Estate in Italia, scandali al sole

Napoli 1981 xx

 

 

In quel decennio di passaggio, c'erano ancora i venditori si angurie e Vespe per strada anziché ai raduni, i maschi italiani indossavano costumi inguinali e avevano ancora facce che sarebbero piaciute a Pasolini, le donne erano più alte grazie ad acconciature ispirate alla parrucca del Re Sole e indossavano giacche con le spalle imbottite che davano loro una certa aria da lottatrici greco-romane. Ma in spiaggia pure loro si svestivano di quegli orpelli e i capelli bagnati di sapore di sale sapore di mare sapore di te le facevano ridiventare autentiche. In aqua veritas.

 

 

Napoli 1981

 

 

Erano gli anni Ottanta e svestirsi non era più un tabù, neppure al di fuori degli arenili. Bastava immergersi nella fontana di Trevi, rinfrescarsi con l'aria condizionata dell'Upim o allungarsi all'ombra di un pino marittimo per cercare, trovare forse, un po' di refrigerio, come lo chiamavano i giornali che mettevano in pagina le foto degli accaldati, preferibilmente di genere femminile. I quali rischiavano al massimo una multa per essere usciti dalla riserva sabbiosa costumati, minimo di essere imitati.

 

 

Quando le Vespe non erano ancora reliquie

 

 

Era la «dolce via» alla spensieratezza che fece non solo di Milano, capitale della finanza, una città da bere. Un po' tutti i centri della Penisola divennero potabili. E chi non beveva dai listini di Borsa o dalle mazzette, succhiava cocktail, ingollava birre, suggeva digestivi perché gli amari da mandare giù non si sarebbero fatti attendere. Ma l'Italia che affondava i piedi in piscine, mari, fiumi e fontane urbane ancora non lo presagiva.

Era tutto più facile, dopo gli anni lacrimogeni, che sarebbero diventati di piombo. C'era ben altro cui pensare che ai corpi nudi in ammollo. Erano trasgressioni tollerate, quando il sole picchiava duro, in un Paese ormai dimentico del comune senso del pudore. Meglio svestiti e inermi che a tirare sampietrini o pallottole, pensavano con astuzia tipicamente italica i tutori dell'ordine.

 

 

 

Senza cellulari era la noia

 

 

Non si sa se l'uomo venuto dal Kentucy fosse al corrente dello stato delle cose quando arrivò a Roma nei primi Ottanta, fatto sta che ne fu affascinato. Lui che aveva visto gli hippies a San Francisco e ogni genere di stravaganza a Times Square, non poteva immaginare che un intero popolo fosse hippy e stravagante. Soprattutto d'estate.

Si chiamava (e ancora si chiama) Charles H. Traub, non aveva ancora quarant’anni (oggi ne ha 71), era inevitabile che si trovasse a suo agio. Capita a tutti gli americani che arrivano in Italia e se ne tornano a casa senza essere derubati. Infatti ritornò. Girò lo Stivale, scattava foto alle persone che incontrava per strada. In posa e no. Gli fu facile farsi stordire dal clima e inebriarsi dall'atmosfera di vacanza costi quel che costi.

Dopo le vacanze romane, passò a quelle napoletane. Non si fece mancare Firenze e Milano. Non trascurò neppure Reggio Emilia che rappresentò, come una cittadina del Midwest americano, lontana da tutto il bendidio balneare con quei due preti in tonaca che sembrano comparse prese a nolo da un set di Fellini.

 

 

Canottiera blu

 

 

Dalla cattura di quella fauna in fuga dalla canicola in un Paese assolato ma non solare, Traub trasse un libro dal titolo malizioso: Dolce via, pubblicato da Damiani, editore in Bologna. «Nelle sue foto c’è un sacco di pelle scoperta», gli fece notare una giornalista che lo intervistò un paio d’anni fa per il quotidiano la Repubblica. «La sensualità delle mie foto deriva dal fatto che sono state scattate in un paese decadente, che stava cercando di nascondere le sue difficoltà economiche, il suo declino, e che viveva nella nostalgia della gloria passata», spiegò il fotografo americano.

«Durante la pausa pranzo o mentre si cammina, a Roma o a Napoli, lo si fa per mostrarsi, per sfuggire alla routine. Tutti vogliono essere visti. Pochissime persone si opponevano alla mia richiesta di scattare una foto. La sessualità, la sensualità di ognuno, stava a loro il volerla rivelare». Insomma, nessuna foto fu rubata o scattata all'insaputa del soggetto, che stava al gioco, incurante della figura che ci avrebbe fatto.

La giornalista gli chiese allora se nelle sue foto ci fosse nostalgia per un'epoca in cui tutto era possibile. «Dopo aver presentato le immagini negli anni Ottanta le ho messe via, chiuse in scatoloni», rispose Traub. «Da allora sono tornato altre volte in Italia, anche l'anno scorso (nel 2013, ndr), e ho avuto modo di constatare che l'Italia di oggi non è affatto quella della Dolce Via. La leggerezza è evaporata. La gente ha perso ciò che la rendeva così speciale, così diversa dagli altri. L'Italia era una macedonia di frutta esotica. Oggi, purtroppo, è diventata una sorta di frullato». La dolce via era un vicolo cieco. Siamo rimasti imbottigliati.

 

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Così ci rinfrescavamo e svestivamo negli anni Ottanta (44 immagini)

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