Galapagos, il mondo prima di noi

L'affollato mare delle Galapagos

 

 

di Paolo Pernigotti

 

 

Portatevi scarpe comode: camminerete spesso in punta di piedi. E in acqua entrerete chiedendo permesso.

Perché lì il mondo è ancora nuovo: fermo al sesto giorno della Creazione. Un attimo prima di Adamo. E molto prima di noi, che su quelle isole siamo stranieri, strani bipedi spennacchiati, misteriosi alieni che destano curiosità ma non timore: gli altri animali ancora non sanno che animali siamo. Si fidano. Forse, più semplicemente, ci trattano per come dovremmo essere.

Questo Eden fuori dal tempo sbuca fra le onde del Pacifico e batte bandiera equadoregna a mille chilometri dalle coste di Guayaquil. Si chiama Galapagos: venti isole e una spruzzata di faraglioni senza nome sparsi su 50 mila chilometri quadrati di oceano. Nascono da uno tsunami di fuoco, lava e gas, la bazzecola di cinque milioni d’anni fa: una furia di vulcani nelle profondità del mare e l’emergere di una terra che non c’era. Senza altra vita che fiumi di fuoco e vapori incandescenti, in un inferno destinato a diventare un paradiso.

Tutto è com’era. La sua autenticità ferisce gli occhi e il cuore: una terra ispida e dura, un mare che non conosce sfumati ammiccamenti ma solo il blu degli abissi. Per estasi e languori ci sono altri depliant: Galapagos non è bellezza, è verità. Ma dopo Galapagos – ineludibile pietra di paragone - nessun angolo di mondo sarà più lo stesso, niente potrà più incantarci con i suoi trucchi. Perché mai più potremo andare così lontano – neppure agli antipodi della Terra - e mai più così vicini a ciò che è in fondo a noi.

Scalo d’obbligo Miami, è lì lasciamo il Duemila, con i suoi grattacieli in piedi sulla spiaggia. Tre ore di volo e le lancette si spostano già di cinquecento anni. Quito è uno sbadiglio: le grandi strade vuote, i suoi quartieri adagiati sulle alture. Neppure l’aeroporto - in pieno centro come una vecchia stazione d’autobus - sveglia la capitale più di tanto. Ma siamo a 2.800 d’altitudine, muoversi è fatica. Anche il suo passato è lì, immobile e sonnacchioso: il quartiere coloniale, le case bianche dai tetti rossi di tegole, il monastero di San Francisco e la celebre Cappella Cantuna, abbagliante bomboniera d’oro e barocco, ricca come tutte le chiese dei poveri.

Poi altre tre ore di aereo. Anzi, cinquantamila secoli.

 

 

"Evolution", la nave che ci condurrà alla scoperta delle Galapagos

 

 

È San Cristobal a darci il benvenuto: una delle tre Galapagos abitate dall’uomo. La pista d’atterraggio comincia e finisce in mare, il duty-free sono cinque bancarelle di iguane porta-penna e foche di gomma, il metal detector sembra lì per bellezza quando basta una buona falcata per passare la staccionata del bar ed essere sottobordo. La concitazione di un vecchio mercato, il commovente incontro con il proprio bagaglio, poi tutti in fila: c’è l’appello. Perché Galapagos non è una vacanza, ma la più istruttiva, disciplinata, esaltante gita scolastica che si possa immaginare.

Prima lezione, la prima sera in barca. E per «barca» ci sta tutto: da un romantico ex peschereccio ed ex veliero come il nostro «Evolution» - e il nome non si riferisce ai ripetuti lifting, ma più nobilmente a Darwin – a ruspanti cabinati di otto metri per quindici turisti. Cento imbarcazioni in tutto: la flotta autorizzata alle crociere isola per isola. Ogni barca - e ogni tanti passeggeri - una guida turistica di rigore. Che la prima sera, appunto, con un sorriso che lo fa subito amico, e un profilo andino che non ammette repliche, spiega cosa si deve e non si deve fare. Ma chi arriva qui lo sa già: un naturalista appassionato – e se non lo è ha sbagliato aereo – non lascerebbe la cartina di una caramella in questo fragilissimo mondo fuori dal mondo. Una femmina sventata di leone marino potrebbe ingoiarla, restarne orribilmente soffocata, morirne fra atroci dolori, i suoi cuccioli non avrebbero più di che vivere… Insomma ci fa sentire peggio di una petroliera bucata. Ma forse non guasta.

Ci sarà un breafing ogni sera, prima di cena: l’anteprima del giorno dopo. Mezz’ora di diapositive, e ogni tanto qualche domanda a bruciapelo perché nessuno si distragga, o chiacchieri. Chi lo sa, alza la mano. E ogni escursione sarà una lezione: le guide non si stancano di spiegare, conoscono ogni segreto delle isole, zoologia, botanica, geologia, tutto ciò che rende uniche le Galapagos e ha fatto di questo arcipelago il parco naturale più prezioso del pianeta. Hanno studiato sei anni per diventare guide: rispondono pazienti a qualsiasi domanda. Qualcuno, ogni tanto, con un sorriso sospetto: forse questa se la sta inventando.

Le isole che si possono visitare sono una decina: l’itinerario è lo stesso per quasi tutte le crociere ma cambia la sequenza fra l’una e l’altra, così che non ci siano mai più di due o tre barche in una rada e sia raro incontrare altri gruppi in escursione. Alla Galapagos siamo intrusi anche per noi.

 

 

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Primo approdo Espanola. E se la guida ha raccomandato almeno tre metri fra noi e gli animali, nessuno ha avvertito loro. Quel cucciolo di leone marino, ad esempio, che ci viene incontro sculettando festoso e ci invita a un bagno insieme. Altri leoni, spaparanzati sugli scogli, abbracciati fra loro a farsi da cuscini, si dedicano all’hobby preferito: pisolare. Socchiudono un occhio e ci salutano con afoni barriti e rutti calorosi. Ci abitueremo presto alla loro presenza: sono dovunque, sulla terra e in mare. Qualche volta anche sui predellini delle barche. Non cercano cibo: se appena s’infilano in acqua, ne hanno di ché leccarsi i lunghi baffi moschettieri. Con i loro occhi buoni, cercano solo la nostra imbarazzata compagnia.

Il sole non scotta perché in gita scolastica ci si alza alle 6,30, ma per essere l’alba i raggi arrivano già in picchiata, a ricordarci che l’Equador non si chiama così per caso. Ci aspettano due chilometri di sentiero e la guida ci invita a seguire il tracciato. Il rischio non è perdersi, ma pestare qualche piccola iguana: nera come la lava intorno, immobile come una roccia. C’è un cromosoma di dinosauro sotto le grinze della loro pelle, nella fissità del loro sguardo c'è tutto il tempo della Terra. E ne hanno viste troppe per scomporsi davanti a una dozzina di mammiferi in mutande e creme da sole. Delle rocce hanno anche il profilo aguzzo e seghettato: misterioso, mimetico anello di congiunzione fra due mondi.

Procediamo guardinghi: anche spostare un sasso con la punta d’una scarpa sembra sacrilegio. Cinque milioni d’anni non si trattano così.

Alla fine del sentiero c’è Punta Suàrez con il suo «aeroporto». Lo chiamano così perchè è un roccione piatto, affacciato sul mare, trampolino di lancio per i goffi albatros marezzati, specie endemica, l’unica esistente in un clima tropicale, gioia e delizia dei naturalisti, rassegnato bersaglio delle loro Canon. E, a pochi passi, un irresistibile effetto speciale: le onde del mare si infilano sotto le rocce per esplodere in un geyser di spuma alto tre o quattro metri. La guida giura di aver visto, un giorno, una decina di iguane sparate in aria dal getto d’acqua. Da scomporsi persino loro.

 

 

Un'iguana si affaccia sulla spiaggia

 

 

Corone di ramoscelli fanno da nido a un uovo solitario. Mamma è fuori per lucertole. Un falco, dal cielo, ha già aguzzato gli occhi, e basta un attimo, un guizzo nero a perpendicolo, per ricordarci che anche questo paradiso ha le sue leggi di vita e di morte.

Ma l’isola degli uccelli è Genovesa. Si cala l’ancora in una baia che è un grande cratere pieno di mare. Tre chilometri di diametro. Un tratto della sua parete è crollato: da lì è entrata l’acqua, da lì entrano le barche. Un muraglione nero, striato dal bianco del guano e dei licheni, che corre in cerchio su tre lati, un sesto grado di roccia lavica, una vertigine di trenta metri a picco sul mare. La vegetazione che lo incorona – cristallizzata in arbusti senza vita – e l’aspro terreno sembrano conoscere solo il bianco e nero di una vecchia pellicola. Una bellezza spettrale, un gelo da nord del mondo che neppure questo sole riesce a sciogliere. Ma dove il gommone sa cavalcare l’onda giusta e lasciarsi posare, ci sono gradini scavati nella roccia. Bastano pochi passi. Ogni forma e ogni colore, purché abbia un paio d’ali, riempie il cielo. E ogni rumore: fischi, risa, trombette, gemiti, sbuffi, borbottii. Un cielo che sembrerebbe non poterne contenere di più. La vita, l’amore, la morte: la guida ci insegna a decifrare quei rapidi intrecciarsi di rotte e di destini che riempiono i cieli delle Galapagos e fanno di queste isole la più singolare e affascinante uccelliera del pianeta.

A dettar legge è la fregata magnifica con i suoi due metri e mezzo di ali lucide e nere, instancabile scippatrice di uova e cuccioli d’ogni specie. Anche della sua. Non è la più simpatica: difficile vederla su t-shirt e souvenir. Il maschio ha un gargarozzo rosso: lo gonfia come un pallone per fare colpo sulle femmine. Qualcuna ci casca sempre, poi resta delusa: una strusciata di penne e già fatto. Più galante la sula piedazzurri, dalle zampe uscite da un barattolo di vernice. Fa mille riverenze all’agognata partner, fischia, sbatte le ali e fischia ancora: per la gioia dei turisti e per lo sfinimento dell’amata. Il cormorano invece è più pragmatico: festeggia dopo – se è il caso – con un fragoroso, interminabile sbatter di becchi. È stato bello.

 

 

Sule dai piedi azzurri

 

 

Ed è tanto pragmatico da avere rinunciato all’uso delle ali. Quello che gli serviva – e adesso ci riferiamo al cibo - l’ha sempre avuto a portata di mano, in questo generoso Eden: bastavano quattro zampettate per sfamarsi. E allora, a poco a poco, man mano che trascorreva qualche centinaio di migliaio d’anni, le sue ali sono diventate un accessorio decorativo. E lui un felice pollastro, un prezioso Gronchi Rosa per ogni naturalista che capiti da queste parti a immortalarlo.

Un altro che non è più lo stesso è il gabbiano: qui è diventato nero, tono su tono. Mentre un altro della sua specie ha adottato – chissà perché - una primaverile coda di rondine. Anche loro esistono solo qui, in questo Paradiso terrestre che ha fatto riscrivere a Darwin i giorni della Creazione. Come le iguane nere, uniche al mondo completamente riciclate alla vita acquatica. O quelle terrestri, giallastre, lunghe fino a un metro e venti, che vivono solo sull’isola Isabela. Si nutrono di cactus. E – guarda caso - solo su Isabella i cactus hanno le spine. Sulle altre Galapagos, dove non hanno alcunché da temere, hanno rinunciato alle spine per un’innocua, vellutata peluria. Anche questa è evolution, direbbe Darwin. Come la nostra nave.

Dove la natura la fa da padrona, anche un piccolo segno dell’uomo è un avvenimento. E a Caleta Tagus, sempre su Isabela, le guide mostrano scritte lasciate sulle rocce da marinai di passaggio. Le più antiche risalgono al 1836 e ormai sono un monumento alla memoria. Raccontano un mondo scomparso, e quei nomi, quelle date e nient’altro, hanno la forza commovente di una Spoon River. Ma guardatevi dalla tentazione di passare anche voi ai posteri, con un Mario ama Cinzia o un Forza Roma…

A Cinzia, invece, è lecito fare una telefonata. E anche comprarle una tartarughina d’argento da appendere al collo, un pareo con le tartarughe dipinte, una tartaruga-portachiavi, un segnalibro a forma di… Indovinato. Per tutto questo c’è Puerto Ayora, a Santa Cruz. Il paesino è una boccata di modernità, per chi sia in astinenza. Quattro negozi e due strade che si incrociano, niente più, ma gli automobilisti usano il clacson anziché i freni, così anche qualche camioncino sembra un traffico di tutto rispetto.

 

 

Un falco delle isole Galapagos, Ecuador, appollaiato su una tartaruga gigante

 

 

Santa Cruz è l’isola delle tartarughe giganti, le star delle Galapagos (che in spagnolo vuol dire… Indovinato). Di piccole non se ne incontrano: crescono al sicuro nelle incubatrici del Centro Darwin. Le grandi,invece, sono davvero grandi: lunghe quasi due metri, pesano anche due quintali e mezzo. Da vere star non si concedono come un’iguana qualsiasi. Bisogna andarle a cercare. E fra gli isolotti di mangrovie dell’isola, su un mare che è uno specchio intatto, è bello fare loro la posta: spento il motore del gommone, gli sguardi a pelo d’acqua, respirando piano. Magari il guscio lucido non si degna, ma quel silenzio sconosciuto, trafitto solo da grida del cielo, da misteriosi pluf e dal vento fra le foglie è già un ricco bottino. E qualche squalo – anche questo di buon carattere, garantiscono le guide, siamo alle Galapagos – si lascia sempre scorgere, per consolazione, addormentato mezzo metro sotto.

Per l’ora di botanica si sbarca su Floreana: le guide indicano piccole mimose che si ritraggono, si chiudono al primo cenno di carezza. Forse la sanno più lunga degli animali… Poi euforbie, cactus della lava, ciuffi di niquilia con i loro allegri fiori gialli, e la pianta più tipica di questa isole, che si fa preannunciare da intense zaffate d’incenso: la Burbera graveolens, al secolo palo santo, perché fiorisce solo per Natale.

 

 

L'isola di Floreana

 

 

Lezione di geologia, invece, su Fernandina. Il suo vulcano La Cumbre è il più irrequieto fra i sei ancora attivi dell’arcipelago e ogni tanto il suo cratere vomita fuoco e lava lungo i morbidi pendii. I rigagnoli che scendono da 1.500 metri si raffreddano nella corsa e disegnano cordoni, cerchi, appuntiti speroni. Gli abitanti delle isole chiamano questa lava «ah ah ah»: non perché faccia ridere, ma perché è meglio non camminarci scalzi. Sul nero delle rocce, verso il mare, si stende una moquette di muschio verde e luccicante: granchi rossi, gialli e arancioni vi si incrociano indaffarati. Un branco di damigelle, in una pozza d’acqua, fa un numero che coi turisti funziona sempre: la guida butta un sasso vicino alla loro tana e i pesciolini, per quanto la pietra possa essere grande, si precipitano risolute a spingerla lontano, a capocciate.

Ci si applica, si impara, ma arriva anche il momento della ricreazione. E chi non sa nuotare tiene il giubbotto salvagente, ma nessuno rinuncia a mettere la faccia sott’acqua: quando gli capiterà ancora di fare snorkeling con un pinguino accanto? Giocando con qualche cucciolo di leone marino? Fra sciami di pesciolini d’oro, sempre imperturbabili iguane e pesci martello? Fra quinte di coralli e vertigini blu?

Il faraglione di Pinnacle Rock, sull’isola di San Salvador, è il più fotogenico dell’arcipelago, la sua spiaggia meta obbligata per un lungo bagno. Ma risparmiate qualche energia: i trecento gradini che si arrampicano sul vulcano garantiscono un colpo d’occhio che vale il fiatone. Il panorama spazia su 360 gradi, le Galapagos sono al vostro cospetto, vi stancherete di contare isole e vulcani, vi dispiacerà scoprire spiagge bianchissime assolutamente off limits. Ma non chiedete spiegazioni: siamo alle Galapagos, mica in una qualsiasi Maldive.

Il tramonto sul mare è una cartolina che funziona sempre: quella palla di fuoco che va a spegnersi in un catino d’ardesia intenerisce il cuore. Aggiungetevi un improvviso ribollire d’argento, un friggere di lampi luminosi sull’acqua, e non lo dimenticherete più. Capita facilmente, da queste parti: sono enormi branchi di tonni che, tutti insieme, salgono in superficie per cibarsi di alici. Appaiono, scompaiono, i gommoni li inseguono e fanno a gara nel prevederne la rotta, nel farsi trovare più vicini.

«Evolution» attende paziente: ci sarà tutta la notte per viaggiare, per raggiungere le isole del giorno dopo. E per i turisti tutto il tempo di riposare. Perché ci si sveglia alle 6,30, ma si va a letto alle 9. Chi si è portato la giacca la lascerà in valigia: per sette giorni di crociera bastano sette magliette e qualche bermuda. Anche la serata di gala non richiede cravatta: è il fatidico passaggio dell’Equatore. Appuntamento sul ponte di comando, luci spente in cabina, tutti a guardare trepidanti lo schermo del satellitare. Eccola la linea, ci avviciniamo: meno tre, meno due, meno uno… Evviva! Brindisi, battimani, qualcuno fa gli auguri. Buon emisfero nuovo. Mancano solo i botti. Poi tutti a nanna, sono già le dieci. San Cristobal ci aspetta. E per l’aeroporto ci si alza un po’ prima del solito. Si torna a casa, si torna al presente.

Sul volo di ritorno un passeggero della business strapazza una hostess: la birra era calda. È un esemplare adulto, di sesso maschile. Il suo gargarozzo ballonzola gonfio. Lei indossa un sorriso immobile sulla divisa azzurra.

Caro Darwin, per scoprire le leggi del mondo, forse non dovevi andare così lontano.

 

 

Reportage realizzato in collaborazione con Equinoxe

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