Egitto, un mare pieno di sabbia

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

È una bassa marea larga tre milioni di chilometri e lunga seicentomila secoli. È il fondo del mare più asciutto del pianeta. È il deserto occidentale egiziano, un mondo disegnato dal vento e bruciato dal sole che racconta l'avventura della Terra attraverso i propri tesori di pietra.

La trafficata strada dal Cairo passa accanto alle Piramidi, un emozionante commiato, ma presto il loro tempo sembrerà solo ieri: è un mondo prima di noi quello che ci attende, una fila di zeri che sono troppi gli anni da immaginare. Lo stacco è a sessanta chilometri dalla capitale: non ci sono frecce, ma il capocarovana sa dove sterzare e puntare le quattro ruote motrici della Toyota. Asfalto addio. Agli inizi è una pista di terra liscia, ancora qualche camion dalle cromature luccicanti, un cartellone ottimista ci dice che stiamo lasciando la Green Valley e ci dà l'arrivederci. Che fosse verde non ce n'eravamo accorti, ma è pur vero che l'acqua c'è, quaranta metri sotto. Per ora, però, i vecchi pozzi da Far West si genuflettono senza sosta solo per pompare petrolio. L'acqua, ancora, non vale tanto.

Prima del paesaggio, è la luce a preannunciare il deserto, una luce più grande, senza trucchi e senza veli. Il primo deserto – e ne vedremo d’ogni colore – è nero. C'è una collina alta quattrocento metri a dominare la scena, si chiama Gabal Quattrami. E sembra davvero incatramata la pianura intorno, rocce e sassolini neri che luccicano sotto il sole radente del primo mattino come una sterminata piazza liscia di bitume. Il deserto occidentale ci abituerà agli scherzi. I minerali hanno giocato in mille modi qui dove terra, sole e vento si sono mischiati nei milioni d'anni in cocktail fantasiosi. Più un goccio di pioggia, il tocco d'angostura. Ora è il ferro che la fa da padrone, la sua polvere copre le colline come semi di papavero su un pane, ma c'è anche un nero screziato di rosso o di giallo nel terreno, sono vene di zolfo e di piombo, mentre una roccia affaccia sulla pianura un profilo da polena, color del legno, borchiata di conchiglie bianche. Dal Nilo ai confini con la Libia, il deserto occidentale è la più vasta e arida regione desertica del mondo, ma anche la più ricca di fossili. Una vita immobile che non è mai la stessa.

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Si incontra un bosco di pietra: i tronchi stesi sono più neri e lucidi del carbone, al tatto sono caldi come pietra al sole e risuonano di note metalliche. Il loro legno ha quaranta milioni d'anni, è diventato roccia conservando ogni dettaglio, le grinze della corteccia, gli anelli del tronco: sono sculture d'alberi veri, esistenze che il tempo ha preservato come mummie di faraoni. Una carezza porta lontano, il tepore della corteccia toglie ogni paura in questo sperduto cimitero vegetale divenuto pietra.

C'è un lago all'orizzonte che sembra mare. È 45 metri sotto il livello di quello vero e 40 chilometri di larghezza. Si chiama Birket Quarum, le sue acque arrivano dal Nilo e da ancor più lontano, da sorgenti che sono pozze di un mare antico. Sono dolci, ma al gusto di sale. Gli scherzi continuano. E non sono miraggi, ma trucchi di un tempo che la sa lunga. Costeggiando il lago a nord si incontra un monastero copto del quarto secolo scavato nella roccia: Abu Lifa. Le celle sono grotte buie, dal soffitto basso, rannicchiate dietro la curva della collina.  Celate agli occhi dei musulmani, sembrano tane d’animali. Ma il nascondiglio ha funzionato: il monastero è sopravissuto seicento anni. Ha chiuso per cessate vocazioni.

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La pista sale e scende fra falesie colorate, ogni tanto il tracciato si perde, allora è il navigatore satellitare a tenere dritta la barra del convoglio. Su un'altura un tempio massiccio domina deserto e lago: era dedicato al coccodrillo. Qui abitavano pescatori, meglio tenerlo buono. I tombaroli hanno chiamato il tempio la «casa dei tesori». Il perché lo sanno solo loro: quando sono arrivati gli archeologi non c'era più niente. A pensar male, forse si intuisce.

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Il vento gira in tondo, da queste parti. Rocce lisce e tornite sembrano scafi di barche in secca, mezze uova a pancia in su. Tutte uguali, una accanto all'altra. Così per un chilometro, solo un chilometro. Il vento poi s’è stancato di quel gioco, le rocce tornano come capita. La jeep corre su una pista dura di fossili: sono conchiglie, coralli, ricci marini. Al mattino, mentre si smonta il campo, è bello raccoglierli passeggiando, lo sguardo basso e attento, come su una spiaggia all’alba. Su un bassopiano sembrano monete, piatte e rotonde, a perdita d’occhio: sono valve di molluschi antichi, riflettono la luce come il mosaico di un pavimento pompeiano.

Birket Quarum si avvicina e il suo azzurro è spezzato da un profilo sdentato, scheletri di mura bianche, brandelli di fortezza. Sono i resti di Dimeh El Sibah, castello di Tolomeo II e poi presidio romano, vedetta sulle carovane che dal Nilo puntavano verso il Mediterraneo. Un equilibrio fragile tiene in piedi stracci di mura alte fino a dieci metri, le pietre sono fatte di arenaria, sterco e paglia. Nella sua cinta i templi dedicati al dio coccodrillo erano due: qui il lago è più vicino, non si sa mai. Vi conduce il pavimento sconnesso di una strada romana, e una discarica di anfore ricorda le botteghe che la fiancheggiavano.

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Sull'altro versante del lago, un villaggio di case dai mattoni di gesso, ultima occasione per rifornire di benzina i serbatoi e la cambusa di acqua e viveri. Anche di pesce. E il gustoso Persico del Birket Quarum avrà un sapore strano fra le tende del deserto più secco che ci sia. Ma questo è uno scherzo che ci facciamo noi. Invece è il deserto a farci lo scherzo di mettere sulla nostra strada, quando ormai percorriamo da chilometri una luna spoglia e assolata, un branco di balene. Non gliene è andata bene una: un tempo erano mammiferi terrestri e portavano il loro peso sulle zampe, pascolavano quiete, finché, una brutta era, è arrivata la piena del mare. Per sopravvivere si sono dovute adeguare: in men che non si dica, qualche milione d'anni, hanno imparato a nuotare, a zampillare  pittoreschi geyser, a star sotto più di un palombaro. Ma proprio quando le zampette ormai non sapevano di averle e fra le onde si sentivano a proprio agio, il mare si è ritirato. E allora non ce l’hanno più fatta, si sono adagiate qui, con le loro stanche ossa in secca,  col tempo imprigionate in qualche roccia, rocce loro stesse.

A Wadi El-Hitan, maestoso cimitero naturale, un percorso guidato conduce fra i resti. E' un museo a cielo aperto, un museo di Scienze naturali, di Storia e di Geologia, dove gli strati della roccia spaccata raccontano il tempo come scene di un cantastorie. Gli scheletri sono adagiati sulla terra rossa e si incontrano lungo tre ore di un cammino segnato. Si sale e si scende, in alcuni punti il mare d’una volta ha lasciato depressioni, in altre cucuzzoli di roccia da cui pendono, come festoni, mangrovie pietrificate. Erano il cibo delle ultime balene.

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Poi comincia la sabbia: il deserto che t’aspetti. Con le ruote delle jeep che pattinano e ogni tanto si piantano, con le dune dai profili affilati che tagliano le ombre per la gioia dei fotografi, le conche morbide dove è dolce piantar tenda, i ghirigori tessuti dal vento sulla sabbia.  Il sole va allo zenit in fretta, servono altre bussole, e serve fantasia per obbedire al navigatore satellitare dribblando le rive più scoscese. Direzione sud ovest: Abu Muharriq Dune, lunga cinquecento chilometri e alta quanto neppure un buon fuoristrada può permettersi. La si deve costeggiare pazientemente per trovare un varco da scavalcare fuorigiri. Poi anche i motori riposano, mentre il fuoco si spegne al centro dell’accampamento, resta solo la luce della luna, e restano spalancati gli occhi per scorgere, in un brivido, la volpe argentata avvicinarsi, frugare quel che è rimasto della cena e sparire in un guizzo al primo respiro.

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C’è un’oasi con doppi servizi sulla strada: tre o quattro palme svettanti, come un miraggio da copione, e una sorgente che dopo una cascatella raccoglie le sue acque in due vasche. Il bagno è d’obbligo, l’acqua a temperatura ambiente. E poco lontano i segni della vita che si era fermata lì: una grande grotta, Djara Cave, con pitture rupestri ingenue e emozionanti sulle pareti carsiche. Risalgono a diecimila anni fa. Ma gli effetti speciali continuano. Ecco la Valle dei cocomeri. Sono sfere di basalto, nere, pesanti come palle da cannone, sono una distesa a perdita d’occhio. Lì il vento lavora così. E poi ancora sabbia per ore, d’ ogni forma e colore, sempre sabbia, sempre diversa. Finché appare la civiltà: un carretto sghembo trainato da un asinello. Forse non è granché ma è la prima avvisaglia di Farafra, punto estremo a sud ovest del nostro viaggio, oasi di ventimila abitanti, quasi tentacolare dopo tanto nulla. Ci sono persone, auto, telefonini, c’è subito la voglia di ripartire per quello che ancora ci attende di deserto: il Deserto bianco, il più spettacolare. Tant’è che si paga il biglietto per entrare. Una roulotte solitaria sul ciglio della strada, a trenta chilometri da Farafra, funziona da cassa, lì si abbandona l’asfalto e si entra nel Parco nazionale del White Desert.

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Sembra coperto di neve, e sembra che un gigante si sia divertito a farne pupazzi: un coniglio, un fungo, una gallina, una Sfinge. Alti fino a dieci metri, si contano a migliaia. Hanno forme stravaganti: da sbizzarrirsi a indovinare un profilo, come guardando un cielo di nuvole. Ma non è neve, sono ammassi di microscopici animali marini depositati oltre ottanta milioni d’anni fa, verso la fine del Cretaceo, quando questa era un’immensa distesa d’acqua che evaporava lentamente. Poi è stato il sole, ed è stato il vento. Oggi sono 4000 chilometri quadrati per 70 mila visitatori l’anno. Non proprio deserto, quindi, ma se due carovane si incontrano è pur sempre un festoso sventolare di mani. La ressa è un’altra cosa.

E poi dal bianco al nero: l’ultima sorpresa di questo Egitto estremo, lontano dal suo centro di gravità, il Nilo, ma così ricco di storia e di energia. Un nero diverso da quello, lucente, che ci aveva accolto: Black Desert - sulla via ormai veloce per il Cairo e alle porte di Bahariya, l'ultima oasi - è terra bruciata, polverosa, scura di ferro e di caligine, costellata di vulcani a centinaia, un inferno spento. È un deserto che sembra sporco. Forse vuole prepararci al rientro, agli orizzonti opachi, al ritorno triste nello smog d’ogni giorno.

Viaggio organizzato da "I viaggi di Maurizio Levi"

 

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