Grecia: Lesbo, un’isola da Premio Nobel

 

Lesbo

 

«I turchi non manifestano sentimenti. Sono dei duri», si lascia scappare Giorgos Mavripidis, seduto in un caffè del porto di Skala Sikaminias. La Turchia si trova proprio lì di fronte, lungo le montagne blu che chiudono l'orizzonte del mare. Tra i due Paesi le relazioni non sono mai state facili. Ma più che dagli attriti secolari Giorgos è ossessionato dai volti delle migliaia di naufraghi che questo pescatore, come tutti i suoi colleghi, ha dovuto soccorrere in questi ultimi mesi. Con i suoi piccoli caicchi, che si dondolano mossi dal vento, e le sue taverne pittoresche, Skala Sikaminias è un porto in miniatura, degno di un set cinematografico.

Alla fine del molo, su un pinnacolo di roccia, s'innalza una piccola chiesa rivolta verso il mare: Nostra Signora delle Sirene. E mai nome fu più appropriato. Da un anno l'isola di Lesbo, situata all'estremità orientale della Grecia, e dunque dell'Europa, ha accolto più di 500 mila rifugiati, talvolta al ritmo di cinquemila al giorno. Sono sempre di più quelli che approdano qui, a Skala Sikaminias, attirati dalle sirene della pace e della prosperità di un'Europa che ormai li respinge

 

 

Lesbo, barche per escursioni lungo la costa, da Molyvos a Skala Sikaminias.

 

 

Per i turchi è un business con truffa
Questo giovedì, l'isola accoglie il ministro francese dell'Interno, Bernard Cazeneuve (il suo omologo tedesco, Thomas de Maizière, lo raggiungerà ad Atene) in questo contesto di ripiegamento che vede la Grecia minacciata di essere esclusa due anni dallo spazio Schengen per non aver saputo impedire questo afflusso massiccio di rifugiati, il più importante dalla fine della Seconda guerra mondiale. Poi i due ministri si recheranno in Turchia dove, malgrado l'accordo concluso con l'Unione europea lo scorso dicembre, il flusso dei migranti non si è affievolito. «È chiaro. In Turchia è un business: un barcone sovraccarico di migranti rende 80 mila euro. Gli vendono anche giubbotti di salvataggio fasulli. E come credere che la polizia non veda tutti questi rifugiati sulla spiaggia, così come le imbarcazioni che partono? Noi stessi, a volte, li vediamo con il binocolo» rincara Giorgos, che non può dimenticare le grida dei bambini impauriti, persi in mezzo alle onde.

«È qualcosa che continua a perseguitarti anche dentro casa tua», confessa, convinto comunque che nessuna misura coercitiva riuscirà a frenare i migranti. «Una volta mi è capitato di recuperare al largo una famiglia con tre bambini disabili. In quel momento, mi sono reso realmente conto della forza di volontà di questa gente. Bisogna averne di rabbia e di disperazione per partire per un viaggio così lungo con dei bambini su sedie a rotelle. Niente li fermerà. Né i muri né le pattuglie. Quel che si dovrebbe fare è istituire dei punti di passaggio legali dalla Turchia. E smetterla con questa ipocrisia pagata in vite umane», conclude questo pescatore sui sessant'anni, celebre personaggio locale il cui nome figura a lettere giganti su una targa fissata sotto il faro del vicino capo. È stata installata su richiesta di una famiglia afghana che Giorgos ha salvato dal naufragio nel 2009.

 

 

Lesbo, 19 gennaio 2016. Una giovane afghana subito dopo il suo arrivo sull'isola greca. Foto di Giorgos Mutafis)

 

 

All'epoca, solo qualche barcone approdava sulle spiagge di Lesbo. «Ma stavolta è come se tutte le tragedie lontane fossero precipitate nel nostro cortile», constata Aphrodite Vati Mariola. Questa bruna elegante di 42 anni gestisce un hotel di lusso, con piscina e spiaggia privata situato tra Skala Sikaminias e il porto di Molyvos. Non dimenticherà mai «la prima volta», il giorno in cui tutto si è ribaltato. «Era il 28 aprile. Ci apprestavamo ad accogliere i nostri primi clienti della stagione in arrivo con il bus di mezzogiorno, quando al largo è apparsa la prima barca. Quindici persone, tutti siriani, su un'imbarcazione che stava per affondare. Naturalmente, avremmo visto ben di peggio in seguito: fino a trenta barche alla volta. Ma quel giorno non ce l'aspettavamo», racconta.

Immediatamente tutta la famiglia e il personale accorre in soccorso dei naufraghi. Come lo faranno ogni volta. Ci sono dei bambini, dei vecchi, «delle persone traumatizzate e impaurite», ricorda Aphrodite, che corre in casa a cercare vestiti asciutti per questi ospiti inattesi. «Quando ho visto i piccoli indossare i vestiti dei miei bambini, è stata come una vertigine: anch'io avrei potuto trovarmi in quella situazione. Non avrei forse scelto anch'io di correre ogni rischio per scappare dalla guerra?», sospira Aphrodite nella grande hall della reception del suo hotel, chiuso fino a primavera.

 

 

Lesbo, un migrante ringrazia il cielo per essere sopravvissuto alla traversata dalla Turchia

 

 

Si aggirano personaggi mai visti prima
La prossima stagione non si preannuncia bene. «Chi vorrebbe venire in vacanza in un'isola assediata dai migranti. Le prenotazioni sono in caduta libera. E a Lesbo, soprattutto qui nel nord dell'isola, viviamo tutti di turismo», si preoccupa Aphrodite. Dell'estate scorsa conserva questo ricordo: «Correvo sulla spiaggia a soccorrere i naufraghi in panico totale, poi tornavo alla piscina, sorridente, a servire gli spiedini».

I turisti sono scomparsi con la fine dell'estate greca. E subito sono stati rimpiazzati da un'altra clientela. Quest'inverno, Lesbo offre un'immagine singolare. Una strana fauna, che assomiglia un po' agli indimenticabili nomadi con lo zaino, stesso abbigliamento hippy alternativo, si ammucchia nei bar o se ne sta in agguato sulle spiagge, munita di grossi binocoli puntati verso l'orizzonte. La tragedia dei migranti ha suscitato un vasto movimento di solidarietà planetario. Dal semplice «volontario» anonimo alle ong più svariate.

 

 

Lesbo, 20 gennaio 2016. Sbarco di migranti. Foto di Giorgos Mutafis per «Libération»

 

 

Senza dimenticare i «people», come le attrici Susan Sarandon e Vanessa Redgrave o l'artista cinese Ai Weiwei. Tutti accorsi a sostenere i dannati della Terra, che hanno subito messo radici nella cartolina di un paradiso turistico. Risultato? Un gioioso caos. Come dimostra una breve visita all'«hot spot» di Moria, tuttora l'unico punto di registrazione formale dei migranti sulle isole, ciò che i partner europei rimproverano alla Grecia. Sul posto, il numero degli «hot spot» sembra meno problematico della qualità del servizio. In una cacofonia assordante, si incrociano delle biondine in età adolescenziale, gongolanti perché «fanno del bene», mentre si tirano dietro carrelli sui pendii fangosi che fiancheggiano le tende e i container, perennemente insufficienti per alloggiare i nuovo arrivati.

Questi ultimi, appena salvati e spesso ancora inebetiti, seguono senza comprendere ogni movimento della folla, dalla coda per i ticket di registrazione fino alle distribuzioni di cibo, e si lasciano docilmente tormentare dai venditori ambulanti che propongono materassi, tende, carte telefoniche, oppure offrono euro al valore di cambio (truffaldini, ndr) del franco svizzero.

 

 

Mytilini, capoluogo dell'isola di Lesbo. Foto di Wolfgang Binder

 

 

«Certuni appena arrivati domandano dov'è la stazione della metro più vicina. Sono persone disorientate, risucchiate da un movimento permanente. Il loro scopo è quello di partire al più presto verso il resto dell'Europa», constata Daniel Huescar, capo della missione di Médecins sans frontières a Lesbo. A Moria, Msf ha creato un piccolo ospedale e, nel nord dell'isola, partecipa con Greenpeace a missioni in mare che, solo a gennaio, hanno permesso di salvare più di seimila persone. «L'ottanta per cento di loro fuggiva veramente da zone di guerra», ci tiene a precisare Lina, una giovane infermiera belga ingaggiata da Msf e cosciente dell'immagine sempre più deformata dei migranti in Europa. «Quando ho raccontato su un blog quel che vivevo qui, mi hanno trattata da “ingenua”», spiega. «L'opinione europea ha una visione distorta della tragedia che qui si sta svolgendo».

Gli attentati del 13 novembre a Parigi, come le aggressioni di Colonia, hanno severamente indebolito la generosità iniziale verso i migranti. Ma la chiusura delle frontiere non fa che spostare il problema. Gli hot spot sono il cuore del malinteso: avrebbero dovuto registrare, ma soprattutto selezionare i migranti. «Dal 18 novembre, i Paesi vicini alla Grecia hanno preso come pretesto gli attentati di Parigi per imporre nuove regole: solo siriani, iracheni e afghani (Sia) sono autorizzati a varcare le frontiere nel nord della Grecia. Come in un gioco del domino, il filtro si applica ora anche a Lesbo: i profughi Sia ottengono un documento che li autorizza a restare sei mesi e a spostarsi liberamente in Grecia, contro i trenta giorni e i molteplici divieti per tutti gli altri. Risultato, si emargina una categoria di migranti che sprofonda nell'illegalità», si infuria un operatore umanitario che vuol restare anonimo.

 

 

L'artista cinese Ai Weiwei posa come il piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia di Lesbo per non far dimenticare la tragedia dei bimbi siriani morti in mare.

 

 

Lesbo è stata lasciata sola
Nel campo di Moria, Etienne, un camerunese appena arrivato non si calma: «Non consiglierei a nessuno la traversata dalla Turchia. I traghettatori turchi ci avevano assicurato che la traversata era molto facile, che non sarebbe durata più d tre quarti d'ora. Ci siamo trovato innvece su un mare in burrasca per quattro ore. Tutti piangevano. Non ho mai avuto così paura». Ma la polizia turca non ha tentato di fermarli? «No, al contrario, sono i poliziotti più cool del mondo», dice ridendo. Ma eccolo all'improvviso preoccupato quando gli comunicano ufficialmente che non avrà diritto a varcare la frontiera nel nord della Grecia. «Perché? Ho lasciato il Camerun settentrionale a causa della setta integralista Boko Haram, che cosa ho di meno di un siriano?» chiede brandendo il suo lasciapassare, scritto solo in greco e che, in realtà, limita tutti i suoi movimenti verso l'Europa.

Le autorità locali, indaffarate, fanno fronte alle questioni più urgenti, senza eccesso di zelo. «Bisogna ricordare che gli abitanti di Lesbo sono rimasti a lungo soli a gestire i naufragi, fino all'arrivo in massa delle ong, lo scorso settembre», sottolinea Aphrodite Vati Mariola, che vuol ricordarsi anche dei sorrisi e del sollievo delle famiglie salvate. «Ogni volta ripetono le stesse parole: “grazie, grazie”. È quel che ricordo sempre ai miei bambini: si salvano vite umane», dice mostrando il gigantesco collage realizzato con sua figlia: un enorme cuore fatto con pezzi dei giubbotti di salvataggio. Questa settimana, il comitato greco del Premio Nobel ha ufficialmente proposto di assegnarlo agli abitanti di Lesbo.
(Maria Malagardis, inviata speciale di Libération a Lesbo, articolo pubblicato il 3 febbraio 2016)

 

 

Una panoramica di Lesbo

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