Cantabria, l’altra Spagna

Santander-Ville

di Paolo Pernigotti

 

 

C’è un pezzo di Spagna che non ha bisogno di moti e bandiere per rivendicare la propria identità: le basta il baluardo dei suoi monti. Neanche i Mori, a suo tempo, riuscirono a varcarli. E forse neppure certe idee ci sono riuscite del tutto, se qui è rimasta in piedi fino a sei anni fa - anzi, a cavallo - l’ultimo monumento a Francisco Franco; e se ancora oggi quando chiedete dov’è Plaza dell’Ayuntamento, a Santander vi rispondono: «Ah sì, plaza del Generalissimo…».

È una regione di mare con tanti monti, la Cantabria. Alti fino a tremila metri, come la Cordillera che la divide dal resto della Spagna e che la rende così diversa: forse più vera, forse anche più spagnola, per la sua lunga storia incontaminata.

Un passato che si ritrova nel carattere chiuso e nelle tradizioni della gente più che in antiche vestigia: il centro storico della capitale, infatti, è andato in fumo nel 1941 quando un incendio che durò un’intera giornata distrusse oltre quattrocento edifici, perlopiù in legno. Santander ha un lungo lungomare, una baia quieta e onde morbide che non sembrano oceano. Nel quartiere del Sardinero, a due passi dal casinò e dagli alberghi più eleganti, sono le due spiagge-bene: dimmi quale frequenti e ti dirò chi sei. La Primiera è la più esclusiva, almeno tre quarti di nobiltà per prenderci un bagno, l’altra accanto è quella di chi vorrebbe ma non può più di tanto, si chiama La Segunda: in quanto a nomi, da queste parti non brillano per fantasia.  Ma anche senza pedigree c’è solo l’imbarazzo della scelta: Los Peligros, La Magdalena, El Camello, La Concha, Los Molinucos y Mataleñas… Sono spiagge   più o meno estese a seconda dell’ora: la marea, quella sì, è da oceano e se si stende un asciugamano sulla sabbia, meglio non addormentarsi se non si sa nuotare. L'acqua sale in fretta, e non avverte.

 

 

Los Raqueros, statue in bronzo sul Paseo de Pereda

 

 

Onde da surf dove Santander si affaccia sull’Atlantico, quiete da lago sulle rive della baia che fa da porto naturale alla città. La protegge una penisola che è stata il giardino di un re e oggi è parco per jogging, carrozzine e innamorati. Alfonso XIII era un dongiovanni impenitente: per farsi perdonare fece costruire sulla Magdalena una reggia estiva in stile inglese, omaggio e risarcimento alla britannica consorte. Oggi il palazzo è sede di una prestigiosa università internazionale. E dalla Magdalena si gode il più bel panorama di Santander, si scopre come i primi monti della Cantabria siano già lì, nel bel mezzo della città, a dividere i quartieri e a farsi attraversare da lunghi tunnel. Si scorge anche la cattedrale, in gran parte ricostruita, dopo l’incendio del ’41, nel suo singolare «gotico da battaglia», ché nel secolo XIII, quando fu eretta, serviva più da fortezza che da preghiere. Intorno al Duomo crebbe il primo nucleo della città e ora lì si svolge la vita più intensa e vivace.

In plaza de l’Esperanza c’è il grande mercato coperto del pesce, costruito nel 1897: squame lucenti, colori da acquario tropicale e forme insospettate. Non c’è odor di pesce, c’è profumo di mare. E concitate code di massaie per accaparrarsi lo scorfano dall’occhio più vispo. Mentre per chi, il pesce, vuole trovarselo già in tavola, c’è il Posada del Mar poco lontano: calamares en tinta e salmonetes non hanno bisogno di traduzione, per rodaballo, bocartes, lubina e bonito lasciatevi tentare dal caso: non sbaglierete comunque.

Formaggi e dolci sono altre specialità della tavola cantabrica. Poco lontano dal mercato, la più rinomata quesada pasiega di Santander, alla Confiterias Maximo Gomez: è una torta a base di formaggio fresco, burro e farina. Altro vanto della pasticceria, e altrettanto tipico dolce della regione, il sobao: si fa con pane raffermo, burro, limone e anice.

Forse chiamarsi Picos d’Europa è un po’ eccessivo, con quel massimo di 2600 metri che raggiungono le sue cime, ma il Parco nazionale della Cantabria il suo nome se l’è guadagnato ai tempi delle prime caravelle che tornavano dall’America: era il faro del Vecchio Continente, la «terra!» che i marinai esultanti avvistavano per prima, stremati dalla lunga traversata. Oggi lo puntano i ferry boat dalla più vicina Inghilterra, carichi di turisti in vena di trekking, formaggio di grotta e vino tostadillo. Da Santander si può arrivare in poco più di un’ora, ma la strada invita a frequenti soste, a digressioni, a fare del viaggio una scampagnata fra boschi, fiumi, paesi di pietra e silenziosi monasteri. È la terra di Liebana, la parte più occidentale della Cantabria, ai confini con le Asturie. La strada costeggia le rapide del Rio Deva: canoe in una direzione, salmoni nell’altra. E rocce sempre più alte che arrivano a stringere la strada in una gola tortuosa dal nome consonante: Desfiladero de la Hermida.

 

 

pico

 

Potes è la capitale della regione: torri medievali, palazzotti barocchi, vie lastricate e portici bui. È anche vetrina di prodotti tipici: a due passi dalla piazza centrale si apre la bottega più fornita di distillati locali: Sierra del Oso. Vi si può trovare la caratteristica grappa della regione, l’orujo lebaniego, al gusto di caffè, di yogurt, di mela, di cioccolato, di tutto. E prosciutti di maiale stagionati a freddo, i saporiti perniles. Cento metri più in là il ristorante Matesanz propone il tipico bollito locale, il crocido lebaniego, a base di carne (bovino, agnello o capretto) e piccoli ceci che crescono nella zona e un buon canònigo, una specie di crema inglese con meringa. Se poi vi offrono il tè del puerto non domandatevi se al latte o al limone: è grappa anche quella. Ma la cucina più rinomata della zona è a nove chilometri dal paese: a Cosgaya, punto di partenza prediletto per le escursioni sui picos, e si chiama El Oso. Zuppe e carni sono le specialità. Nonostante il blasone, i prezzi bassi sono un’altra specialità del locale.

Poco fuori da Potes, invece, è un monastero fra i più frequentati dai pellegrini, meta di devozione e deviazione per chi percorre il Camino di Santiago lungo la costa a nord: il monastero di Santo Toribio di Liébana. Risale al ‘700, mentre la chiesa accanto è un sobrio gotico cistercense del 1200. Un pezzo di legno con un buco in mezzo, conservato all’interno di un crocifisso d’argento dorato, richiama qui da secoli migliaia e migliaia di fedeli, tutti in fila per baciarlo e chiedere una grazia: si ritiene che sia un frammento – il più grande esistente - della croce di Cristo e il buco sarebbe il foro lasciato dal chiodo che attraversava la mano sinistra di Gesù. Nel quinto secolo l’avrebbe portato in Spagna, da un pellegrinaggio a Gerusalemme, l’allora vescovo di Astorga e raffinato emanuense Toribio, poi santo. Legno per legno, lui stesso oggi divenuto reliquia: una statua in olmo del 1300 lo raffigura infatti nell’abside sinistra della chiesa. È stranamente mutilata: per secoli è stata consuetudine che i pellegrini in visita al monastero ne tagliassero un pezzetto per portarselo a casa. Un po’ reliquia e un po’ souvenir.

In Cantabria esistono oltre seimila grotte, che sono state abitate per 130 mila anni, millennio più millennio meno. Oggi offrono riparo e giusto clima al quesucos de Liébana, quaranta per cento pecora e sessanta per cento mucca, vanto di questa terra e altro ricercato souvenir – se non reliquia – per gli appassionati di formaggi preziosi. Offrono invece l’emozione di un viaggio nella pancia della terra altre più famose grotte, sulla via del ritorno, verso il mare. La più celebre, El Soplao, è stata definita la Cappella Sistina del mondo di sotto: viscere umide e lucenti, un sentiero di chilometri fra denti aguzzi di stalattiti e stalagmiti, fiori di roccia e pazienti sgocciolii. Luci si accendono al passare dei visitatori, per qualche istante la grotta prende vita e colori, ma tornano a spegnersi rapide alle nostre spalle: è un sonno cominciato prima di noi.

 

 

Santillana del Mar

 

 

Un più recente passato di questa terra lo racconta invece un paese dal nome che sa di Cervantes e mulini a vento: Santillana del Mar. È un intatto Medioevo, tappa del Camino di Santiago, che dista una trentina di chilometri da Santander e una quindicina dal «Mar» e dalle belle spiagge di Santa Justa. La Collegiata di Santa Juliana e il suo chiostro, nel centro del villaggio, sono il più bel romanico di tutta la Cantabria. Tutt’intorno palazzotti signorili perfettamente conservati: appartengono ancora ai nobili di un tempo ed è per loro una singolar tenzone gareggiare nelle opere di cura e restauro. Le antiche taverne e le cantine oggi sono rustiche boutique di tutto ciò che la Cantabria può far mettere in valigia: alla Casa del Queso artesano gran scelta di formaggi blu, i piccanti maturati in grotta, fra cui il mitico picòn de Bejes-Tresviso, insaccati di cervo e cinghiale,  vasetti di acciughe del Mar Cantabrico in mille modi, creme di liquore, un vino dolce chiamato tostadillo e gli hojaldres, biscotti al cioccolato a forma di nastro attorcigliato. Ceramiche, pizzi e profumi artigianali, invece, da Iliana Maris, botteguccia accogliente e stipata di ninnoli dove è bello frugare come nel camerino di una vecchia dama.

A un paio di chilometri da Santillana, le grotte  più celebri al mondo per le pitture, autentiche stripes di vita rupestre, da cui sono rivestite: Altamira. Ma i visitatori, oggi, possono accedere solo a un suo facsimile: una grotta ricostruita tale e quale, stesse forme e misure, stessi disegni e colori. Solo qualche centinaia di migliaia d’anni in meno. E un brivido che non c’è più. D’altronde, anche le pitture non ci sarebbero state più fra qualche anno, se non fossero state messe sotto chiave. Senz’altro più accessibile è un’altra opera d’interesse culturale: ne hanno fatto un ristorante. È il Capricho di Gaudi, realizzato dall’allora giovane architetto catalano nel 1883 a Comillas, un paesino non lontano da Santillana, sempre sulla via di Santiago. L’aveva voluto un lungimirante aristocratico dell’epoca come sua casa di villeggiatura. Ha linee fiabesche e il rivestimento esterno porta la riconoscibile firma dell’artista nelle decorazioni in porcellana dipinta. Per apprezzare l’interno basta ordinare un primo e un secondo. Si mangia anche bene.

 

                                               


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