Consonno, ghost park della Brianza

Consonno

 

 

È un paese fantasma, una città dei balocchi dove nessuno gioca più, una Las Vegas dismessa, una piccola Manaus abbandonata anche da Fitzcarraldo. Avrebbe un senso nel selvaggio West, non nella civilissima Brianza, fra paesoni impeccabili e pulitissimi tutti con la desinenza in -ate, Olginate, Malnate, Usmate Velate. Che ci fanno, sull’ermo colle con vista sul Resegone da una parte e sull’Adda dall’altra, un mostruoso centro commerciale moresco con tanto di minareto, una pagoda cinese, il Grand Hotel Plaza?

 

 

Il conte Mario Bagno in'immagine del 1968. A destra, la rielaborazione a colori che ne ha fatto Stefano Corbetta

 

 

Il conte visionario
Questa storia pazzesca inizia nel 1962. Consonno è, all’epoca, un pittoresco borgo medievale come in Italia ce ne sono tanti. Ha circa 300 abitanti, una chiesa, un’osteria e tanta aria buona. Ma in quell’anno se ne innamora il conte Mario Bagno, eccentrico costruttore originario di Vercelli. Secondo alcuni, Bagno è un geniale visionario, secondo altri un visionario e basta: probabilmente, soltanto la dimostrazione che avere delle buone idee in anticipo sui tempi è più pericoloso che averle sbagliate. Sono gli anni del benessere, l’Italia si scopre consumista, gli italiani hanno voglia di divertirsi. Bagno decide che Consonno deve diventare una Las Vegas casereccia, insieme centro commerciale e divertimentificio, un «non luogo» dove la festa è perenne, e a meno di un’ora di macchina da Milano.

 

 

Una cartolina dei tempi d'oro

 

 

Le ruspe del nuovo padrone
Detto fatto. Compra il borgo dai suoi due proprietari per 22 milioni e 500 mila lire e inizia a demolirlo. Le ruspe fanno piazza pulita a ritmi frenetici, talvolta abbattendo le stalle con le vacche ancora dentro. Gli abitanti finiscono altrove o nei container. Si salvano solo la chiesa, la canonica e il cimitero. Il conte costruisce una nuova strada per Olginate di cui Consonno è frazione, spiana con la dinamite una collina per allargare la vista sul Resegone e, buttato giù tutto il buttabile, inizia a tirare su: hotel, centro commerciale, dancing, sala delle feste. E poi sfingi egizie, un castello medievale, la pagoda giapponese: l’estetica di Disneyland. Il monumento al gusto eclettico del conte, o alla sua totale mancanza di gusto, è la galleria commerciale su tre livelli sormontata da un minareto, un mostruoso incrocio fra il Royal Pavilion di Brighton e Gardaland. E magari, con il senno e l’immigrazione di poi, perfino profetica.

 

 

 

C'è chi, sentendo parlare di città fantasma, va a Consonno per provare un brivido

 

 

Da Pippo Baudo al rave party
Il complesso non viene mai completato (nei progetti, erano previsti anche un circuito automobilistico, vari impianti sportivi e uno zoo) ma, incredibilmente, per una decina d’anni funziona. Diventa una meta popolare, da divertimento bon enfant, con le coppiette vengono qui a ballare e poi a sposarsi, mentre alle serate danzanti cantano i Dik Dik e presenta Pippo Baudo (ebbene sì, è stato anche qui). Ma montano anche le polemiche sullo scempio ambientale, il boom finisce, Consonno non è più una novità e inizia a passare di moda. Nel ‘76, crolla la strada appena costruita, evidentemente non benissimo. All’inizio degli Anni Ottanta, Bagno tenta di riciclare il Plaza come casa di riposo per anziani, ma non funziona nemmeno così. Lui muore nel ‘95, a 94 anni; nel 2006, un selvaggio rave party nel paese già quasi fantasma distrugge quel che resta dell’hotel; nell’11, se ne vanno gli ultimi quattro abitanti.

 

 

In effetti il conte Bagno è morto a 94 anni

 

 

Il silenzio stampa
E oggi? In un pomeriggio di un giorno qualsiasi, per esempio mercoledì, in due ore a Consonno s’incontrano un gatto, due cani e tre umani: un ciclista di Agrate e una coppia di romeni in gita da Milano. Quanto a malinconia, manca solo Amleto con il teschio di Yorick. Ci si aggira fra edifici mai completati, altri in rovina, rottami, immondizia, graffiti, atrii muscosi e fori cadenti, fra l’altro pieni di amianto, mentre la natura riprende il sopravvento e avvolge con il suo verde le sconsideratezze umane. Gli eredi del conte, pare, hanno messo in vendita tutto, ma l’unica notizia certa è un comunicato dell’agenzia immobiliare che, due anni fa, diffidava la stampa dal parlarne. Manifestò dell’interesse Dj Francesco, alias Francesco Facchinetti, poi anche di lui non si è saputo più nulla.

 

 

Rovine di una cosa finta

 

 

Si riapre?
Eppure, qualcosa si muove. Il Comune di Olginate ha riaperto la strada, la parte del borgo scampata al piccone del conte è tenuta perfettamente, la chiesa di San Maurizio in ordine, il memoriale dei Caduti pulito. Nella bella stagione, ogni domenica si celebra la Messa e riapre il bar. Pierluigi Cattaneo, che sale a piedi da Olginate per portare da mangiare ai due cani di cui sopra, racconta che d’estate arriva molta gente, non solo i nostalgici del loro borgo sì bello e perduto. Per entrare nella città dei balocchi, si deve passare anche oggi sotto una specie di sbiadito arco di trionfo dove si legge ancora una scritta: «Qui a Consonno tutto è meraviglioso». (Alberto Mattioli, La Stampa, 16 aprile 2016)

 

 

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