Fernando de Noronha, l’isola ritrovata

Baia dos Porcos

 

Testo di Anna R. Conforti – foto di Alberto Pejrano

 

Sono quasi le tre del pomeriggio, la temperatura registrata a terra sfiora i 30 gradi e l’atterraggio è previsto fra circa 20 minuti, in perfetto orario. Guardo il profilo dell’isola stagliarsi in mezzo al blu dell’oceano Atlantico: è tutto un alternarsi di baie e insenature, un ritmo frenetico di samba che mette allegria, anche da quassù. Stiamo sorvolando un arcipelago, ma delle 21 isole che lo costituiscono su una superficie di appena 26 chilometri quadrati, Fernando de Noronha è quella più grande.

Si trova poco al di sotto dell’Equatore e a un’ora circa di volo dalla città pernambucana di Recife (nel nord-est del Brasile). Le delizie che promette sono caraibiche: palme frondose agitate dal vento, sabbia fine e acque cristalline, un parco marino con ben cinque tipi di squali, fortunatamente tutti innocui, e 24 specie di uccelli, marini anche quelli.

Per me, che atterro per la prima volta su quest’isola dal 2001 riconosciuta Patrimonio mondiale dell’Umanità dall'Unesco, tutto ha il sapore di una continua sorpresa. Che sia anche il paradiso dei surfisti, non c’è dubbio: nel piccolo aeroporto, al check out si contano più tavole che teste, e quasi ci si sente nudi a non averne una con sé, magari di quelle piccole da body-board. Due ragazzi mi spiegano che è una variante soft del surf, da fare lanciandosi a rincorrere l’onda sdraiati pancia in giù su una tavola di resina leggera, aiutati nella spinta da una bel paio di pinne corte).

Barche di pescatori

 

Fuori, la luce quasi acceca e il vento si fa sentire con raffiche costanti che spazzano lo sterrato, ma da un cartellone pubblicitario un delfino sorridente rassicura e invita al divertimento: «Seja feliz em Fernando!». Fernando, detto così, sembra uno di noi, un amico… Sorrido: decisamente il migliore augurio per correre a scoprire l’isola, a bordo di un buggy-taxi, come chiamano da queste parti i fuoristrada senza porte e con ruote enormi, adatte alla sabbia e ai terreni più accidentati.

A Fernando ci si sposta praticamente solo così, a piedi, in bici oppure coi buggy ed è difficile dire se sia più divertente guidarli o farsi trasportare, di fianco al conducente o, meglio ancora, seduti dietro, sul tettuccio, con il vento fra i capelli e l’adrenalina che scorre a ogni sobbalzo.

La vista scorre all’intorno, predomina la terra ocra e rossiccia, ovunque arbusti e cespugli bassi, ribelli alle asperità delle scogliere a picco sul mare e delle falesie scure di roccia vulcanica. Avanzando verso Vila dos Remédios, nel cuore dell'isola, ai bordi della strada iniziano a profilarsi gruppi di case. A guardarle bene sono piuttosto capanne, alcune di legno, altre in prefabbricato, ma tutte punteggiate dai colori vivaci dei panni stes ad asciugare nel vento caldo che soffia senza tregua. Chi pensa di sbarcare su un’isola da cartolina, dove tutto è perfetto, è bene si risvegli subito da questo sogno: niente vialetti ordinati, intonaci freschi di pittura, verde curato nei dettagli. Fernando de Noronha è come la gente che ci vive: autentica e fiera, anche quando rivela la sua semplice povertà.

 

Il buggy è il mezzo di trasporto_preferito dai turisti

 

Al ritiro dei bagagli, mi hanno chiesto dove intendessi soggiornare. Ancora non lo sapevo. Lo sapevano però Adriana e Drica, le due ragazze molto in gamba che gestiscono l’agenzia di viaggi Your Way, proprio dietro il municipio, a quattro passi dalla chiesa del paese. Il loro ufficio è anche negozio di articoli per la subacquea. Adriana mi chiede se preferisco una pousada, spartana ed economica, oppure un alloggio più costoso. Scelgo una soluzione che offre il meglio di entrambi, la pousada Maravilha. Mi accompagna Drica, con il buggy-taxi dell'agenzia. La pousada, costruita su un declivio davanti alla Baía do Sueste, è quasi invisibile dalla strada.

Dall'esterno, l'edificio sembra troppo piccolo per vantare il titolo di pousada più bella dell’isola, ma entrare nella hall è quanto di più spettacolare possa offrire un resort tropicale. La vista si perde all’orizzonte, dietro un’ampia vetrata che si affaccia sul verde del giardino a terrazze e sulla piscina a sfioro. Davanti, solo il cielo infinito, e tutte le sfumature di azzurro fra le onde agitate del mare.

Da quassù il blu dell’oceano sembra più intenso, esaltato dai fiori rossi, fucsia e gialli che spuntano fra le piante del giardino e ne accentuano il contrasto. Qui, il benessere è anche una veranda tutta mia per godermi la vista oceanica o una curiosa doccia all’aperto con pareti rosse e tetto di bambù per togliermi di dosso polvere rossiccia e sabbia rientrando dal mare. È difficile non farsi tentare da questi piaceri. Una cena alla trattoria Da Morena o al ristorante Flamboyant sono diversivi altrettanto allettanti.

 

La piscina della pousada Marvilha_0471

 

Il Flombayant, nella piazzetta del paese, il fulcro della vita sociale dell'isola, è un self service con tavoli e panche di legno protetti da una tettoia. Il conto finale pesa a secondo di quanto si è mangiato: ci si serve da sé, si pesa il piatto e poi si paga, Bastano pchi dollari per tornare a casa satolli e contenti. «È un'usanza non solo di Fernando, ma di tutto il Brasile», mi spiega il tassista, fra un sorriso, una boccata di fumo e una risata contagiosa. È vecchio, ma ha l’agilità di un ragazzino e tutta la simpatica loquacità della gente dell’isola sembra fluire nella cantilena allegra della sua lingua, un misto di portoghese e di idiomi locali.

Piace molto ai turisti, questo self service sempre affollato da giovani in infradito e short da spiaggia, da belle ragazze in abitini leggeri e un po’ folk, da genitori «alternativi», quelli che viaggiano per il mondo in lungo e largo portandosi dietro i pargoli. Fernando è l’isola ideale per chi rifugge da schemi sociali troppo rigidi: non è per radical-chic, un trend per pochi, ma neppure una meta di massa, e non capita praticamente mai di sentirsi a disagio. La cucina locale è semplice e gradevole: patate e riso al vapore, verdure (che è sempre meglio consumare cotte), carne (soprattutto pollo, frango in portoghese) e pesce (spesso proposto in umido), frutti tropicali e qualche dolce al cucchiaio decisamente molto zuccherini.

Praia do Americanos

 

I patiti del surf li ritrovo al Café com Arte, un locale che offre una felice combinazione fra arte e cucina, con i tavolini di legno sotto il porticato decorato da lucine gialle, l’angolo caffetteria che ricorda una cueva messicana e lo spazio accanto, denso di profumi, dove sono esposti oggetti artistici e artigianali di gusto etnico: amache, lampade ricavate da materiali di scarto, statue e candele profumate, strumenti musicali tradizionali.

È nelle forme e nei colori di questo artigianato che si leggono le radici di chi sull’isola ci è nato: influenze che arrivano dal passato degli schiavi africani, dei colonialisti portoghesi, degli indigeni. Eroi di terracotta dell’indipendenza brasiliana occhieggiano dalle mensole, gomito a gomito con flessuose donnine africane scolpite nel legno.

La brezza piacevole della sera porta con sé la nenia di una languida musica che non arriva da lontano. Per godersela basta uscire dal Café attraversare la piazza e scendere alla Praia do Cachorro, «la spiaggia del cane». La chiamano così per via dei cani che vi gironzolano, molto pacifici e abituati alla presenza dei turisti, che ogni sera si fermano qui per l'aperitivo servito nei baracchini sulla spiaggia. Si scende in riva al mare quando il sole è sul punto di inabissarsi, quando le persone sono ombre lunghe sulla sabbia scura e si resta così, a fissare l’orizzonte, seduti su sedie di plastica, mentre ritmi di bossa nova e samba jazz dominano la scena.

Praia do Boldrò

 

L’aperitivo qui non è un pretesto per tirar tardi abbuffandosi di qualsiasi cosa commestibile: se va bene, oltre a un bicchiere gigante di caipirinha o caipiroska, si possono assaporare spiedini di carne o di pesce, pão quente (palline di pane e formaggio servite calde) e poco altro. Quel che conta, sulla spiaggia del Cachorro, sono i bagliori della sera sul mare, lo sciabordio delle onde, la piacevole consistenza della sabbia sotto i piedi mentre ci si lascia andare a passi improvvisati di samba e forrò, con alle spalle il profilo scuro e imponente del Morro do Pico, un vulcano estinto che si innalza dal mare, visibile da molti punti dell’isola.

Vien voglia di fermarsi a dormire in spiaggia, per vederlo l'indomani avvolto dalla luce del primo sole. Anche l’alba vista dal promontorio di Bahia do Sancho, nel nord, è un bel regalo da farsi: una lingua di sabbia abbracciata da due alte falesie, palme e aironi che si librano in aria per scendere poi a sfiorare l’acqua. Anche quando il sole inizia ad essere alto sull’orizzonte e la temperatura scalda la pelle, si ha la sensazione di non sudare, grazie al vento che spira dall’oceano.

Praia do Leao

 

Raggiungere il mare mette un po’ alla prova: occorre lasciare il buggy sullo sterrato, calarsi per un anfratto nella parete di roccia, scendere da una ripida scala di ferro e poi ancora affrontare gradoni di pietra. Alla fine di questo mini-trekking, tuffarsi nell’acqua fresca dell’oceano è un premio straordinario e nuotare nelle onde lunghe può riservare delle sorprese, come l'incontro con tartarughe marine e pesci coloratissimi. Mentre non è consentito, per ragioni ambientalistiche, nuotare con i delfini. Si può osservarli però dall'alto del promontorio Mirante dos Golfinhos, che sovrasta la l'omonima baia, interdetta ai visitatori.

A chi mi chiedesse qual è la migliore spiaggia dell'isola non saprei che cosa rispondere. Sarebbe ingiusto assegnare a una sola il titolo di «più bella». Ma dovendo scegliere fra Baía do Sancho, Baía dos Porcos e Cacimba do Padre, tutte sulla costa settentrionale, forse spenderei un complimento in più per l'ultima, per questa lingua di sabbia sullo sfondo dei faraglioni Dois Irmaos, «due fratelli». È questo il punto dell’isola preferito anche dai surrfer, perché è qui che il vento soffia ancora più forte che nel resto dell'isola.

Chi non fosse appassionato di surf può godersi le meraviglie del mare facendo snorkelling a Baía dos Porcos, a poche bracciate da Cacimba. Qui il mare è di tipo maldiviano, con acque calde e ferme, ideali per distrarsi e perdere la cognizione del tempo. Vietatissima è la Praia do Leão, «la spiaggia del leone», lungo la costa meridionale, nella stagione in cui le tartarughe marine depongono le uova. Mentre fra gennaio e giugno è interdetta solo dal tramonto all’alba.

Praia do Sancho, la sabbia

 

Mentre osservo la scogliera nera di roccia vulcanica, ripenso a quanto si racconta di quest’isola, regalata nel 1500 da re Dom Manuel a un amico aristocratico, Fernão de Noronha, che se ne dimenticò. Mi chiedo come sia possibile dimenticarsi di un’isola al punto da abbandonarla in mezzo all’Atlantico. Forse è stato questo oblio ad averle conferito un’aria selvaggia e indomita. Come se Fernando de Noronha non fosse appartenuta che a se stessa e alla sua natura.

 

Praia do Sancho, le rocce

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