Cascate del Niagara, un’americanata canadese

Veduta aerea delle cascate

 
 

di Ivano Sartori

 

Oggi, niente sposini in luna di miele, ma vocianti scolaresche. Una proprio dietro le orecchie. Le urla eccitate dei ragazzi coprono il rombo ancora lontano delle cascate e ci rincorrono lungo il camminamento che porta all’ascensore e all’imbarco sulla Maid of the Mist, la fanciulla della nebbia, uno dei quattro battelli su cui ci imbarcheremo per l'escursione. È dal 1846 che risalgono il fiume controcorrente verso il piede della cascata per affogare i turisti nelle brume del vapore acqueo. La scolaresca dà segni di crescente eccitazione. Ulula e ride. Ammutolirà presto, soffocata dal rombo delle cateratte.

Chi si aspetta la cerata gialla indossata da Marilyn Monroe nel film Niagara resterà deluso. Lussi esauriti. Si va di poncho con cappuccio tipo stadio, azzurro, sottile, genere sacco da immondizia usa e getta, buono neanche come souvenir. Le vere Cascate del Niagara sono canadesi e chi chiamano Horseshoe, Ferro di cavallo, un arco di ottocento metri contro i cinquanta del fronte americano, una sciocchezzuola che si spegne sulle rocce, mentre la zampata del cavallo si abbatte fragorosa da un'altezza di cinquanta metri al ritmo di tre milioni di litri al secondo, due milioni di vasche da bagno al minuto, record mondiale di portata.

 

Il battello Maid of the Mist mentre risale la corrente

 

Sono 500 mila anni che l’acqua del fiume Niagara scorre, da quando i ghiacciai, scavando i grandi laghi, hanno aperto una via tra Erie e Ontario. Da 13 mila anni l’acqua cade nel vuoto, dopo aver sbriciolato il limo che sosteneva l’incudine di granito, che cede a sua volta alla raschiatura dell’acqua. La roccia rincula di 30 centimetri l’anno. Attorno al 1900, prima che il flusso fosse regolato dalle compagnie idroelettriche, ne rosicchiava un metro l'anno. Contrariamente a quel che si crede, Niagara, variante delle parole Ongiaara e Yagaro nella lingua delle cinque nazioni indiane del nord-est, non ha mai voluto dire «tuono dell’acqua che cade», ma «estuario».

Sono tutte notizie che apprendo dall’altoparlante del battello. Fino a che il fragore crescente non lo ridurrà al silenzio. Ed è allora che si comincia a ballare dentro il gorgo, sull'orlo dell’abisso. Dal Ferro di cavallo precipita un diluvio intenzionato a schiacciare la beccheggiante barchetta insieme a tutti i suoi passeggeri. Riuscirà il timoniere a mantenerla a galla?

Se, vista da sopra, la cascata ti fa venire le gambe molli, è da sotto che ti rammollisce per intero. Per quanto tu sia uno dei 15 milioni di turisti che ogni anno vivono questa esperienza e ti trovi sulla stessa barca insieme a un centinaio di tuoi simili, ti senti unico e solo, avventuriero ed eroe atterrito, esposto alla furia degli elementi.

Ci sono una cinquantina di cascate al mondo più alte di queste. E anche più larghe, come le Victoria Falls, sullo Zambesi. Ma solo qui, in un rettangolo di 35 chilometri quadrati, si riversa ogni anno l’equivalente della popolazione dei Paesi Bassi. Dallo sfruttamento della cascate sono nate città-pianeta e satelliti. Gli stessi americani, che per fare i patriottici rendono prima di tutto omaggio alla loro porzione, la sera passano il confine a Rainbow Bridge per andare a cenare, svaligiare negozi, giocare e, una volta su due, dormire, in terra canadese.

 

Vista dalla Skylon Tower

 

Il ristorante girevole della Skylon Tower, ufo su zampe di elefante, e il faro bianco del casinò con il suo vortice annuo di mezzo miliardo di dollari, hanno più forza magnetica dei sentieri lungo la scarpata e di Prospect Point, il balcone panoramico della zona americana. Vuoi mettere il magma di fast food e shopping di Clifton Hill illuminata dai neon contro il buio triste dell’altra parte?

Dal 1996 la manna turistica è cresciuta del 39 per cento e la disoccupazione, un tempo piaga dell’Ontario, si è ridotta della metà. A Niagara Falls, Stato di New York, invece, sei abitanti su dieci devono rivolgersi all’assistenza sociale e intere strade del centro sono maculate di finestre murate. Nel giro di vent'anni la popolazione si è dimezzata. Una crisi provocata più da investimenti industriali sbagliati e dai capricci della storia che dal riflusso turistico. Se, nel 1812, gli yankee fossero riusciti a conservare il forte inglese di Queenston, oggi sarebbero loro a beneficiare della parte più spettacolare della cascate. Forse non avrebbero trascurato il turismo per puntare solo sulle centrali idroelettriche, sulle turbine, sulle dighe, sull’elettrochimica. Se... Forse... Chissà.

Mentre le cascate americane scivolano nella decadenza, quelle canadesi sono la vetrina di un turismo ecologico e sostenibile fatto di aziende vitivinicole e laboratori di punta del ramo informatico, sparse nella pianura fertile dell’Ontario. Se hanno ripreso a macinare visitatori è grazie anche a certi imprenditori di origine italiana. Per esempio, i fratelli Cosmo e Victor Menechella, barbieri arrivati qui nel 1952 senza un soldo in tasca né una parola d’inglese nel vocabolario.

Prima hanno acquistato una vecchia drogheria e poi l’hanno trasformata nel ristorante Lido. Negli anni Settanta, acquistando un terreno dopo l’altro, hanno messo insieme il Days Inn, l’Hampton Inn, il Marriott e molte altri hotel. Storie simili ed eguali fortune quelle di Dino Di Cienzo, riparatore di televisori fino al 1978, e Tony Zapitelli, ex pizzaiolo. Oggi possiedono entrambi uno sterminio di hotel.

 

Le cascate illuminate

 

Sono più di tre secoli che, pur con qualche sbalzo, il fascino delle Niagara Falls funziona. Il primo a intuirne le potenzialità fu padre Louis Hennepin, un prete francese che le vide per la prima volta nel 1678, ma ne esagerò l'altezza e le descrisse come un abisso spaventoso gremito di anguille e serpenti velenosi. Nel 1795, un americano vi aprì un ostello. Qualche decennio più tardi vi fece sosta Alexis de Tocqueville che, di ritorno a Filadelfia, scrisse a un amico: «Sbrigati ad andarci, prima che ne facciano un orrore». Preveggente. Nel 1827, le prime attrazioni con «bestie feroci».

Migliaia di persone pagavano per veder morire un bisonte, due orsi, due volpi, un cane, un’aquila, quindici oche e un procione. Niagara Falls cominciava a prendere forma. Due anni più tardi, un certo Sam Patch, «tuffatore di grande talento», si lanciò nel primo grande salto, riuscito, che diede la stura alla leggenda delle imprese folli, delle sfide e delle prodezze in odore di suicidio. Uomini volanti, saltimbanchi in cerca di gloria, emuli di Houdini in barile e altri impavidi scervellati non cesseranno di attirare curiosi e di funestare le cronache.

Nella parte alta di Clifton Road, tra il minigolf a tema dinosauri e l’enorme Frankenstein del McDonald, tremola l’effigie del funambolo Antoine Blondin. Un omaggio del commercio al miglior imbonitore che gli alberghi della zona abbiano mai avuto, il fondatore del kitsch locale. L’infilata dei falsi musei dell’orrore e dell’incredibile ma vero con le mummie parlanti, i geni chiusi in bottiglia e gli uomini con più pupille del normale non sono che un pallido ricordo del delirio originale.

Nel 1858, Blondin, alias Jean François Gravelet, ebbe per primo l’idea di camminare su di un cavo teso nel vuoto. Spericolatezze che compiva vestito da gorilla o da forzato siberiano. Il pubblico, soprattutto femminile, preferiva però il bel canadese William Hunt che si spacciava per «l’immenso signor Farini». Le donne, estasiate si asciugavano le fronti brucianti con i fazzoletti che lui stesso umettava per loro nella nuvola acqua delle cascate.

 

Il museo «Credici o no» è una delle tante attrazioni di Clifton Hill

 

L’amore e la morte, Eros e Tanatos, si stringevano la mano ai bordi del baratro. Per le signore vittoriane malate d'amore, depresse, annoiate o plagiate da una lettura romantica, «fare Niagara» significava prendere il treno del nord per spiccare il volo dell’angelo dall’alto di Terrapin Point. Una funerea moda iniziata da Mademoiselle Ryter, melodrammatica suicida in un romanzo all’acqua di rose di fine Ottocento.

Pubblicizzate da Charles Dickens e da un centinaio di scrittori americani, dipinte a colori vivaci da Frederick Church, le Niagara Falls diventarono il crocevia di una masnada di lestofanti e avventurieri, la meta di una classe media in cerca di sublime e d’ineffabile, che si lasciava borseggiare e ingannare da una pittoresca folla di scrocconi già all’arrivo in stazione. Per reazione si formò una lobby di intellettuali che, stanca di bordelli e luna park, invocò lo Stato redentore affinché alla natura fossero restituiti i suoi diritti. E così, nel 1885, con l'istituzione di due parchi, uno sulla sponda americana e l’altro su quella canadese, il Niagara tornò virtuoso. O quasi.

Il gestore del Crystal Motel contempla sospirando la Jacuzzi rosso vivo a forma di cuore a fianco del letto king size nella suite imperiale. È la reliquia di un tempo benedetto, quando i gorgogli e i gemiti nelle camere coprivano il chiasso di River Road. Il primo ad avere l’idea di una luna di miele con vista sulle cascate fu Girolamo Bonaparte. A inizio Ottocento.

I neo-sposini dell’era vittoriana apprezzavano questa tappa confortevole e divertente durante lune di miele consistenti allora in una pudica tournée con parenti al seguito. L’arrivo di Marilyn Monroe con il marito Joe Di Maggio al Brock Hotel, nel 1953, per le riprese di Niagara, ridiede smalto alle cascate meta di piccioncini in amore. L’ondata degli innamorati divenne incontenibile. Con il marasma dell’amore libero e i charter degli anni Settanta, gli ospiti saltavano la colazione. Una coppia si aggiudicò il record di nove giorni in camera senza scendere.

 

Le cascate durante l'inverno

 

Oggi si sono tutti dati una calmata. I turisti tipo, più della metà dei quali stranieri, hanno sui quarant’anni e figli preadolescenti che vagano per Clifton Hill o guardano le orche di Marineland con poco o punto interesse. Si risvegliano dal torpore nel megacentro imbottito di realtà virtuale, a fianco della sala cinematografica Imax per i film in 3D. Gli adulti si dividono fra trentadue campi da golf, piste ciclabili tra i vigneti e un circuito automobilistico degno di Indianapolis.

Che abbia ragione lo scrittore Bill Bryson quando scrive che gli americani «non camminano se non in palestre su stepper informatizzati, non sanno respirare se non l’aria climatizzata dei condizionatori e si precipitano verso le cascate del Niagara per fare shopping giganteschi in enormi centri commerciali»? Se lo dice lui, che è americano, qualcosa di vero deve esserci.

 

Non ci sono più le cerate gialle di una volta. Marilyn Monroe nel film «Niagara»

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