Giamaica, fra reggae e alleluia

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

La Giamaica è verde, ma non fidatevi: la dipingono. A Montego Bay, quando non piove da tempo, esce una vecchia autobotte e spruzza di verde le aiuole rinsecchite, le siepi, i pratini. D’altronde qui l’erba è importante: è Bob Marley l’eroe nazionale. Il mare invece è senza coloranti: è tutto suo quel bluverdeazzurrobianco con un’acqua così limpida e placida che viene da nuotare piano per non scomporla.

 La Giamaica confina a nord con un paese felice: la Terra dei Resort, giorni smaglianti e sere a lume di candela. Profonda quanto basta per abitarvi un sogno, lunga quanto le sue spiagge più belle. Nella specchiata hall di Half Moon – il resort più prestigioso dell’isola – c’è Bush padre incorniciato nella galleria di chi c’è stato. E qui dev’essersi sentito a casa. Casa Bianca. Perché in questi firmamenti di stelle gran lusso vince il bianco. Non solo nella pelle dei clienti e nel lampo abbacinante delle spiagge, ma nelle pompose scenografie da Via col vento on the beach: colonne, timpani e verande, marmi e stucchi smaltati. Neri – ma in giacca bianca – solo i camerieri, pronti al sorriso, al drink, al «Sir». Fra mare, palme e green, una quiete che, anche quella, sembra un lungo ciak, una storia felice. Peccato che sia un film.

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La verità è oltre il cancello e le guardie. Oltre confine. Con i suoi colori – qui forse è proprio il bianco che langue - e i suoi dolori, i suoi rumori, umori, amori. Perché in Giamaica non ci sono antiche vestigia, musei, monumenti. Non c’è niente di particolare da vedere. C’è tutto: la vita della sua gente, la terra, il mare.

Il charter Milano-Montego della Livingston si mette in coda ai banchi dell’Immigrazione con rosee tardone del Michigan e dell’Ohio. Questa è la Svezia del maschio italiano anni Cinquanta: sesso libero, ottimo e abbondante. E i giamaicani si pubblicizzano senza subliminali: le statuette di legno che fanno bella mostra di loro - e del loro - in ogni bancarella sono così autoreferenziali che non passano come bagaglio a mano. Per la Security sono armi improprie. L'isola è l’ultima spiaggia, e le signore vogliono bruciarsi. Non solo ai raggi del Tropico.

 I giamaicani hanno facce da galera, ma non è colpa loro: c’è sangue pirata nelle vene e rabbia di antichi schiavi sotto la pelle. Le giamaicane hanno facce che ci stanno, ma quella è colpa nostra che non sappiamo leggere altro nelle loro labbra spugnose, negli sguardi selvatici, nelle curve esplosive. Montego ne è convulso palcoscenico. Con taxi strombettanti in processione, insegne variopinte e roboanti, McDonald e Pizza Hut: la città è un villaggio che si sente metropoli. Capitale del Nord, privilegiato approdo delle crociere dalla Florida e primo porto commerciale della Giamaica, più di ogni altro luogo svela l’anima segreta, più autentica dell’isola.

Montego Bay

La Giamaica confina a nord con la Terra dei Resort, e verso sera con l’Africa. Gli uffici chiudono, il sole si smorza e la vita scende in strada. Reggae, rap, halldance, i negozi squadernano sui marciapiedi casse da discoteca che incrociano i loro decibel con le autoradio a squarciagola di passaggio e lo strombettare dei taxi in fila indiana. È un’onda da cui farsi portare, una fiera di passi, di sguardi e di parole. Teli accampati ovunque vendono qualsiasi cosa e le grida degli ambulanti cercano di sopraffare Bob Marley: disteso sui gradini qualcuno ha nient’altro che la sua storia biascicata da vendere e tende senza convinzione la mano rinsecchita; nugoli di scolarette in uniforme da ragazzine ricche tornano verso le loro baracche di periferia; vecchie streghe s’illuminano in sorrisi sdentati per piazzare un mango o una papaia; pin up e machos hanno passi e sogni da disco music a stelle e strisce; rasta dai capelli di corda si accarezzano il pizzo caprino e inseguono più fumosi sogni in un mozzicone fra le labbra.

Nei resort è l’ora del dinner e delle orchestrine soffuse. In strada è l’ora dei jerk: un bidone da benzina tagliato per il lungo, riempito a metà di carbone e rami di pimento, pianta aromatica e condimento nazionale. Nel rudimentale barbecue si arrostiscono pesce, manzo, maiale. Quel che c’è. E da una specie di tubo di scappamento escono fumo e profumo che riempiono le strade e adescano i clienti. Per dessert, canna da zucchero scorticata al momento, da succhiare fino al midollo. La sete poi si toglie con un colpo di machete a una noce di cocco o con una Red Stripe a garganella, la biondissima birra del posto. Le lampadine penzolanti dei jerk saranno le ultime a spegnersi, nel cuore della notte: l’appetito ha le sue regole, la fame non ha orario.

Così sei giorni su sette, ma la domenica è il giorno del Signore. E delle signore, per un giorno. Montego, girone di dannati, si riempie di alleluia. Negozi chiusi, poche bancarelle, strade vuote, neppure i soliti taxi in circolazione.  Ci sono chiese grandi come teatri, altre piccole come un garage: protestanti, cattolici, evangelici, pentecostali, avventisti, animisti. Cristo in tutti i gusti, e ovunque braccia levate al cielo, una ola al Signore sui ritmi gospel di schiavi liberati. All'uscita da messa, colori pastello riempiono la città, e profili da Mary Poppins. Sciamano su traballanti scarpette di vernice, la Bibbia sotto il braccio, cappellini con la veletta, tailleur squadrati. Dame raggrinzite, all’angolo di una strada improvvisano un pulpito di anatemi e fiamme eterne, tra alleluia, battimani e tamburelli. Altre distribuiscono razioni di pollo e riso dal camioncino della parrocchia: sotto i portici di Market Street, nelle aiuole di Sam Scarpe Square, fra corpi distesi, passi stentati, mani tese e parole farfugliate - preghiere anche quelle, senza pretese d'arrivar lontano.  Qualcuna allunga una moneta. Altre allungano il passo verso casa, ché di monete c’è poco da frugare. Hanno al fianco ossuti cavalieri, rigidi nei loro abiti scuri e lisi. Solo i più giovani si concedono damascate sciccherie da piano bar. La città è due mondi. Ma il paradiso e l’inferno si sfiorano con rispetto: sanno che già domani saranno più vicini. Come Cenerentola, la favola di Mary Poppins finisce a mezzanotte.

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Una strada lunga centottanta chilometri percorre tutta la costa nord. Verso ovest si va verso il rinomato tramonto di Negril. Non sono male neppure le imitazioni, ma pare che come il sole si butta in mare in questo estremo occidentale non si butti da nessun’altra parte. E l’appuntamento è al Rick’s Cafè: rum, musica e sunset da intenerire il core. Di giorno, invece, è gara a chi si tuffa più dall’alto. In quest’isola di spiagge, qui è spuntata una rupe a picco sul blu. E se non bastano venti metri di roccia a conquistare la ragazza o la mancia dei turisti, c’è il supplemento di un albero a fare da vertiginoso trampolino per un volo a capofitto. Negril è la Rimini giamaicana. Alberghi, ristoranti, bagni, bar, souvenir. E sorrisi romagnoli, in questa terra avara di cordialità per lo straniero. Dieci chilometri di spiagge ininterrotte e lucenti, è la vacanza meno dispendiosa dell’isola: ci sono grandi alberghi – uno da duemila camere ha appena aperto – ma soprattutto pensioncine familiari e stanze in affitto. E un pasto si può risolvere con una specie di panzerotto piccante dalla pasta sottile ripieno di pesce, pollo o maiale che va alla grande. Si chiama patty. Mentre per chi vuol star leggero ci sono i banchetti rasta: fedeli alla loro filosofia propongono solo piatti vegetariani. E, magari, uno spinello al posto del caffè.

Negril

Da Montego in direzione ovest, verso Ocho Rios e Port Antonio, i nomi dei paesi finiscono con Bay: una spiaggia dopo l’altra, sulla sinistra, la voglia di fermarsi ogni volta, e baracche di pescatori color azzurro mare. A destra, canna da zucchero, palme e zenzero, banchetti di gamberi lessati e case a palafitta dritte sulle prime colline. Sulla spiaggia di Rio Bueno, il 4 maggio del 1494, sbarcò Cristoforo Colombo. Un monumento lo celebra e un vecchio rasta travestito da rasta gli fa compagnia schitarrando per i turisti qualche brano di Marley. Forse più consono monumento, la gigantesca raffineria di preziosa bauxite, cento metri più in là, affacciata sulla baia da cui partono le navi per il Vecchio Continente. Il Genovese non era venuto per affari?

Ocho Rios ha un mercatino pittoresco. I venditori sanno che i turisti sono più interessati alle loro facce che alle T-shirt con Bob Marley e si lasciano fotografare solo in cambio di qualche dollaro. Prima sparano cachet da top model, poi si accontentano di cento dollari giamaicani, che sembrano tanti ma sono un euro. Non c’è foto gratis in Giamaica: appena si imbraccia la reflex, anche davanti a una spiaggia sconfinata e deserta, qualcuno compare e intima: «Money!». Inutile spiegargli che non l’avevate neppure visto e che non vi interessa immortalarlo nel vostro album. Come non c’è mai un cielo sconfinato sullo sfondo di un’inquadratura: dovunque passano garbugli e ragnatele di fili elettrici. Lungo le strade grandi cartelloni spiegano che rubare l’elettricità è reato. Ma l’allacciamento fai da te è la regola.

Non c’è solo Via col vento, la Terra dei resort offre altri film: da Tarzan a Lo squalo, da Indiana Jones a Sandokan. Qui la scoperta della natura diventa gioco, avventura; le spiagge e la foresta sono un grande parco a temi, pieno di americani che non se ne vorrebbero più andare. Ocho Rios è base ideale per queste escursioni nei paesaggi della Giamaica e della fantasia. Si può volare sulla foresta di Cranbrook appesi a cavi d’acciaio: da una palma gigante a una maestosa ceiba a una sequoia, imbragati in moschettoni da ferrata e legati a una carrucola per guardare la giungla dall’alto in basso. Si chiama Canopy Tour. Oppure giù per il White River, sprofondati in un canottino grande come un salvagente, fra romantiche lagune e innocue rapide, sotto volte di felci e bambù. In mare, invece, si va a cavallo: a nuotare a sei zampe dove neppure gli zoccoli toccano più. O in giro su jeep tigrate da safari. O in mountain bike, in dune buggy, in canoa, persino su carriolini trainati dai cani. Per queste escursioni si parte nei pressi della spiaggia di Priory, dove ha il quartier generale la Chukka Caribbean Adventures, premiato divertimentificio dell’isola.

Dune Falls  (Ocho Rios)

Anche le Dunn’s River Falls sono diventate un gioco: per qualcuno sono le più belle cascate del mondo, ma qui ci si viene soprattutto per scalarle. Costume da bagno e mano nella mano, in cordata fra le rocce levigate e scivolose, si parte dalla sfavillante spiaggia dove il Dunn’s River si butta in mare e ci si inerpica controcorrente, nell’ombra della foresta tropicale, per un dislivello di circa duecento metri. Fra scivoloni e bagni, risate e ammaccature, ci si dimentica solo di guardare il paradiso intorno.

Più tranquilla la visita di Prospect Plantation, a cinque chilometri dalla città, in cima a una collina: su un jitney, una specie di vagone trainato da un trattore, attraverso piantagioni di banane, caffè, manioca, ananas, palme da cocco e caffè, fino all’antica villa padronale, sulla sommità che domina la baia. Più Disneyland, invece, Dolphin Cove, sempre in zona: quinte di cartone per un villaggio di pirati tutto boutique, ristoranti e ombrelloni. Sono veri i delfini, ma sono falsi i loro baci ai turisti: se non c’è lo zuccherino non se ne parla. E sono veri gli squali, che passeggiano in piscina accanto ai loro istruttori, ma hanno l’aria imbambolata di pescicagnolini già satolli e innocui.

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La strada continua la sua corsa – si fa per dire – verso Port Antonio, all’estremo orientale dell’isola. Si alternano tratti asfaltati e Camel Trophy. Ottanta chilometri in tutto, non meno di tre ore. La strada è in rifacimento, una ventina di grandi cantieri sono aperti, un esercito di ruspe e caterpillar è schierato. I lavori fervono, ma lentamente. Tutto in Giamaica è slow: fa caldo. Solo al volante i giamaicani si scatenano. Qui si guida a sinistra, ma non preoccupatevi se intendete noleggiare un macchina: vanno tutti al centro. Ai lati ci sono buche profonde e le sospensioni sono sacre, ogni incrociarsi di auto è una sfida all’ultima sterzata. Spesso va bene.

Con la strada che c’è, il turismo non ha ancora invaso Port Antonio, e alle banchine approdano più bananiere che alberghi galleggianti della Royal Caribbean. Ci si può mescolare alla gente senza essere assaliti dai venditori di souvenir, si può passeggiare anche di notte senza essere assaliti. I dintorni di Port Antonio sono la villeggiatura dei giamaicani bene: grandi ville nel verde della foresta tropicale, che aprono i battenti nel fine settimana, e alberghi di charme che fanno tanto colonia di Sua Maestà Britannica. Il cuore di Port Antonio è la piazza dell’orologio: su un lato si aprono le baracchette del Musgrave market, dove il parrucchiere e il sarto lavorano in strada, sull’altro alcuni edifici rossi e imponenti, come il Village of St. George, stile olandese, e il georgiano tribunale sormontato da una solenne cupola. Poco lontano, in Harbour Street, l’anglicana Christ Church: stile neoromanico, anche qui mattoni rossi, oche e galline sul sagrato. Port Antonio ha le sue memorie più sfavillanti su un isolotto che chiude la baia di West Harbour: Navy Island. Negli anni Cinquanta l’acquistò Errol Flynn e divenne un’appendice della leggendaria Hollywood d’allora: feste e festini, lusso e lussuria. Se ne favoleggia ancora, ma oggi ci vanno i vacanzieri della domenica con il latte di cocco nel thermos.

Port Antonio

Fantasma di vecchie glorie – nel suo biancore e nella sua grandiosità – anche il Trident Castle, tre chilometri verso est. Lo volle così, alla fine degli Anni Settanta, una baronessa dal nome impegnativo: Elisabeth Siglindy Stephan von Stephanie Tyssen. Tutto torri e balconcini, arroccato su un promontorio, parco a gradoni e scalinate che scendono in mare, è disabitato da tempo. Basta scostare il grande cancello in ferro per entrare, aggirarsi fra i vialetti affacciarsi dalle terrazze sul mare. Non c’è nessuno. Però, chissà perché, si cammina in punta di piedi. Anche il mare non fa rumore.

Un film è stato girato davvero da queste parti: Laguna blu. A dieci minuti dal castello, il ricordo di Brooke Shields e lunghe zattere di bambù aspettano i turisti. Sotto ci sono 52 metri, sopra tutti colori del blu, intorno la foresta che si piega sull’acqua.

Ma si può andare in Giamaica senza andare a Kingston? Sì. Sono centocinquanta chilometri dalla costa sud e la capitale non merita il viaggio. Ma il viaggio merita. Attraversa la parte più interna dell’isola e ne svela il volto più antico e autentico. Curve su curve e traffico giamaicano, ma un mondo di contadini e pescatori che non ruba neppure la luce perché non sa che farsene. La foresta tropicale è padrona incontrastata, la strada è spesso un’ombrosa galleria dal tetto di felci e bambù.

Verso Kingston s’incontra l’antica capitale della Giamaica: Spanish Town. Con i suoi 120 mila abitanti è la seconda città dell’isola e si coglie il suo trascorso splendore nelle tante case patrizie in stile georgiano, cariche di rughe e nobiltà. Ha una bella e deserta piazza spagnoleggiante del 1500, giardino con monumento al centro e solenni edifici in mattoni rossi sui quattro lati: un angolo d’Europa su un pezzo d’Africa alla deriva in America.

A Kingston mettete la sicura agli sportelli dell’auto e l’occhio sul navigatore: finire fra i ghetti della zona ovest o nel downtown dopo il calar del sole può essere un’esperienza fin troppo pittoresca. La zona degli alberghi – New Kingston – è invece tranquilla anche di notte ed è vicina al Parco dell’Emancipazione, una delle poche attrattive della capitale per il suo verde ordinato, le sue fontane luminose e il celebre monumento Redemption Song, della scultrice Laura Facey Cooper, costato oltre quattro milioni di dollari e giudicato da molti troppo hard. Raffigura un uomo e una donna di colore, nudi, uno di fronte all’altra. Sono due statue imponenti. Ogni dettaglio è piuttosto imponente.

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Devon House è il più elegante edificio della capitale, il miglior ristorante dell’isola e la più prelibata gelateria: tre buoni motivi per una visita. Risale al 1880, ha una facciata ocra e bianco in corso di restauro e si affaccia su un quieto giardino. Ospita il Norma’s on the terrace, cucina rigorosamente giamaicana e terrazza romantica. La gelateria si apre sul giardino: a portata di panchine per gustarsi le specialità al rum e allo zenzero.

A Kingston c’è il museo più importante e famoso dell’isola. In una sala un ritaglio di giornale italiano: «Per un bruno così si può anche delirare», scriveva Natalia Aspesi il 28 giugno del 1980. E si riferiva a Bob Marley in concerto a Milano. Il museo che lo celebra è puro feticismo: c’è tutto ciò che gli apparteneva e ha fatto parte della sua vita, i dischi di platino e le foto da bambino, i buchi sul muro di quando gli spararono e il letto su cui dormiva. Le visite sono guidate ed è vietato fumare. Sigarette.

 

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Viaggio organizzato da Jamaica Tourist Board Office

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