Conquistada dal Perù degli Incas

La Valle del Colca nei dintorni di Arequipa

 

di Marisa Deimichei

 

Lima è grigia, polverosa, avvolta da foschie perenni. Un’urbanistica dissennata alterna immense favele a grattacieli scomposti, casupole mai finite a centri commerciali, fino a raggiungere l’inquietudine massima nei quartieri «alti», dove ville miliardarie sono rese invisibili da muraglie, guardiole e filo spinato. Ettari di parco, al centro della città, sono chiusi da blocchi di cemento armato. Proteggono l’esclusivo, immenso golf club messo lì dove dovrebbero esserci giardini e panchine e giochi per bambini.

Dice Lorena, guida free lance di buonissima famiglia, dai lineamenti europei per nulla «inquinati» dal popolo di lingua quechua che abitava sugli altipiani quando, nel gennaio del 1535, Francisco Pizzarro fondò la Ciudad de los reyes: «I campesinos hanno occupato la nostra città, si sono insediati qui, sono i nostri immigrati clandestini. La classe media, bianca, ha paura, nessuno va più a passeggiare in centro. Ti ci porterò, ma non certo la sera».

Sono passati cinquecento anni. E ancora i bianchi si sentono, e sono, i veri padroni qui. Da cinquecento anni governano questa città, che ormai ha raggiunto 8 milioni di abitanti, un terzo del Perù. Non importa se è stato eletto un presidente indigeno. Sono sempre i bianchi a comandare.

 

Un condor nel Cañon del Colca

 

Il traffico è soffocante, non ci sono mezzi pubblici ma solo taxi collettivi e piccoli furgoni scassati su cui si aggrappano i lavoratori che al tramonto cercano di raggiungere lontanissime stanze ammuffite. Solo verso la costa la città acquista fascino: si affaccia sul ripido burrone alto cento metri orlato di palazzi di vetro tra cui il nostro hotel, il Miraflores, fatto di lucenti cristalli che riflettono l’unico squarcio di sole. Che proprio ora si sta buttando fra le lunghissime onde dell’Oceano Pacifico. Farò pace con Lima solo al ritorno da un viaggio dentro il mistero. Di quelli che scombussolano tutto quello che credevi di sapere.

Ci svegliano all’alba, dobbiamo prendere l’aereo che ci porterà ad Arequipa, la base da cui partire per la Cordillera de los Andes. Chissà come me la caverò a cinquemila metri di altezza. Mi ha detto un amico: cerca di fermarti una notte a riposare ogni duemila metri. Ma non c’è tempo, da Lima, sul livello del mare, andremo su, fino al passo Patapampa, 4910 metri, e poi giù nel misterioso Cañon del Colca, in una sola giornata.

Volo un’ora senza vedere un filo di verde, solo montagne di terra rossastra, colate di argilla rese immortali nel momento stesso in cui, vomitate dai vulcani, stavano formando anse sinuose. Qui senti qualcosa che ha a che vedere con l’origine della terra. E della luna: dicono infatti che si sia staccata proprio da questo angolo di mondo e che, nel diventare indipendente, si sia dimenticata di portare con sé Arequipa, la città bianca che scintilla malinconica ai suoi raggi.

 

Lama al pascolo

 

Puoi aver letto mille reportage, ma come puoi sapere cosa ti aspetta se una mattina ti metti in viaggio verso il regno del condor? Lasci, appunto, una bianca città a 2350 metri, e ti arrampichi sulla terra rossa circondata da tre inquietanti coni neri, i vulcani El Misti, Chachani e Pichu Pichu, dai 5600 i 6075 metri. La strada sembra buona, ti aspettano sei ore nel nulla.

Dopo un’ora di svolte, incontriamo un gregge di vicuñas, vigogne, animali belli e dolcissimi, eleganti nel mantello beige rosato; subito dopo ci corre incontro un alpaca, alfiere del suo gruppo, che indossa nastrini rosa e azzurri a indicare il ruolo egemone. Intanto un tramonto rosso sangue profila i vulcani di bagliori dorati e ci giriamo ad ammirare uno spettacolo che, usando soltanto luci e colori, cambia tutte le prospettive.

Ci fermiamo a Patawasi, 3900 metri, luogo di ristoro, un po’ malga di montagna, dove ci servono panini al formaggio e grandi tazze di mate di coca. Compra le foglie, mi suggerisce la guida, e ne faccio incetta, tre sacchetti a meno di dieci euro. Mi gira un po’ la testa, metto in bocca una manciata di foglie allappanti che si impastano tra i denti e che cerco di amministrare come posso con la lingua sempre più secca, mentre ripartiamo verso l’alto.

 

Vicuñas allo stato brado

 

La droga somministra generosi, subitanei effetti; la guida quechua, Maria, ha con sé il cd di Giuni Russo e cantiamo a squarciagola Un’estate al mare mentre il pulmino arranca e solo dopo ore scopriamo di aver oltrepassato indenni il periglioso picco a cinquemila metri. Fra un acuto e l’altro Maria mi distrae, raccontandomi la sua storia d’amore con un bell’ingegnere di Arequipa che un giorno è partito in cerca di fortuna per la foresta amazzonica e non è ancora tornato.

Quando, a notte inoltrata, arriviamo alle Casitas del Colca, tutto quello che dovrebbe avere una logica scompare. Dalla povertà assoluta delle casupole di pastori disseminate sulle cime, piombiamo nel lusso più smodato: forse ad Aspen, dove vanno a sciare i miliardari americani, ci sono degli chalet simili a questi, fatti di legno e pietra viva, dalle campate altissime, con enormi candelabri da cattedrale che ti attendono accesi assieme al camino e letti a quattro piazze sormontati da baldacchini lievi e vasche da bagno come piscine nelle verande di vetro da cui scorgi la luna. Peccato alzarsi all’alba per correre giù nel canyon più profondo del mondo e scoprire che il condor, che qui abita fisso, stamattina non ha voglia di farsi vedere da noi.

 

Cuzco, calle Hatum Rumiyoc, con il muro del palazzo inca, in cui si trova la pietra dei dodici angoli

 

Alle cinque e mezza il sole si affaccia fra i vulcani, sciabole di luce azzurra illuminano il paesaggio solenne. L’altopiano è fatto di dune piatte, solidificate nel tempo; dal mantello rugoso della terra spiccano i coni innevati. Più in là, virando verso Cuzco, si aprono bacini d’acqua e fiumi, laghi scurissimi e troppo solitari per richiamare la vita. L’ostinazione dell’uomo ha creato qualche villaggio, ecco triangoli lavorati e poi ancora, verso Juliaca, micro stazzi ritagliati nella miseria urbanistica. Non c’è nemmeno un cespuglio a rallegrare la vista, niente, solo povera terra scura, un patchwork di pezze ocra e marroni, solcati da rivoli esausti. Il cielo se ne frega e splende come pietra dura e incorruttibile.

Quando l’aereo vira verso il lago Titicaca basta un angolo scintillante a compensare tutta la precedente arsura. Il paesaggio adesso vibra, accende le emozioni; il plastico su cui voliamo ospita villaggi, riquadri verdi, lavorati come se la polvere fosse sparita e la terra fosse tornata a respirare. Le cime diventano scamosciate, morbide, ombreggiate da coltivazioni senza traccia di sentieri. Alti pini graffiano le cime e compaiono case vere, piante, ricchezze della natura. Stiamo per sbarcare nella gloriosa, antica, vera e inimitabile capitale del regno Inca, Cuzco.

 

Cuzco, venditrici e turisti davanti alla cattedrale di Santo Domingo

 

Ancora adesso la raccontano come se fosse cronaca di ieri. Arrivarono i conquistadores, erano in tanti con cavalli e incomprensibili armi, era appena suonato il mezzogiorno della domenica e tre soldati corsero a Palazzo ad annunciare l’arrivo di Pizarro. Era l’8 novembre 1533. Solo cent’anni era durata la gloria del popolo Inca, celebrata da Pachacutec, principe vittorioso che conquistò gran parte delle Ande centrali, fondò Cuzco facendo deviare i corsi dei fiumi e costruendovi palazzi scintillanti d’oro e d’argento.

Un secolo dopo, la lotta fra fratelli, Atahualpa e Huascar, si scatenò proprio mentre gli spagnoli scoprivano il Nuovo Mondo. Nel 1532 Atahualpa era troppo distratto dalla guerra civile per dar retta a un manipolo di stranieri ai quali, pensò, bastava offrire una camera piena d’oro per salvare il regno. Ma non fu così, Pizarro lo assassinò e marciò trionfale su Cuzco. Inorriditi dalle armi che sputavano fuoco, i soldati inca corsero in avanti a dare l’annuncio e da quel giorno la storia dell’America Latina mutò per sempre.

 

Per le strade di Cuzco

 

Gli spagnoli fecero di tutto per nascondere ogni traccia del precedente regno. Per scoprire le potenti mura incaiche, riconoscibili per le pietre tagliate a trapezio, occorre percorrere via Loreto, che parte dall’angolo sud-est di Plaza de Armas. Oppure scendere nel sottosuolo della Catedral dove sono visibili le fondamenta del palazzo di Viracocha Inca. Oggi la piazza più importante della città è un piacevole, immenso salotto circondato da palazzi e case color pastello perfettamente restaurate che poggiano su eleganti portici e si alternano al più fiorito dei barocchi delle chiese e della cattedrale.

L’effetto è straniante perché siamo a 3326 metri e c’è aria di montagna nei copricapo di lana pesante dei campesinos che scendono fra i bar e i ristoranti più raffinati a vendere povere cose e a elemosinare briciole di ricchezza dai turisti. Ogni casa della piazza è un albergo o una guesthouse, il cibo è buonissimo ovunque e c’è persino una frequentatissima pizzeria italiana. Cuzco è bella ovunque, ma i più fortunati risiedono all’hotel Monasterio, convento gesuita del Cinquecento. Intatta è la cappella che diffonde musica sacra e profumo d’incenso nei due cortili che di notte promettono incanti alla luce tremolante delle candele.

 

Nella Valle dell'Urubamba

 

Uno dei luoghi in cui sono stata meglio nella vita è a una cinquantina di chilometri da Cuzco. Provo a descriverlo anche se un amico che non ama i pezzi pieni di immagini (e le foto, dice, a che servono?) mi criticherà. Ecco, immaginate un’immensa distesa di stoppie color oro circondata da sei, sette, coni vulcanici neri e, tra una vetta e l’altra, nuvole tondeggianti, tanto leggere che non ce la fanno a star su e scivolano verso il basso. Sei in alto, sulla cupola del mondo e tutto il resto è ai tuoi piedi.

Ti senti una regina, l’aria ti accarezza, ti apre i polmoni e la luce è così nitida che ti fa vedere certi colori per la prima volta. Non sapevo che il mais fosse così dorato, che le agavi fossero verde smeraldo e che il cielo di mezzogiorno fosse blu cobalto. Non sapevo che si potesse provare una gioia così intensa in uno dei luoghi più remoti del mondo e provare già un’acuta nostalgia e voglia di tornarci al più presto. Siamo nella valle dell’Urubamba.

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Marisa_Deimichei

 

L'autrice del reportage. Marisa Deimichei, direttrice (e spesso fondatrice) di quindici testate: l'ultima F per Cairo editore; e, a ritroso, Tu Style per Mondadori e Vanity Fair per Condé Nast. La sua vera, poco esaudita, passione è viaggiare e scrivere di viaggi.

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