Cuba, nessuno sbeffeggi Obama

Cuba, mamma con bambino sul Malecòn, il lungomare dell'Avana

 

 

Karelia Vázquez, El País Semanal, Spagna

I cubani sono inclini allo scherno. Lo sono sempre stati, ma questa qualità si è rafforzata a partire dal 1959, anno del trionfo della rivoluzione guidata da Fidel Castro. Allora la geopolitica fece il suo ingresso travolgente nella vita privata, al punto che il presidente di qualsiasi potenza mondiale poteva diventare un nemico personale, acerrimo e di famiglia, e come tale essere bersaglio d’insulti. In cucina o in plaza de la Revolución.

Nel 1962, dopo la risoluzione della crisi dei missili, conosciuta a Cuba come la crisi di ottobre, quando Nikita Chruščëv e John F. Kennedy raggiunsero un accordo alle spalle di Fidel Castro, una folla disordinata di cubani più o meno indignati scese in piazza per mettere in discussione la virilità del presidente sovietico: «Nikita, mariquita, lo que se da no se quita» (Nikita, finocchio, quel che si dà non si toglie), gridavano tutti a passo di conga. Ovviamente si riferivano alle testate nucleari che nel frattempo venivano smantellate sulle coste di Cuba.

Ma gli insulti più pesanti sono toccati ai presidenti degli Stati Uniti. Di solito la prima ingiuria, quella ufficiale, era lanciata dal comandante e seguita a ruota dalle interpretazioni popolari. Nel 1980 l’esodo di centinaia di migliaia di cubani dal porto di Mariel verso la Florida si tradusse in una valanga d’improperi contro l’allora presidente Jimmy Carter: «Carter, allocca, Cuba non si tocca», era uno dei più gridati. Anni dopo il destinatario dei cori intonati per le strade dell’Avana fu Ronald Reagan.

Il presidente Bill Clinton, oltre a essere sbefeggiato per la sua condotta sessuale, fu il protagonista di una barzelletta molto in voga negli anni Novanta: un ubriaco si avvicina barcollando a un muro, prende un gessetto e comincia a scrivere un messaggio contro il governo: «Abbasso F...». Prima di riuscire a completare il nome (Fidel), è sorpreso dalla polizia: «Cosa stai scrivendo?». L’ubriaco, colto in flagrante, cerca di venirne fuori: «Agente, com’è che si scrive, Clinton o Flinton?».

Nuovo ritmo
Il viaggio di Barack Obama a Cuba, il 21 e il 22 marzo, è inedito per molte ragioni. Una di queste è che, per la prima volta, i cubani non sono obbligati a insultare un presidente degli Stati Uniti. Anzi, sembra che non vogliano farlo. «La gente lo sta aspettando, e la visita potrebbe essere un successo travolgente», dice il saggista cubano Iván de la Nuez. Secondo lui, il cambiamento di registro è dovuto in parte proprio all’atteggiamento di Obama: «È stato il primo presidente statunitense a parlare ai cubani, invece che con il governo dell’Avana o con le lobby di Miami», afferma.

Il 17 dicembre 2014, quando Raúl Castro e Barack Obama hanno annunciato il disgelo tra i loro due paesi, De la Nuez si trovava a Cuba: «I mezzi d’informazione locali hanno subito ridimensionato la loro retorica abituale e, in meno di ventiquattr’ore, gli Stati Uniti sono passati dall’essere “il nemico del nord” all’essere “il paese vicino”». E sono cominciate anche le battute per strada: «Ero all’ospedale e, se non c’erano abbastanza bombole di ossigeno, subito qualcuno diceva: “Tranquillo, ci penserà Obama!”».

Il 30 dicembre l’artista Tania Bruguera è stata arrestata all’Avana. Voleva organizzare una performance in plaza de la Revolución, mettendo a disposizione dei passanti un microfono per commentare la ripresa dei rapporti diplomatici tra L’Avana e Washington. «La tua opera è controrivoluzionaria, fa sembrare che non vogliamo essere amici degli Stati Uniti», le ha detto il presidente del Consiglio nazionale delle arti plastiche, allineandosi alla nuova posizione del governo. Prima del 17 dicembre Bruguera era considerata controrivoluzionaria per le ragioni opposte.

Davanti allo sguardo perplesso dei cubani, le strade dell’Avana sono state risistemate a tutta velocità per accogliere l’ex nemico. Qualcuno già intuisce il percorso che farà Obama in base al tracciato dei lavori: «Campidoglio, paseo del Prado, il malecón e la Quinta avenida», ha dichiarato un’abitante della capitale al canale tv Univisión. I cubani aspettano il presidente degli Stati Uniti con un atteggiamento sereno. «E con più semplicità delle generazioni precedenti», aggiunge De la Nuez, che intravede «spazi di libertà in mezzo al caos del postcomunismo». I cubani hanno un orecchio musicale tra i migliori al mondo e sono veloci a cambiare passo. Infatti sono già pronti a ballare al ritmo del nuovo slogan lanciato dal cantante Silvio Rodríguez: «Cuba sì... yankee pure!». fr

Karelia Vázquez è una giornalista cubana. Vive in Spagna dal 1999.

 

Le tappe del disgelo

17 dicembre 2014 Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il presidente cubano Raúl Castro annunciano la ripresa dei rapporti diplomatici tra i due paesi, interrotti dal 1961.
30 dicembre Le autorità cubane arrestano all’Avana e poi rilasciano una cinquantina di attivisti per i diritti umani e giornalisti indipendenti.
13 gennaio 2015 Il governo cubano libera 53 prigionieri politici.
11 aprile Barack Obama e Raúl Castro hanno un colloquio privato in occasione del settimo vertice delle Americhe a Panamá. È la prima volta che Cuba partecipa all’incontro tra i capi di stato e di governo del continente.
29 maggio Gli Stati Uniti cancellano Cuba dalla lista dei Paesi che sostengono il terrorismo.
14 agosto Gli Stati Uniti riaprono la loro ambasciata a Cuba.
28 settembre Raúl Castro partecipa per la prima volta all’assemblea generale delle Nazioni Unite e chiede di eliminare l’embargo commerciale in vigore dal 1960.
18 febbraio 2016 Obama annuncia che il 21 e 22 marzo andrà in visita a Cuba.

 

Fonte: Internazionale 1145 del 18 marzo 2016

Tendenziose. Pittoresche ma tristi queste foto pubblicate dal New York Times

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