Cuba, L’Avana ha cambiato musica

Sarao's

 
di Diego Hermoso

Solo gli attempati e i turisti più ingenui possono pensare che lo spirito alcolico dell'Avana sopravviva al Floridita e alla Bodeguita del Medio, i santuari consacrati da Hemingway e benedetti dalla revolución castrista. Mentre nostalgici e neofiti si attardano lungo le pendici sempre più scivolose del mito ripetendo lo stantio mantra hemingwaiano «My mojito in la Bodeguita, my daiquiri in El Floridita», il presente e il futuro ballano, bevono e dragano altrove. Anche nel ramo bar e affini le nuove generazioni cresciute senza idoli e mortificati dalla penuria di divertimenti «capitalisti» vogliono farla finita con i fardelli del passato.

I figli della nomenclatura e quelli imbottiti di soldi, frutto delle rimesse dei parenti espatriati a Miami, se la spassano nei bar e nei privé che pullulano tra il Vedado e il Miramar, i quartieri delle ambasciate e dell'aristocrazia politico-militare. Se questi locali erano discreti e quasi clandestini fino a qualche mese fa, è bastato che Obama stringesse la mano a Raul Castro perché i numerosi bar, aperti dalla undici di notte alle prime ore del mattino, brillassero alla luce della luna in tutto il loro fulgore, un po' kitsch e un po' copiato dai modelli europei e americani. Come accade in tutti i Paesi che hanno tirato la cinghia, quando il regime allenta i controlli e bisogna arrangiarsi con quel che si ha a disposizione. La notte cubana non è però accessibile a tutte le borse. Certo si paga in pesos, ma convertibili (Cuc), stesso valore del dollaro.

 

La Flauta Magica

 

Al decimo piano di un edificio degli anni Cinquanta un tempo hotel, il bar La Flauta Magica accoglie i suoi clienti a tre-quattro alla volta. Non ne può trasportare di più il minuscolo ascensore che cigolando s'inerpica fin lassù. La porta si spalanca sullo stupore della notte: dalla grande vetrata si vedono il Malecón, il lungomare e, in lontananza, L'Avana Vecchia. Il proprietario del locale è Richard Egues, un giovane franco-cubano di 34 anni che ha vissuto i suoi primi venticinque a Parigi. Nato da genitori cubani, ha un'ammirazione sconfinata per il nonno, un grande flautista, di cui porta il nome e al quale ha intitolato il locale.

«L'ho aperto quattro giorni dopo che Raul Castro e Barack Obama hanno annunciato l'inizio della normalizzazione nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. La Cnn lo ha già prenotato per il giorno, spero molto vicino, in cui gli americani riapriranno l'ambasciata», s'entusiasma Richard. Lo stile del bar è un mix di barocco e moderno. «Mi sono ispirato ai cabaret jazzy, come al parigino Aux Trois Mailletz, tra Notre-Dame e Saint-Michel. La cucina è di alto livello, grazie a un eccellente chef, e la musica ha ritmi e colori caraibici». La clientela non è da meno. Esclusiva. Selezionata. I guardiani, al piano terra, sono molto schizzinosi.

Per passare il controllo bisogna essere in tiro, meglio ancora se griffati da capo a piedi. Per Richard è un ritorno alle radici di famiglia. «Quel che prediligo di quest'isola sono le relazioni umane, molto calorose». Eppure, ha dovuto darsi da fare non poco per realizzare il suo sogno, aiutato dal padre, Rembert, pianista e compositore. Gli ci sono voluti due anni per passare dall'idea alla realtà.

 

Rembert e Richard Egues

 

Il Flauta Magica non è che uno dei tanti locali alla moda aperti di recente. Il Sarao's Bar, a due passi da plaza de la Revolución e il cui nome rievoca una tradizionale festa cubana, è una buona imitazione di quel che si trova nel resto del mondo in materia di discoteche: divani di cuoio, una folla umana che ancheggia in maniera sempre più frenetica a mano a mano che il dj ci dà dentro sprigionando musica elettronica a tutto volume attraverso un laptop e impassibili camerieri nero vestiti servono cocktail dagli incerti ingredienti con destrezza da prestigiatori.

All'una arriveranno quelli che hanno prenotato. I draghi delle ore piccole. Nessuno osa sfiorare i loro posti vuoti. Neppure con lo sguardo. All'ingresso, un sipario nero. È il confine dal quale si stacca il percorso iniziatico nel mistero delle sensuali e torride notti avanesi. Poco più lontano, il King Bar, dal logo vagamente porno, che abbina l'alta cucina alle notti senza briglie. Il locale, che si riempie attorno alle 23, non si svuoterà che all'alba.

 

 

Poi ci sono il Bolahabana, il Mio & Tuyo, il Shangri La, l'Up and Down, il Don Cangrejo e molti altri night club trendy, tra loro più o meno simili, nell'ormai estenuata roccaforte del socialismo tropicale dove si celebrano gli ultimi riti e i primi fuochi di bagordi permessi solo ai privilegiati figli di papà o ai turisti in tenuta up-to-date. Anzi questi ultimi sono i benvenuti perché vengono dal «mondo libero». Sono gli ambasciatori del look, dell'ultima tendenza musicale, di linguaggi esotici. E se a fare l'ambasciata sono gli italiani, tanto meglio. Tra latinos, o quasi, ci si intende.

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