Dozza Imolese, l’arte messa al muro

Dozza, uno dei murales più ammirati e fotografati

 

 

Non vi venga in mente di chiamarli graffitari. Sono artisti in piena regola, dipingono alla luce del sole, niente felpe, niente cappucci, niente fuggi fuggi e acchiappa acchiappa all'apparire dell'autorità costituita. Figuratevi che hanno dipinto persino un enorme tricolore sulla caserma dei carabinieri. E per giunta, scandalo degli scandali, nell'era della bomboletta usa e getta, molti di loro si ostinano a usare spatola e pennello.

È così che funziona, da cinquant'anni a questa parte, la Biennale del Muro Dipinto di Dozza di cui si è celebrata la venticinquesima edizione lo scorso settembre. Erano giorni caldi e qualche artista ha dipinto in canottiera. Chi dall'alto di ponteggi da muratore, chi dal terzo gradino di una scaletta da pulizie domestiche, chi seduto per terra. Artisti, non madonnari, sia chiaro. Veri dipinti che restano sui muri anche quando loro se ne tornano a casa, non immagini tracciate sull'asfalto da gessetti colorati.

 

 

Dozza, un invito a entrare?

 

 

In questa cittadina di poco più di 6.600 abitanti, a un tiro di schioppo da Imola (Dozza Imolese il suo nome completo) e a una trentina di chilometri da Bologna, si cominciò a parlare della possibilità di dare una bella rinfrescata ai tetri muri medievali del borgo già agli inizi degli anni Sessanta. Arrivarono artisti con generalità e pedigree da catalogo Bolaffi: Roberto Sebastian Matta, Bruno Saetti, Aligi Sassu, Remo Brindisi, Concetto Pozzati e molti altri nel corso del tempo. Le opere erano chiamate murales. Il pensiero andava a Diego Rivera, il precursore e maestro del genere.

Nessuno, allora, si riempiva la bocca di street art. La definizione era ignota ai più, sia nella contrada che nel resto d'Italia. E in seguito avrebbe preso una piega metropolitana che oggi sa troppo di scorribande notturne, spray, mascherine e clandestinità. Ingredienti estranei e invisi ai dozzesi, che vogliono capirci qualcosa in quel che finirà sui muri delle loro case e che il comune sponsorizza con i loro soldi. La fantasia è bene accolta, purché sia chiaro dove va a parare. Qualche volta verso una poetica surreale alla Magritte, altre volte verso lo sberleffo che mette allegria o il trompe-l’oeil. Un'arte tutt’altro che naïf, ossia ingenua, ma neppure arzigogolata. Morale della favola: con i muri dipinti, Dozza Imolese, si è guadagnata i galloni di Città d'Arte e, quel che più conta, è a tutti gli effetti una galleria a cielo aperto per entrare nella quale non si paga il biglietto.

 

 

Colline ricoperte di vigneti attorno Dozza. Foto di Mariella Fornero

 

 

Alla fine del tour, non può mancare una capatina all'enoteca regionale ospitata nell'ala visitabile della rocca. Le colline di «sabbie gialle» che attorniano la cittadina sono ricoperte di vigneti a perdita d'occhio, dai cui generosi grappoli si spreme l'ottima Albana. Attenti a non eccedere nelle degustazioni e attenzione a dove mettete i piedi. Nella rocca, davanti all'altare della cappella, c'è un antico trabocchetto militare, il cosiddetto pozzo del rasoio. Ma se non siete gente di chiesa, che ve lo dico a fare? (Orazio Folonari)

 

 

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