Grecia, c’è un po’ di tutto a Idomeni

Benvenuti?

 

 

Nel campo di Idomeni, in Grecia, è facile incrociare personaggi che non vengono né dall’Iraq né dalla Siria. Portano tutti uno zaino. Quello del fotografo dell’Associare Press, in Gore-tex® e stipato di costosi obiettivi; quello del volontario militante decorato di frange e personalizzato con grossi rinforzi di tessuti indiani e di portachiavi; quello di Medici senza frontiere, stiva di farmaci e bloc-notes. Questi zaini contengono tutto quel che occorre per passare la giornata nel campo senza mancare di niente. Poi, al calare della sera, i loro proprietari raggiungono i taxi e le auto a noleggio che li riportano ai loro alberghi, a Polycastro, Evzoni o Chalkidona, le città greche più vicine al campo.

 

 

Il gesto conta di più di quel che c'è nel bicchiere

 

 

Gli abitanti di questi villaggi alla fine del mondo hanno compassione per la sorte dei migranti, ma riconoscono che l’arrivo degli giornalisti, degli operatori delle organizzazioni umanitarie e dei volontari dà una mano all’economia locale. Quando tante persone arrivano in città, inevitabile trarne profitto. Caffè, bar e taverne pubblicizzano i collegamenti wi-fi e il gestore del Park Hotel ammette volentieri che tutto questo Barnum è «un bene per il business». Il terreno abbandonato dietro il suo albergo si è trasformato in un camping, e dei volontari con pantaloni alla turca scherzano attorno a un fuoco da campo.

 

 

Assistenza sanitaria

 

 

Nella hall, i muri sono ricoperti di fogli con i programmi settimanali delle attività dei volontari. A qualsiasi ora della giornata, i divani sono occupati da persone provenienti da tutto il mondo impegnati a scrutare senza tregua i loro smartphone. Nessuno di loro ha i mezzi per alloggiare lì, ma i caffè neri che consumano e la benzina che bruciano ogni giorno per andare e venire dal campo rappresentano una boccata d’ossigenare i commerci locali.

 

 

I bambini sono i bersagli preferiti da fotografi e umanitari

 

 

Profittatori e umanitari
Atri hanno trovato sistemi meno innocenti per trasformare in denaro sonante la presenza dei rifugiati. In una stazione di servizio, sorta di campo secondario dove sono ammassati più di 700 migranti, un volontario si lamenta per il comportamento del proprietario dei luoghi, un avido profittatore «che insulterebbe i rifugiati e organizzerebbe una rete di prostituzione di giovani donne siriane». I numerosi venditori ambulanti di sigarette sono visibilmente riforniti da mezzi illegali e, da chiacchiere che circolano nel campo, alcune famiglie sarebbero state uccise da contrabbandieri serbi. Queste attività clandestine e quasi mafiose sono tuttavia rare.

 

 

Sperimentare cibo vegano sui profughi non contravviene a qualche convenzione internazionale? Per esempio, quella del buon gusto e del buon senso

 

 

La maggioranza delle persone sono lì per dare una mano. Medici senza frontiere, Médecins du monde o l’ong spagnola dei pompieri «Bomboneros en accion» sono sul campo in permanenza. L’esposizione mediatica e la portata simbolica del campo richiedono una vera organizzazione. Il clima non è più da emergenza, il campo è provvisto di materiale, tende e medicine, e le distribuzioni di cibo, le cure e l’assistenza sono dispensate in maniera professionale.

Le ong più modeste concentrano i loro sforzi su zone precise del campo. Meno professionali, meno equipaggiate e spesso più militanti, svolgono una gran parte del lavoro sul campo mentre le «grandi» si fanno carico dell’organizzazione generale.

 

 

L'assedio dei media

 

 

Fotografi preoccupati
Un’altra figura familiare nel labirinto delle tende è quella del fotografo. Affiliato alle grandi agenzie o freelance, vaga per i «corridoi» del campo con la macchina sempre pronta. Per lui, Idomeni è allo stesso tempo paradiso e rompicapo. Paradiso perché il filo spinato, i binari e i volti dei bambini gli offrono una materia fotografica sterminata. Rompicapo, perché l’attenzione mediatica colossale sul soggetto migranti lo obbliga a non cascare nella trappola del patetico con il rischio di vedere i suoi scatti affogare nell’oceano delle immagini.

Per non saturare ulteriormente i media di volti di migranti, i giornalisti presenti a Idomeni hanno d’altronde progetti precisi a medio termine. Quelli arrivati per le notizie dure e crude, da servire all’istante, sono stati serviti quando la polizia macedone ha sparato lacrimogeni sui profughi e se ne sono andati da tempo.

 

 

Microfoni sempre aperti, ma non sempre c'è qualcosa da dire

 

 

Generosi e improvvisati
In mezzo a questa folla, ci si imbatte negli inclassificabili, come l’insegnante svizzero in pensione. Berretto avvitato sulla testa, bretelle all’antica e baffoni bianchi, distribuisce ai bambini qualche noce o zoccoli di plastica. Non ha mai fatto l’umanitario, ma la situazione di Idomeni l’ha convinto a lasciare le sue comodità per dare una mano.

 

 

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Più in là Marko, un ceco che indossa pantaloni con le frange e una camicia strappata, gioca con un bambino che urla dal ridere. Porta al collo l’Unico Anello di Tolkien e spiega in un inglese zoppicante che è qui da parecchio tempo che sorveglia i marmocchi di giorno, quando non è troppo stanco. La sera rientra in albergo, per qualche festa a base di hashish o Ecstasy.

 

 

Anche la musica ristora

 

 

I professionisti lanciano sguardi di disprezzo verso questi stravaganti la cui utilità lascia a desiderare. Ma per i rifugiati, le prospettive del futuro sono così fosche che avere la sensazione di non essere abbandonati è importanti quasi quanto ricevere da magiare. D’altra parte, l’anziano signore svizzero e il festaiolo ceco sono accolti con grandi sorrisi in tutte le tende, anche se per distribuire noci e piegare ochette di carta.

Filosofo, Marko sorride mentre osserva due bambini che giocano con una tanica di plastica. «È chiaro che io non servo a granché qui, Ma quel poco lo faccio gratuitamente. È comunque qualcosa rispetto ai 500 milioni di europei che non fanno nulla per queste persone che bussano alla loro porta». (Emmanuel Brousse, Pluris, 8 maggio 2016)

 

Ah, ecco. Il benvenuto è per chi fa benzina

 

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