Cilento, il ritorno di Block Macigno

Il masso del Cilento che blocca la strada provinciale 12 in provincia di Salerno

 

 

di Sergio Rizzo

 

 

Ad Aquara, ridente località del Cilento affacciata sulla valle del Calore, hanno già preparato la torta con la candelina. Il 18 agosto le 1500 anime del paese festeggiano il primo compleanno del nuovo arrivato, che senza chiedere il permesso a nessuno ha eletto la propria residenza nel bel mezzo della strada provinciale numero 12 che collega Ottati a Castelcivita. L’unico problema è che bisognerà recarsi sul posto, perché quello non si muove. Si tratta infatti di un masso pesante tonnellate che il 18 agosto del 2015 è piombato sulla strada. E da allora se ne sta lì, placido e immobile, senza che nessuno lo importuni. Non le ruspe del Comune, visto che la strada è provinciale. Ma nemmeno quelle della Provincia, che aspettano chissà cosa per rimuovere l’ingombrante inquilino.

Percorso alternativo
La strada è chiusa da un anno e il traffico viene deviato su un percorso alternativo molto più lungo (20 km contro 10, ndr). A meno che qualche furbacchione non voglia sfidare il blocco impegnandosi in una spericolata gincana (succede puntualmente). Paradigma perfetto, quel sassone in mezzo alla carreggiata, di un Paese dove lo sport nazionale è aggirare qualunque tipo di ostacolo. Forse però la singolare vicenda non avrebbe varcato i confini di Aquara se adesso non avesse sollevato il caso il solito rompiscatole grillino. Nella fattispecie, il consigliere regionale Michele Cammarano: senza però che alla sua denuncia abbia fatto seguito una giustificazione razionale del perché quel macigno, un anno dopo, non sia stato ancora rimosso.

Messa in sicurezza
Riferisce il sito InfoCilento che la Provincia di Salerno, presieduta dal medico democratico Giuseppe Canfora sindaco di quella Sarno sommersa nel 1998 da una terribile frana costata 137 vite in quel solo paese, sta ragionando sul da farsi. Uno studio geodinamico (costo 37 mila euro), quindi un progetto strutturale per mettere in sicurezza il costone da cui il sassone è franato (un milione e mezzo). Oppure un bypass per aggirare l’ostacolo: ma assai più caro. Eppure la storia del sasso di Aquara dice molto a proposito dello stato in cui versano le nostre strade. E la colpa non è soltanto della mancanza di soldi, oppure delle beghe burocratiche, o di certi amministratori indolenti. La responsabilità principale risiede in decisioni politiche scellerate prese negli anni, che hanno precipitato pian piano la rete in uno stato di assoluto degrado.

Le opere inutili
Intanto i soldi. Un tempo la manutenzione delle strade era finanziata con il bollo auto, che non per caso si chiamava «tassa di circolazione». Siccome però lo Stato aveva sempre più bisogno di denari, eccola trasformata in imposta patrimoniale. Tolta alle strade e inghiottita dal buco nero della spesa pubblica. Con le strade costrette a elemosinare ogni anno un po’ di quattrini: e possiamo soltanto sorvolare sul modo in cui venivano impiegati. Gallerie chilometriche scavate senza che ci fosse una strada per arrivarci, viadotti abbandonati nel nulla, lavori infiniti con sprechi assurdi mentre la rete cadeva a pezzi, il manto si sbriciolava, la ruggine sbranava i guardrail.

Effetti del federalismo
E poi un federalismo straccione in nome del quale un parte rilevante della rete statale è stata trasferita alle Regioni, che spesso e volentieri l’hanno gestita come tutto il resto. Ossia malissimo. Basta una passeggiata su certe ex statali, per esempio la Cassia, per rendersi conto dei danni che può causare la demagogia fine a se stessa. Nè le Province hanno dato miglior prova, considerando che la gestione delle strade è stata tradizionalmente, e continua a esserlo anche dopo la riforma, una delle loro principali missioni. A proposito dell’efficienza di quegli enti, ora trasformati fra troppi mugugni (a Reggio Calabria hanno perfino appeso una lapide in memoria degli ultimi consiglieri provinciali «eletti dal popolo») in organismi non più elettivi, parlano i fatti. Oltre che, almeno in questo caso, i sassi. (Corriere della Sera, 29 luglio 2016)

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