Egitto, nei cantieri degli scafisti

Alessandria, si lavora per rimettere in mare queste barche destinate alle «crociere» dei migranti

 

 

Testo e foto di Boris Mabillard

 

 

Non c’è attività criminale che non abbia la sua postazione su Internet. «Barca in buon stato per crociera sul Mediterraneo. Ideale per le famiglie. Sconti per gruppi e saldi estivi». La miseria! I trafficanti non hanno scrupoli e non si risparmiano i più cinici sarcasmi nel reclutare i disperati che vogliono raggiungere l’Europa. Dettagli e numeri di telefono dell’inserzione ci indirizzano in Egitto. È forse da lì che salperebbe una nuova rotta per traversare il Mediterraneo? Mentre la maggior parte dei migranti parte oggi dalla Libia, dove la costa è meno sorvegliata e le reti clandestine sono onnipresenti, l’Egitto ha un sostanziale vantaggio nell’economia mafiosa del traffico di esseri umani attraverso il Mare Nostrum: fin dai tempi dei faraoni padroneggia meglio di altri Paesi del Nordafrica le tecniche per costruire imbarcazioni.

I piccoli pescherecci del porto di Alessandria, nella periferia di Ilmax, dormono la notte o di giorno al riparo in un canale trasformato in fogna che traversa i quartieri popolari prima gettarsi in mare con la sua melma. Un cancello d’acciaio sorvegliato da poliziotti ne sbarra l’accesso per evitare il furto di imbarcazioni o il loro sequestro da parte degli scafisti. Un pescatore sbarca le sue reti dopo un’infruttuosa uscita al largo. «Prima, si tornava con tonni, pesce spada, sgombri da sfamarsi. Ora ci sono soltanto avannotti. Domani, saremo ridotti a mangiare plancton».

 

 

Bahi, caposquadra di un piccolo cantiere navale di Alessandria

 

 

Reti sempre più vuote
Sulle banchine, gli ambulanti propongono la pesca del giorno, i procacciatori di clienti arpionano i passanti cercando di attirarli verso qualche tavolo sistemato a due passi dal greto di ciottoli. La puzza è insostenibile, ma non impedisce a nessuno di negarsi una frittura di pesce. Cento metri più in là, dietro un cimitero di barche sventrate, gli operai di un piccolo cantiere navale rimettono in sesto una vecchia bagnarola. Sono in cinque a fissare putrelle e a picchiare su chiodi lunghi una spalla. Bahi, il loro capo, un giovane sorridente di una trentina d’anni, contempla la sua opera. «Ancora una settimana o dieci giorni di lavoro e questa barca potrà prendere il mare».

Ci lavora da tre mesi con la sua squadra. Prima di tutto ha riciclato una vecchia prua di una nave abbandonata, poi creato un nuovo scafo, «un lavoro per il quale sono stati necessari cento chili di chiodi», spiega. Una volta terminato, il peschereccio potrà avventurarsi al largo, guadagnare acque profonde, approdare a Cipro o in Italia. E prosegue: «Bisogna andare sempre più lontano per riempire le reti. Non c’è più pesce lungo le coste, a causa della pesca industriale e delle navi straniere che solcano le acque territoriali africane».

Arruolamento criminale
Il prezzo di questa imbarcazione? Sessantamila dollari. Il compratore, Khaled, un uomo di una cinquantina d’anni, poco loquace e vestito con un abito a buon mercato, sembra soddisfatto del lavoro. «Che cosa ne farò? Lo userà per delle piccole crociere con gli amici e prenderò a bordo anche dei turisti». Qual è la sua professione? Erutta qualche parola incomprensibile e se ne va. Alle sue spalle, gli operai ridacchiano.

Nel delta del Nilo è concentrata la maggior parte dei cantieri navali dell’Egitto. A est di Alessandria, il governatorato di Kafr Al-Sheikh è rinomato in tutto il Paese per la sua produzione di imbarcazioni. Ma è descritto anche come la roccaforte degli scafisti egiziani. Bagnata dal Nilo, la regione è fertile, ma il sottosviluppo la corrode. Su questa miseria hanno prosperato sia gli islamisti che le organizzazioni criminali. Su un lato della strada che va verso il mare, gli edifici rosi dal sale e dall’umidità si susseguono per chilometri. Sull’altro, spuntano qua e là baracche di cartone tra le schifezze che traboccano dal canale.

Davanti a una dozzina di imbarcazioni malridotte e arenate sulla sabbia, il padrone di una piccola impresa di recupero si intrattiene con un possibile cliente mentre il figlio dirige il laboratorio all’aperto. Quest’ultimo, Sameh Abdul Zawad, sostiene di non lavorare con i contrabbandieri di esseri umani, «ma siamo spesso sollecitati da tipi loschi per rimettere in mare le loro barche», dice. «Quando sospettiamo che hanno intenzione di riutilizzarle per i migranti li mandiamo al diavolo. Ma alla fine, quel che i nostri clienti fanno delle loro imbarcazioni non ci riguarda. Non bisogna essere ingenui, chi compra ancora un’imbarcazione da pesca? Non è redditizia».

L’ufficio di Milad si trova all’uscita di Burj Al-Megazi, una piccola città al centro di Kafr Al-Sheikh. Si occupa di una ong che aiuta i pescatori: «Le navi si spingono sempre più lontano per trovare acque pescose. Sia al largo, sia lungo la costa libica fino alla Tunisia. È lè che di recente è avvenuto un naufragio, ed è sempre lù che un equipaggio egiziano è stato arrestato per essere penetrato indebitamente nelle acque territoriali tunisine».

 

 

Il governo ha numerosi progetti economici per la regione del delta del Nilo.jpg.

 

 

Manovalanza minorenne
Ma quel che preoccupa maggiormente Milad, sono le organizzazioni criminali: «Il mare non dà più lavoro a tanta manodopera come in passato. I giovani si ritrovano disoccupati e senza reddito. Così diventano facili prede dei delinquenti che reclutano uomini tuttofare e soprattutto marinai per condurre le imbarcazioni cariche di migranti. Prendono ragazzi di meno di 16 anni sapendo che non potranno essere perseguiti dalla giustizia europea». Certe notti, cortei di rifugiati inquadrati dai loro contrabbandieri sfilano in silenzio per la borgata. Milad li ha visti, si dirigono verso le distese desertiche al bordo del mare che forma una sorta di promontorio.

Là li attendono le barche che li portano al largo. Poi li caricano altre imbarcazioni dirette verso la costa libica, dove ricomincia la stessa manovra fino a che le imbarcazioni non sono piene da scoppiare. Sul punto di rovesciarsi. «Prima del giorno prestabilito, i candidati alla partenza vengono rinchiusi in una fattoria dell'entroterra, dove passano qualche giorno, il tempo necessario agli scafisti per decidere la rotta e assicurarsi che la via sia libera».

Da milionario a mendicante
Faris al-Bashawat, 56 anni, viene dai dintorni di Kuneitra, a sud di Damasco, dove viveva in maniera agita con la sua seconda moglie e i suoi dodici figli. «I miei affari erano prosperi, prima della guerra. Ma anche in seguito non andava così male dalle mie parti, rimaste sotto il controllo di Damasco. Le cose si sono incasinate quando un commando di Hezbollah, pagato da un mio concorrente, ha tentato di assassinarmi. Mi sono beccato cinque proiettili nella pancia. Era il 21012, non mi sono più rimesso. Nel giro di pochi mesi sono passato da milionario a mendicante».

Da allora, Faris al-Bashawat cerca di far passare i suoi figli, a uno a uno, in Germania. Sette di loro e sua moglie ci sono già, nessuno è morto durante la traversata. Ma Faris ha paura. Non se la sente di tentare l'avventura con sua madre. Spera nella riunificazione famigliare. «Ma essendo arrivata per prima mia moglie, le autorità non includono mia made, perché è solo sua suocera, dunque non sarebbe della famiglia. È un'ingiustizia». Tra figli, moglie e madre, il nucleo famigliare di Faris conta 15 persone.

Come estremo tentativo, Faris potrebbe rivolgersi agli scafisti, malgrado la paura che gli ispira il mare. Conosce degli intermediari, gli stessi di cui ha avuto bisogno per i suoi figli. Uno di loro, sentito al telefono, conferma il prezzo e l'itinerario più spesso battuto: «Una barca, poi un battello più grande con tappa in Libia, dove si trova il grosso dei migranti in attesa. Dopo, rotta sulla Sicilia o l'isola di Lampedusa. Liscio come l'olio, e questo fa lavorare degli egiziani che altrimenti sarebbero disoccupati».

 

 

Faris al-Bashawat, 56 anni, è un profugo siriano

 

 

La casta militare controlla l’economia
È forse per riprendere il controllo della costa desertica di Burj Al-Megazi che l'esercito ha deciso di farne una zona di sviluppo economico sotto la sua egida? Sono stati scavati centinaia di bacini per la piscicoltura, alcuni dei quali giù riempiti d'acqua. Una volta terminato, questo grandioso progetto dovrebbe dare lavoro a qualche centinaio di persone, ma per Milad «è evidente che non porterà lavoro ai giovani del posto». E precisa: «Saranno assunti, secondo criteri non verificabili, militari, loro parenti, lavoratori qualificati provenienti da grandi centri urbani come Damietta, Alessandria o Porto Said. Tutte le attività economiche gestite dall'esercito sono misteriose».

L’avvenire è degli scafisti
Tuttavia, una soluzione per salvare i pescatori della ragione esisteva, lamenta Milad: «Sarebbe stato sufficiente creare una zona di pesca esclusiva e limitata al fine di ripopolare a poco a poco le acque di questa costa, Rivitalizzare la pesca artigianale, è il miglior mezzo per contrastare l'economia illegale». Un suo giovane fratello è stato arrestato in Italia, dove è ancora detenuto, «per essere penetrato illegalmente in acque italiane». Lungo tutta la costa in direzione di Porto Said, l’esercito ha progetti industriali faraonici: zona economica speciale, silos di grano, nuovo porto… Ma se non intaccheranno la miseria, i traghettatori clandestini avranno ancora di che far fortuna.

Un museo ecologico
Dai balconi del suo bell’appartamento cairota, Munir S. Neamatalla domina il Nilo: «Mi riporta quotidianamente all’essenziale, alle radici e alla storia dell’Egitto. E questa storia è legata all’ambiente, alla geografia e soprattutto al fiume». Molto attivo in progetti ambientali, come nell’accoglienza alberghiera, Munir S. Neamatalla ha idee che fanno il contropelo alle tendenze egiziane. Vorrebbe che il suo Paese facesse da ponte tra l’Africa e l’Europa. «L’isolamento uccide l’Egitto. Il nostro Paese ha avuto il suo splendore quando era rivolto al mondo intero, il contrario di quel che si è visto in questi ultimi sessant’anni. Il peggio sono stati i Fratelli musulmani».

Il progetto cui sta lavorando: restaurare il museo egiziano del Cairo costruito da un architetto francese, Marcel Dourgnon, e inaugurato nel 1902. Mentre la gran parte dei reperti archeologici dell’attuale museo sarà trasferita in una nuova costruzione a Giza, Munir S. Neamatalla vuol mantenere nella cornice obsoleta del vecchio edificio le sculture monumentali che non hanno bisogno di condizioni particolari per essere conservate ed esposte. «Ma la novità è che le sale saranno ecologiche. Un’aerazione particolare sostituirà ò’aria condizionata. Voglio restaurare il valore simbolico di questo museo. Sarà decisamente moderno, ma allo stesso tempo al servizio del passato».

Munir S. Neamatalla riconosce che il suo Paese avanza molto lentamente in parecchi campi, «ma non è una fatalità, possiamo invertire la marcia». Il museo dei suoi sogni potrebbe esserne un esempio, anche se oggi l’ecologia non è tra le priorità degli egiziani. «Mi viene spesso rimproverato, bisognerebbe prima di tutto nutrire milioni di egiziani in miseria prima di pensare alle energie verdi e all’ambiente. Tuttavia le due andature debbono procedere di pari passo, le tecnologie verdi possono servire allo sviluppo del Paese. Ci siano disinteressati troppo a lungo del progresso e delle idee innovatrici con pretesti ingannevoli». (Le Temps, 28 luglio 2016)

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