Giordania. Macheronte, il nido d’aquila di Erode

La collina di Macheronte sullo sfondo del Mar Morto

 

 

di Gianfranco Ravasi

 

 

«Erode decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di Giovanni soprannominato il Battista prima che la sua attività portasse a una sedizione, piuttosto che attendere una sollevazione e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene. A motivo dei sospetti diErode, Giovanni fu portato in catene a Macheronte (...), e qui fu messo a morte». Così lo storico giudaico filoromano Giuseppe Flavio (37/38 - dopo 103) nel libro XVIII delle sue Antichità Giudaiche menzionava per la prima volta il luogo in cui avvenne la decapitazione del Precursore di Gesù, la cui fine è narrata in modo vivido soprattutto dall’evangelista Marco (6,17-29), ripreso più sinteticamente da Matteo(14,3-12), mentre Luca (3,19-20) si accontenta di una semplice nota.

 

 

La collina di Macheronte con il sentiero che porta ai resti della fortezza

 

 

A condurci ora su quell’altura transgiordanica, ove sorgeva la cittadella erodiana fortificata nelle cui carceri Giovanni venne decollato, è uno stupendo volume, simile quasi a un album fotografico, intitolato semplicemente Machaerus. È il rapporto conclusivo di una lunga storia di investigazioni archeologiche iniziate nel 1807 con un tedesco, proseguite a tappe distanziate nei due secoli successivi, per approdare all’ultima campagna conclusa nel 2012, sotto la direzione dell’ungherese Győző Vörös, autore di questa documentazione finale. Essa, però, appare sotto l’egida dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, perché due famosi frati archeologi, padre Virgilio Corbo (1918-1991) e padre Michele Piccirillo (1944-2008) per trent’anni furono gli infaticabili esploratori di questo sito affascinante e misterioso.

 

 

La collina su cui sorge Macheronte. Sullo sfondo, il Mar Morto

 

 

Sì, perché questo «magical biblical site», come lo definisce l’autore del testo, è veramente un «royal eagle’s nest» e chi, come me, ha avuto la fortuna di salire su quel colle e di contemplare il panorama mozzafiato che da esso si dispiega, può veramente comprendere quanto sia realmente magico quel nido d’aquila eretto da Erode il Grande e destinato a custodire le ultime ore dell’ultimo dei profeti, Giovanni il Battezzatore, prima che la spada lo facesse tacere per sempre.

Il comando era venuto dal figlio di quel celebre sovrano (quello della strage degli innocenti, secondo il Vangelo di Matteo), cioè il tetrarca Erode Antipa, che Gesù sprezzantemente definirà «volpe» (ma il termine aramaico o ebraico, sotteso al greco dei Vangeli,potrebbe essere reso persino con «sciacallo»). Eppure, come dirà quello straordinario sacerdote e scrittore che fu don Primo Mazzolari (1890-1959), la testa del Battista parlerà ancora più forte quando sarà sul vassoio che Salomé consegnerà alla madre Erodiade, l’amante di Antipa e moglie di suo fratello Filippo, rispetto a quando quella testa era sul collo di Giovanni.

 

 

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Parlavamo di un panorama emozionante: attorno, infatti, si stende un paesaggio arido quasi lunare (e le foto di Google Map lo attestano), a occidente si allarga il bluscuro del Mar Morto e, se il cielo è limpido, in lontananza, ecco lo skyline di Gerusalemme con la cupola d’oro della Moscheadi Omar irradiata dal sole. L’apparato iconografico del volume, la documentazione progressiva delle campagne di scavo che scandiscono le tappe della prospezione archeologica e che introducono sulla scena i protagonisti dell’operazione di svelamento delle strutture e dei resti architettonici, l’intreccio tra la catalogazione rigorosa dei reperti con la loro ideale ricomposizione per il visitatore che vuole in quello spazio respirare l’aria drammatica del racconto evangelico, persino il rimando alla mitologia letteraria moderna che si intesserà attorno al martirio del Battista (si evocano l’Erodiade di Flaubert e la Salomé di Wilde): tutto ciò, e altro ancora, rende questo magnifico Report un testo da leggere come un racconto e da seguire come un film.

 

 

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Anche l’evento evangelico che si svolse entro quelle mura ha da sempre conquistato la creatività degli artisti di ogni epoca, a partire dall’impressionante miniatura del Codice purpureo Sinopense del VI secolo, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Essa ritrae con ingenuità incisiva lo sgomento dei discepoli del Battista di fronte al tronco decapitato del maestro nella cella, mentre una guardia corre reggendo il macabro vassoio per presentarlo a Salomé durante il banchetto orgiastico di Erode e di Erodiade. E come non ricordare quella danza di Salomé che offrirà spunti erotici nelle rappresentazioni teatrali e musicali della tragedia?

Lasciando a parte l’Erodiade (1881) di Massenet, basata sul citato racconto di Flaubert, che introduceva già questo legame, è col dramma musicale Salomé (1905) di Richard Strauss, sostenuto dal testo di Wilde, ad accendersi il vincolo erotico perverso che attrae la bellissima figliastra del tetrarca, dominata dal fascino della voce e della persona di Jokannan, immerso nella fossa sotterranea della sua prigione. La celebre forsennata danza dei sette veli si trasforma nella gelida via per ottenere vendetta nei confronti del rifiuto netto e veemente del profeta.

 

 

Macheronte, come si pensa che fosse

 

 

Tra gli archeologi che si sono avvicendati a Macheronte abbiamo menzionato il francescano casertano Michele Piccirillo, un eccezionale figura di frate, di studioso, di innamorato della Terrasanta, divenuto persino protagonista della trilogia di romanzi gialli ambientati in quell’area da Franco Scaglia e pubblicati da Piemme. Alcuni forse lo ricordano mentre indica con la mano a Giovanni Paolo II, anziano e sofferente come il biblico Mosè, la terra promessa a Israele dalla cima del monte Nebo, la vetta che l’archeologo aveva scavato riportando alla luce, come altrove, splendidi pavimenti musivi ed edifici sacri. Ora egli riposa proprio su quella vetta dopo la morte avvenuta a Livorno il 26 ottobre 2008.

Per ricordarne la grandiosa attività scientifica un manipolo di studiosi soprattutto israeliani gli hanno dedicato una miscellanea molto suggestiva, posta sotto il titolo simbolico Christ is here! Questo motto non è solo l’ideale definizione della Terrasanta cristiana, ma è anche il testo di un’iscrizione greca – Iesous hôde – scoperta sulla parete di una cisterna di Khirbet Beit Loya nei pressi della biblica Lachish, nella pianura della Shephelah che costeggia il Mediterraneo. (Il Sole 24 Ore Domenica, 13 aprile 2014)

Győző Vörös, Machaerus I. History, Archaeology and Architecture of the Fortified Herodian Royal Palace and City Overlooking the Dead Sea in Transjordan, Edizioni Terra Santa, Milano (www.edizioniterrasanta.it), 400 p. senza indicazione prezzo

Christ is Here! Studies in Biblical and Christian Archaeology in Memory of Michele Piccirillo ofm, a cura di L. Daniel Chrupcala, Edizioni Terra Santa, Milano, 398 p, 120 euro

 

 

Padre Michele Piccirillo

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