E un poeta inventò il Senegal

IMG_8071

Testo di Paolo Pernigotti - foto di Daniele Romano

L'asfalto corre liscio, dritto a perdita d’occhio: le strade del Senegal sono le migliori d’Africa. Ma la sabbia rossa l’assedia, lo lambisce, come un’onda di marea pronta a sommergerlo. È l’Africa, intorno. Con la forza dei suoi deserti, delle savane, del sole in mezzo al cielo, del fuoco sotto la pelle. Con gli stregoni che fanno ambulatorio dirimpetto al nuovo ospedale, con le case senza cucina e senza bagno ma una tv al plasma in ogni stanza, con le ragazze in jeans che baciano i ragazzi mentre la strada si riempie di un lamentoso muezzin.

Il Senegal non è una cartolina: dimenticate l’Africa nera dei leoni, delle lance e degli scudi. Questa è l’Africa vera. Che sa di vivere la sua prima occasione. Forse l’ultima. L’aeroporto è dedicato a Leopold Senghor, il presidente poeta. E chi, se non un poeta, poteva inventarsi un paese dove Cristo e Maometto fossero buoni vicini di casa? Vincono i musulmani – su dodici milioni, sono il novanta per cento, quasi tutti sunniti - ma è un velo di trucco l’unico che le ragazze indossano, e in ogni ristorante la cantina è ben fornita e nessuno vi guarda storto per un salume misto. Se Allah è grande Maometto è il suo erborista, in questo Paese dove anche l’Islam cede all’animismo e i suoi sacerdoti sanno di filtri magici e pozioni più che di versetti coranici.

Dakar ha il cuore antico di una medina e il corpo di una caotica banlieue. Fantasmi d’auto riempiono le sue strade, e il suo cielo di fumo. Supermarket, negozi, quattro assi di legno e tre banane: è, ad ogni ora, una grande sagra. Per vendere, per comprare, parlare, guardarsi, stare insieme. È ovunque folla, vita e colore. Le donne senegalesi sono belle e regine: svettano sulle loro ciabatte di gomma come mannequin in passerella, portano con superba semplicità occhi e misure da capogiro. Scoprirete che un vecchio catino sulla testa sa essere più elegante di un cappello ad Ascot.

Scalcagnata metropoli, Dakar cerca il suo futuro. A venti minuti di battello è il monumento al suo più tragico passato. Leziosi balconi in ferro battuto sulle antiche facciate di quand’era portoghese, stradine che a ogni angolo si aprono in piazzette ombrose, irresistibili sorrisi a offrirvi braccialetti, collanine, stoffe. C’è persino una chiesa del 1828 intitolata a san Carlo Borromeo con tanto di finta-Pietà michelangiolesca. Gorée è un paradiso. È stato un inferno. La Casa degli schiavi è un austero palazzo sul mare, terrazza a picco, la scenografia di una scala a doppia elica da cui sono passate decine di migliaia di schiavi. Per trecento anni (dal 1536 al 1848) Gorée è stato il molo per le Americhe di chi là andava solo a trovar sfortuna. Arrivavano nell’isola da tutta l’Africa nera, anche se i cacciatori prediligevano la Nigeria e il Mali: vergini docili e uomini in forza, buoni per il lavoro e per la monta. Nella Casa gli schiavi aspettavano i mercanti: prima di diventare saldi potevano passare anche tre mesi, incatenati collo e polsi nel pozzo buio di una cella. I più fortunati morivano prima. Poi passavano da una porticina che si affaccia su un mare bello e inconsapevole. Le barche erano lunghe otto metri e larghe tre: ve ne stavano fino a trecento. All’arrivo stavano sempre più larghi.

isola di gorè (3)

Il Senegal offre ai visitatori la sua storia e la sua anima. Il mare c’è, è sempre a due passi: il Paese è cresciuto lungo le coste più che altrove, lì sono le città più importanti, le mete di ogni depliant. Gli alberghi a cinque stelle sono sorti numerosi e se l’Atlantico è gonfio le piscine non mancano. Anche il sole è compreso nel pacchetto. Saly, poco a sud di Dakar, è un firmamento di queste stelle: hotel, ristoranti, pesca d’altura. Relax e abbronzatura garantiti. Nel Parco naturale della Langue de Barbarie, tappeti di granchi rosa zampettano verso il mare, stormi di pellicani piluccano in picchiata fra le onde del fiume Senegal, mentre le barche vanno in cerca di tartarughe marine fra le isole di mangrovie del delta. Ma è altro che merita il viaggio, se solo si riesce a guardare il Paese oltre l’acquario di un pullman: la scoperta di un mondo dove il sorriso e il pianto, l’amore e l’odio, la vita e la morte hanno una forza che abbiamo dimenticato.

Da Dakar verso nord, il Lago Rosa. Ci vuole il sole giusto, non può fare tutto da solo, ma se siete fortunati gli amici non crederanno alle vostre fotografie. È uno dei laghi più salati al mondo. Uomini e donne attendono la bassa marea per dragarlo con i badili e con le mani. Montagne abbacinanti crescono sulla riva per finire nei sacchi, e via per l’Africa. Sono soldi, tanti soldi, ma per qualcun altro.

lago rosa (3)

Non lontano è Louga: ogni abitante ha un fratello, una sorella, un cugino o uno zio che vive in Italia. E se dite che siete di Brescia vi abbracciano commossi: pare che siano emigrati tutti lì. Molte le casette nuove o in costruzione: sono fatte di euro e di sudore, l’orgoglio di chi una mattina ha provato a scappare verso un Paese sconosciuto a forma di stivale.

Thies è più a sud: ottocento euro al metro quadro e vi mettete in casa un arazzo come la regina Elisabetta. Fatti a mano, mai più di tre arazzi per uno stesso disegno, grandi artisti a concorso ogni anno per creare i modelli. La manifattura è dello Stato e sembra una scuola d’arte. Un piccolo museo è la sua vetrina. Verso l’interno, Touba. E qui con l’Islam non si scherza più. Nella città santa il velo è d’ordinanza ed è peccato anche fumare. C’è la più grande e bella moschea del Centr'Africa: ogni venerdì vengono a pregare fino a diecimila pellegrini. La si può visitare solo in parte: tempo fa due turisti sono stati sorpresi a baciarsi al suo interno. Da allora la parte più sacra della moschea è chiusa agli infedeli.

L’Africa, come l’immagina chi non è mai stato in Africa, s’incontra lasciando le strade principali. Capanne di canne, il tetto di paglia, manca solo il pentolone con l’esploratore a mollo. Non sempre i fili della luce ci arrivano, ma i turisti sì, e le donne hanno imparato che la loro miseria fa spettacolo, che farsi fotografare può essere un mestiere, mentre i mariti portano le capre a cercare qualche rado cespuglio. Con il bambino in braccio e un floscio seno nudo c’è il supplemento. E dopo le foto spuntano statuette, braccialetti, collane, maschere. Mentre i bambini implorano: «Stilo». Non c’è bisogno di una play station per far brillare i loro occhi: basta una biro. Ma per non farli accapigliare non ne basta una.

Nelle capanne si va soltanto per dormire. Quasi soltanto. Perché quattro figli è il minimo e dieci è avere il senso della famiglia. Per il resto la vita è fuori: all’ombra di un baobab per cucinare, mangiare, spettegolare, infilare perline fino al prossimo turista.

Saint Louis è all’estremo nord del Paese, ai confini con la Mauritania. Il suo nome sa di sax e la città è all’altezza. Ogni anno, a fine maggio, la  piazza principale si fa palcoscenico per musicisti – e appassionati – di jazz da tutto il mondo. Un festival che è un ritorno alle radici, per una musica dall’anima nera. La città vecchia è un’isoletta in mezzo al fiume Senegal. Due ponti la collegano alla terra ferma. Le sue case sono un album di stili coloniali: portoghese, olandese, inglese, francese. C’è stato traffico da queste parti, e i viali alberati raccontano i vecchi padroni e le loro ricchezze.

Oggi, invece, i ricchi abitano la zona più povera: Guet Ndar, il quartiere dei pescatori. Casa e bottega –  così da sempre. Come da sempre i figli dei pescatori sposano altri figli di pescatori: la casta è casta. Ma fra il fiume e l’Oceano la terra è stretta: c’è posto appena per tirare a secco le lunghe piroghe variopinte, per essiccare e affumicare il pesce sui banconi, per caricare i frigoriferi dei Tir, per stendere le reti e rammendarle, per costruire nuovi magazzini, per fare altri soldi. Per abitare restano le briciole: pochi metri quadrati, lussuosissimi buchi, tv ultimo grido, tappeti, ori. Ma senza bagno e senza cucina: per quelli non c’è posto. Così, anche qui, la vita è fuori: per toilette le dune della spiaggia, per cucinare un fornello in strada, fra lo struscio dei ragazzi, la sabbia sollevata dai calessi, gli anziani che fumano sui gradini. Così i più ricchi vivono come gli ultimi del più remoto e diseredato dei villaggi.

piroghe sulla spiaggia

Sui muri di molte case sono dipinti volti arcigni: l’autorità ha il suo look. Sono i marabutti: un po’ sacerdoti, un po’ capi villaggio, un po’ stregoni. Le loro foto sono sui cruscotti delle auto, appiccicate ai finestrini dei camion come pin up d’una volta, scritte tifose inneggiano all’uno o all’altro sulle fiancate dei taxi-bus.

È l’Islam delle confraternite: tanti più adepti quanto più  amuleti e fatture garantiscono soldi, salute, amori. Maometto corretto vudù. Ma è anche l’Islam della tolleranza, dove fra il bene e il male non c’è filo spinato, dove cristiani e musulmani possono coabitare nello stesso cimitero (come a Fadiouth, l’isola di conchiglie cresciuta fra nuvole di mangrovie). Dove i congressi fra stregoni, colorati meeting di danze e profezie, finiscono sulle prime pagine del giornali. E qualche tempo fa Le Quotidien di Dakar denunciava «la politicizzazione delle profezie». Come dire: stregoni lottizzati. Il Senegal sta cercando il suo futuro. Forse l’ha già trovato.

Photogallery
Previous Image
Next Image

info heading

info content

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi