Grecia, i monaci senza tempo del Monte Athos

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Le foto di Stratos Kalafatis inserite in questo articolo sono tratte dalla mostra «Athos, i colori della fede», aperta fino al 22 maggio 2016 a Roma nella sala espositiva dell’Accademia di Romania (piazza José de San Martin, 1).

Sei monaci sollevano la pesante icona fra un tuonare di acclamazioni, canti e scampanii. Esce solo una volta l'anno avviluppata in una nebbia d'incenso, per fare il giro del monastero mentre i fedeli recitano litanie e cantano inni nell'antico greco di Bisanzio. La folla dei pellegrini si prostra: è l'icona più sacra del Monte Athos e sono centinaia a venire dai quattro angoli della cristianità ortodosso per l'immancabile appuntamento. Molti s'inginocchiano e continuano a farsi il segno della croce, alcuni sembrano sul punto di piangere. I più esaltati sono a piedi nudi e indossano tonache da penitenti in tela di sacco. Ci sono intere famiglie, meno le donne e i bambini cui è vietato l'accesso. L'ampia corte medievale del monastero d'Iveron è ricoperta di tappetini. I visitatori sono così tanti che hanno dovuto accontentarsi all'addiaccio in compagnia delle stelle. È agosto.

Capelli lunghi e barbe folte, i monaci ortodossi si distinguono per il loro cappelli di velluto e le lunghe tonache scure. Per la solenne circostanza, si sono infilati la casula più bella, ricamata d'oro e procedono samodiando mentre i pellegrini s'inchinano per baciare loro le mani. Ci sono molti greci, ma anche bulgari, rumeni, qualche serbo e parecchi russo, tra cui un gruppo dalle facce patibolari, vestiti con uniformi nere da miliziani. «L'icona non è solamente un oggetto o un'opera d'arte, è la presenza reale della vergine Maria», assicura Stavros, un uomo d'affari ateniese che ogni anno, alla fine d'agosto, pianta la sua famiglia, il suo lavoro e le sue vacanze per venire qui a pregare. «Lei mi protegge e mi porta fortuna. E per i tempi che corrono, questo conta», precisa.

Immagine protettrice della Vergine Maria, all'icona della Portaitissa sono in effetti attribuiti poteri miracolosi da un gran numero di credenti. Secondo la leggenda, sarebbe sorta dal mare, nel Medio Evo, avvolta in una colonna di fiamme, fino a che un monaco non andò a prenderla camminando sulle acque. Reliquie miracolose, icone che piangono lacrime di sangue o si spostano da sole, monaci così devoti da levitare e avere il dono della preveggenza. Il Monte Athos rigurgita di storie di questo genere. In effetti qui tutto sembra cedere al mistico, al magico o all'assurdo su questa penisola rocciosa nel nord della Grecia, rimasta tenacemente separata dal mondo moderno.

 

 

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Sulle pendici di una montagna arida che scaturisce dal mare Egeo, il venti monasteri fortificati della minuscola repubblica perpetuano le loro regole e sembrano vivere al di fuori del tempo. In effetti il Monte Athos sopravvive come un mondo parallelo in cui i rituali del cristianesimo bizantino si trasmettono da oltre mille anni, lontano dalle vicissitudini della storia. Situata a nord-est della provincia della Macedonia, l'Hàgion Oros, la santa montagna degli ortodossi, culmina a 2.033 metri di altitudine. Una frontiera di filo spinato separa la penisola dal resto della Grecia. L'ingresso alle donne è proibito e nessuno vi è nato da oltre mille anni.

Si può arrivare solo dal mare. All'imbarco sui piccoli traghetti che fanno la spola con la Grecia, il controllo dei documenti è molto meticoloso. Nella penisola non ci sono strade asfaltate. Solo qualche fuoristrada e dei minibus ammaccati percorrono le piste che solcano la spessa macchia mediterranea. I pellegrini vanno a piedi da un monastero all'altro o tentano l'autostop con i rari veicoli di passaggio. Lungo il cammino possono incrociare monaci solitari che popolano gli eremi o, magari, un girovago, sorta di asceta itinerante che vive di elemosina e raccogliendo bacche selvatiche. Anche nei grandi monasteri, la vita resta molto austera. Non ci si trovano quasi mai telefoni o Internet, né altro che possa turbare il silenzio. L'elettricità è prodotta solo da generatori. Se l'interno delle chiese e delle cappelle brulica d'oro e di pitture, il resto dei vecchi edifici costruiti su nidi d'aquila come fortezze sembrano far poco caso al superfluo.

I monaci, osservanti della regola cenobita, seguono un ritmo di vita molto rigoroso, passando quasi la metà delle loro giornate e delle loro notti in preghiera. Quelli dell'ordine idioritmico attendono alle loro occupazioni in silenzio. Il tempo, qui, non si misura come altrove. Federazione monastica fondata su una Costituzione che risale al 972, il Monte Athos è certamente la più vecchia repubblica del mondo. Attualmente ospita un po' più di duemila monaci e funziona più meno come una nazione sovrana, secondo la carta negoziata con gli imperatori di Bisanzio e perpetuata dallo Stato greco. La bandiera gialla con l'aquila bicipite della chiesa ortodossa sventola sulla capitale, Karyes, un minuscolo villaggio con due viuzze pavimentate, un ufficio postale, una taverna e una ferramenta dove non è raro vedere vecchi monaci intenti a negoziare strenuamente. Né scuole né alberghi, ma due o tre botteghe di souvenir dove i pellegrini comprano immagini religiose da far benedire ai pope. C'è anche chi visita la piccola prigione e fotografa i poliziotti locali, in uniforme e berretto frigio, che sorvegliano la sede del governo.

 

 

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Bisogna fare con discrezione, perché le macchine fotografiche sono appena tollerate sul territorio, e i video del tutto vietati. Per entrare, è obbligatorio ottenere un visto speciale, il «diamonitirion». Si può restare non più di quattro giorni, e i posti sono rari poiché vengono ammessi solo dieci non-ortodossi alla volta. I bambini, gli uomini imberbi e gli eunuchi ufficialmente sarebbero proscritti, ma queste regole non sono in realtà fatte osservare. La legge dell'«Abaton» resta, in compenso, strettamente in vigore. Proibisce alle donne, e anche a «ogni femmina di specie vertebrate», di mettere piede nella penisola.

Grande 3606 chilometri quadrati, il «Giardino della Vergine», altro nome del Monte Athos, non conosce dunque né vacche, né capre, né giumente: solo le gatte e le galline fanno eccezione. Nel corso dei secoli, poco più di una decina di donne sono riuscite malgrado tutto a entrare per dei brevi soggiorni clandestini. Tra di loro, la scrittrice francese Maryse Choisy negli anni Trenta, le navigatrici Marthe Oulié e Hermine de Saussure e, si dice, la cantante Maria Callas durante una crociera sullo yacht di Onassis. Nonostante diverse manifestazioni femministe, in questi ultimi anni, e ricorsi alla Commissione europea a Bruxelles, la legge è ben lungi dall'essere ammorbidita. «È una buona regola, perché la montagna è consacrata alla Vergine Maria», spiega fratello André. «Dunque è lei ad avere l'esclusiva: è la sola donna benvenuta sull'Athos».

Bretone cresciuto nella periferia parigina, fratello André ha cercato parecchio prima di trovare la sua strada. Nato in una famiglia atea, l'ex apprendista fornaio ha frequentato l'islam, «come quasi tutti a Grigny», dice, poi si è interessato al protestantesimo prima di diventare un monaco ortodosso, sette anni fa, in un monastero vicino a Parigi. Indossato l'abito nero, si è lasciato crescere la barba e ha fatto voto di obbedienza, povertà e castità. Non autorizzare le donne sull'Athos, è naturalmente un modo di evitare le tentazioni, dice il giovane monaco che ha trent'anni. «Non siamo bestie. Non intendo solo la semplice tentazione della carne. Quanto la tentazione di una vita piacevole, in coppia, per mettere su una famiglia, per avere dei bambini». Fratello André non rimpiange di aver rinunciato a tutto ciò per abbracciare la vita monastica. «È come la vigna, bisogna saper sacrificare alcuni tralci perché i più promettenti possano dare tutti i loro frutti», commenta sibillino.

Il volto scavato e gli occhi ardenti, André dice che prega quasi tutte le notti, animato dalla febbre mistica. Alloggia in una grande skite, sorta di succursale del monastero, ai margini della capitale. Il suo convento accoglie la maggior parte dei visitatori sulla montagna, ossia circa 150 «cosmici», o uomini del mondo esterno. Fratello André si occupa del bucato, ogni giorno lava parecchie decine di lenzuola per i letti in ferro allineati nei vasti e scalcinati dormitori.

 

 

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L'alloggio dei visitatori è sudicio e chiassoso, ognuno vi ammassa sacco a pelo e zaino. In mancanza di docce, un centinaio di ospiti al giorno si divide i due unici lavabo, e i pellegrini più devoti si risvegliano a ogni ora della notte per diversi uffici religiosi. Ma l'ospitalità è gratuita, poiché nessuno deve pagare per vitto e alloggio sull'Athos. Tutti sono invitati a condividere i pasti dei monaci nei grandi refettori dai muri dipinti con splendidi affreschi di santi dorati.

Seduti a stretto contatto di gomito alle lunghe tavole, sbrigano la faccenda in fretta e in silenzio. Non si mangia che due volte al giorno, al levare e al calar del sole. In menu non c'è niente di più di una gamella di stagno riempita di zuppa chiara con un po' di pane e qualche oliva, che bisogna mandar giù in meno di dieci minuti mentre su una cattedra, in fondo alla sala, uno dei confratelli legge «recto tono» un testo sacro. Non è gran cosa, ma in questi tempi di crisi economica, sono parecchi i greci rovinati che scelgono i monasteri dell'Athos anziché la strada. «Come la luce attira le mosche, sempre più si vedono dei laici che vengono a vivere qui senza partecipare alle preghiere», s'indigna fratello André. Poiché una regola tacita vuole che i visitatori che mangiano alla tavola dei monaci condividano allo stesso modo i loro uffici. Che cominciano alle 4 del mattino, al suono del simandron.

Grande asse di legno scolpita, lo strumento fu inventato all'epoca dell'occupazione turca che proibiva le campane. Risuona come un tamburo, che un monaco percuote a scatti percorrendo i corridoi per risvegliare i fedeli. Laudi, mattutini, compiete, messe, vespri, inno akathistos e altri uffici scandiscono la giornata, ritmati dalle liturgie in greco ecclesiastico, dai cori polifonici dei canti bizantini e da lunghe processioni con abbondante dispendio d'incenso. Queste preghiere ricorrenti rimpiazzano ogni altra forma di orario sull'Athos, dove ogni monastero ha la sua maniera di misurare il passare del tempo. Certi sono regolati sull'ora bizantina, altri sull'orario caldeo, indicizzato su quello del sole e perciò modificato ogni settimana.

 

 

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Alcuni conventi contano le ore a partire dall'aurora, per altri la mezzanotte cade al crepuscolo. La domenica e nei giorni di festa, non si comincia l'ufficio che alle 6 del mattino. Si conclude in sole tre ore, dopo di che monaci e pellegrini hanno diritto al pasto delle grandi occasioni: una sorta di risotto ai calamari, del tarama e pure un bicchiere di vino aspro prodotto dalle vigne sui fianchi della «montagna santa». In seguito, i fedeli sfilano nelle cappelle, rischiarate dai ceri e ricoperte di innumerevoli affreschi, per baciare le casse dove ogni monastero conserva la sua collezione di reliquie.

C'è chi è orgoglioso di custodire un pezzo d'osso del cranio di un discepolo di Cristo, un altro è fiero di esporre un piede femminile ricoperto di pelle incartapecorita. Sarebbe appartenuto a sant'Anna, la nonna di Gesù. Ostinatamente conservatore, l'Athos non si augura niente di più che restare al riparo dai tormenti del mondo contemporaneo perpetuando il suo universo di preghiere e rituali. Tuttavia, da qualche anno, le preoccupazioni dell'attualità bussano con insistenza alla porte dei monasteri. L'abate di uno di essi è stato addirittura in prigione, accusato di malversazione. Padre Ephraim si dedicava a un traffico di terreni edificabili con l’amministrazione di Atene. Scandalo che nel 2008 ha provocato la caduta del governo greco. E nel quale molti hanno individuato uno dei fattori scatenanti della crisi economica che devasta il Paese.

La superiorità morale di questi monaci al di sopra di ogni sospetto si è ritrovata comunque macchiata, trascinata nel fango di un volgare scandalo «cosmico». E mentre padre Ephraim vive oggi agli arresti domiciliari nel suo monastero di Vatopedi, lo Stato greco allo stremo ha deciso di imporre una tassa ai monaci del Monte Athos. Una rivoluzione che inquieta non poco la «santa comunità», sorta di Parlamento della repubblica. Convocata abitualmente una o due volte l’anno, ha dovuto riunirsi non meno di sette volteggiano passato per far fronte alla crisi. «Non è che un problema passeggero», smorza padre Teofano. «Finiremo per trovare una soluzione. Segretrio della Santa Epistasia, vale a dire il governo athonita, padre Teofano parla con una voce straordinariamente dolce, in un francese castigato che ha imparato quando studiava teologia a Strasburgo.

 

 

«Athos, i colori della fede» a Roma

 

 

Piuttosto giovane, la barba nera molto folta. Teofano si vuole intellettuale, nient’altro. È quasi con dispiacere e un po’ per dovere che si sforza di occuparsi di affari politici. All’insorgere del più piccolo dei problemi, preferisce invocare lo Spirito Santo, e definisce il suo lavoro come una missione tesa a preservare i monaci dalle preoccupazioni materiali, affinché possano concentrarsi sul sacro. «Sono più di mille anni che l’Athos mantiene la propria vita spirituale», spiega Teofano. «Io penso che la preghiera sia quanto di più importante noi possiamo dare al mondo. Noi non cerchiamo di imporre alle persone delle risposte preconfezionate. ma, con le nostre azioni, ci auguriamo di indicare la fonte della luce».

Nel 1054, all’epoca del grande scisma d’Oriente, la Chiesa di Roma si separa dagli altri patriarcati guidati da Costantinopoli. La prima si autodefinisce cattolica, vale a dire «universale» (in greco), mentre gli altri si chiamano Chiesa ortodossa, ossia «giusta dottrina». Da un punto di vista teologico, lo scisma è nato da una divergenza su una questione alquanto sottile: sapere se, nella trinità cristiana, lo Spirito Santo proceda da Dio Padre, da Cristo suo Figlio, o da entrambi nel medesimo tempo. In pratica, a determinare la separazione fu soprattutto la rivalità tra il papa di Roma e l’imperatore di Bisanzio. Religione maggioritaria in Grecia, quasi ovunque nei Balcani, In Ucraina e in Russia, l’ortodossia è considerata come la confessione più vicina al cristianesimo delle origini. La sua spiritualità e la sua mistica intense poggiano su rituali molto antichi, che lasciano un grande spazio alla musica e alle opere d’arte, talvolta investite di poteri sacri. Con circa 250 milioni di fedeli, l’ortodossia è la terza confessione cristiana nel mondo, dopo il cattolicesimo e il protestantesimo. (Fonte: Alfred de Montesquiou, Paris Match, 11 novembre 2013)

 
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