmana che ho conosciuto di solito erano soci d’affari di mio padre; mi preparavano le tasse; spettegolavano di continuo nel bugigattolo accanto al mio in una casa editrice giuridica dove lavoravo, tanto che dovetti comprarmi delle cuffie contro il rumore; mi davano delle dritte su come superare certi esami quando facevo il dottorato; mi curavano le carie; si prendevano cura dei miei figli all’asilo. Perciò quando ho sentito che stavano arrivando 25mila siriani, non immaginavo 25mila poveri disgraziati furibondi. Immaginavo 25mila ragionieri e dentisti. Che sono esattamente quelli che sono arrivati.

Il multiculturalismo di Toronto senza dubbio ha le sue crisi, e queste crisi si stanno intensificando. Quando la provincia dell’Ontario (di cui Toronto è la capitale) ha annunciato un nuovo programma scolastico di educazione sessuale che prevedeva anche discussioni aperte sull’omosessualità, i genitori musulmani conservatori e quelli sino-canadesi cristiani hanno ritirato i figli dalla scuola pubblica in segno di protesta. Il primo ministro Kathleen Wynne ha risposto con una dichiarazione che sostanzialmente equivaleva a: «Peccato».

Secondo la limpida interpretazione della Corte suprema, la carta dei diritti e delle libertà del Canada – che è stata approvata nel 1982 ed è lo stesso documento che sancisce il multiculturalismo come politica nazionale – indica che la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale è anti-canadese. La tanto magnificata tolleranza di Toronto ha una vena granitica.

Più seri sono i problemi etnici e di polizia che dilaniano la città da due anni. Il cosiddetto «scandalo della cardatura» – con la polizia accusata di schedare la comunità nera – ha evidenziato che le forze dell’ordine hanno assoluto bisogno di una riforma.

Questa è una storia che si è vista anche nelle città americane. Ma il movimento Black Lives Matter qui ha avuto un profilo tipicamente torontiano. Gli attivisti hanno protestato davanti alla sede della polizia per 14 giorni, hanno ottenuto un incontro con il sindaco e il primo ministro dell’Ontario, poi si sono sciolti pacificamente. Non c’è stato il minimo accenno a una rivolta e neppure a un comportamento scorretto. Gli attivisti di Toronto hanno reclamato un risarcimento per la cattiva amministrazione in modo perfettamente ordinato e le loro richieste – assolutamente ragionevoli – rientravano nella migliore tradizione della beneducata politica canadese. Gli attivisti chiedevano, proprio come il modus operandi del Canada impone di fare, «pace, ordine e buona amministrazione».

 

 

Protesta di attivisti del movimento Black Lives Matter davanti alla sede della polizia. Foto di Steve Russell:Toronto Star

 

 

In qualunque mattina, sulla linea Sheppard della metropolitana, al nord della città, si può viaggiare in pace e ordine perfetti, ma è difficile trovare tracce di buona amministrazione. La linea Sheppard è l’ultima aggiunta alla logora infrastruttura della città, e non è quasi toccata dal caos urbano. Le stazioni hanno la discreta maestà delle cattedrali abbandonate, progettate per molte più persone di quante le usano, come rovine che non sono mai state abitate. Intanto, nelle linee sovraffollate del centro, i passeggeri sono stipati sui gradini. I tram che percorrono l’unica strada principale, Spadina avenue, ogni giorno trasportano più persone dell’intera linea Sheppard, che secondo una stima costa quasi dieci dollari a passeggero. Qualcuno ha osservato che mandare un taxi a tutti sarebbe più economico.

Questo ridicolo stato di cose – soldi sprecati in un angolo della città quando sarebbero disperatamente necessari altrove – è il tipico risultato dell’idea di consenso cara al municipio di Toronto. Il consiglio è fatto da una banda di babbei incapaci, un amalgama di conservatori con la c minuscola e gente di sinistra che sembra uscita da una cellula sindacale, tutti fermamente ancorati al passato.

Entrambe le parti vogliono fermare quello che sta succedendo in città. La sinistra vuole rallentare la gentrificazione, e i conservatori pensano che siamo stati tutti tassati a sufficienza. Ovviamente, quando la maggior parte della gente pensa a babbei incapaci nel municipio di Toronto pensa all’ex sindaco Rob Ford, che è morto di cancro nel marzo di quest’anno. Ma c’è anche il consigliere Giorgio Mammoliti, che ha proposto un casinò galleggiante, un distretto a luci rosse sulle isole di Toronto e un coprifuoco alle 23 per i ragazzi sotto i 14 anni. Ha dato la colpa di certi suoi commenti stravaganti a una fistola al cervello che si è fatto asportare nel 2013, ma da allora nessuno è riuscito a notare una qualche differenza nel suo comportamento. Ecco un’altra delle sempre più numerose contraddizioni di Toronto: probabilmente è la città meglio amministrata del mondo amministrata da degli idioti.

L’attuale sindaco, John Tory, non è un idiota, anche se non si può certo considerare un personaggio della nuova Toronto. Rappresenta, più di qualunque altro essere umano, l’antiquata élite wasp di Toronto (bianca, anglosassone e protestante), dal momento che suo padre è stato uno dei più importanti avvocati che la città abbia mai avuto. I vecchi wasp avevano i loro meriti, bisogna ammetterlo, non solo il fatto che non piangevano ai funerali e gli immangiabili sandwich al cetriolo.

Dopo gli anni di Rob Ford, le attrattive della mano equilibrata sono diventate più forti che mai. Nel giugno 2016, Tory si è finalmente deciso a riconoscere che Toronto ha bisogno di nuove entrate, il che ha richiesto un immenso coraggio politico anche se era già evidente per chiunque. Poi, quasi immediatamente, ha proposto un «bilancio pari» senza nuove entrate: la cosa equilibrata da fare, la cosa vigliacca da fare, la classica cosa torontiana da fare.

Avere al potere rappresentanti di vedute ristrette ha l’effetto di limitare il potenziale della città. La condizione catastrofica dei trasporti pubblici ha avuto una serie di conseguenze impreviste: l’esplosione dell’edilizia in centro è dovuta in larga misura al fatto che andare avanti e indietro dalle periferie è diventato insopportabile. Le infrastrutture carenti sono sintomatiche di problemi più gravi. Dal momento che da qualche parte nel profondo del cuore non aveva pianificato la crescita – perché non si aspettava di diventare una vera città adulta – Toronto continua a fare gli stessi errori.

 

 

Toronto è una città multiculturale

 

 

Miliardi di dollari vengono spesi per costruire nuove linee della metropolitana nel sobborgo di Scarborough dove, a una fermata, è previsto il numero incredibilmente basso di 7.300 passeggeri nell’ora di punta. Nelle scorse settimane è stato annunciato che a questo progetto saranno destinati un altro miliardo e 300mila dollari canadesi. È molto facile incolpare i politici per questa assurdità, ma nella loro mancanza di ambizione rappresentano una verità di Toronto. È la città più diversa del mondo e una delle più ricche, ma non si capisce troppo bene a cosa servano il suo denaro e la sua diversità. Non c’è un sound di Toronto. Non c’è un sapore di Toronto. Non c’è una scena artistica di Toronto. Non c’è uno stile di Toronto. Piuttosto, ci sono sound, sapori, scene e stili ripresi da altri posti.

All’angolo tra Spadina e Bloor street, c’è una piccola serie di pannelli dedicata agli attivisti che negli anni settanta impedirono la costruzione della superstrada di Spadina, una grande arteria nel cuore della città. Solo Toronto è capace di celebrare la non costruzione di qualcosa. È orgogliosa di quel che non ha fatto.

Andate nei parchi acquatici della città in una calda giornata estiva e vedrete il vero potenziale di Toronto. Il significato del multiculturalismo non è teorico, non è nella carta dei diritti e delle libertà o nelle decisioni della commissione per i rifugiati. Il significato del multiculturalismo è nei parchi acquatici, tra gli scivoli e le fontane, i fiumiciattoli e le piscine con le onde: un insieme di persone diverse, di diverse sfumature di colore, che parlano lingue diverse e gironzolano all’ombra sorbendo costosissimi drink al rum, mangiando cibo unto, osservandosi la carne nuda e tatuata e gridando ai figli di smetterla di schizzare l’acqua.

La storia a Toronto non tende alla giustizia, tende a una piscina calda. C’è qualcosa di radicale in queste persone che vivono insieme la loro vita tranquilla, senza tante storie. Sono un solo popolo? Ha importanza se non lo sono? Questa è una città che non trova il suo significato in una storia comune, ma nel desiderio comune di sfuggire alla storia. È una città leggera, una città che si allontana galleggiando dalle vecchie storie e dalle antiche battaglie.

Chicago si presta di nuovo a un confronto. A Chicago, una volta hanno cambiato il corso del fiume: una delle più grandi imprese storiche di volontà e ingegneria. A Toronto, per circa un secolo le autorità hanno lasciato che le compagnie edilizie scaricassero semplicemente i calcinacci nel lago Ontario, finché i detriti non si sono trasformati in un mucchio così grande da attirare cervi, coyote e uccelli migratori. Così, con una certa riluttanza, quel mucchio di detriti è stato trasformato in un piccolo parco piuttosto straordinario, il Leslie street spit. Chicago ha sogni, sogni che per lo più falliscono ma a volte trionfano. Toronto tiene per sé qualunque sogno possa avere, imbattendosi in una felicità molto più affidabile.

Il posto di Toronto nel mondo non è fisso. È questo che la rende così stimolante. Il problema che Toronto deve affrontare, il problema posto dalle sue varie crisi e contraddizioni, è se la città saprà elevarsi al glorioso futuro di un’umanità mescolata e complicata – un avatar di un cosmopolitismo tutto suo – o se si contrarrà e verrà ingoiata dal miasma provinciale che la tenta. Questo è un vero interrogativo: la città potrebbe legittimamente andare in una qualunque di queste due direzioni. Per quanto tempo ancora Toronto potrà sopportare la sua leggerezza terminale? Per quanto tempo ancora una città così interessante potrà ostinarsi a essere così noiosa?

 

 

Stephen Marche

 

 

Stephen Marche è uno scrittore canadese. Questo articolo è uscito sul Guardian con il titolo Welcome to the new Toronto: the most fascinatingly boring city in the world e ripreso da Internazionale 1167 del 19 agosto 2016

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