Honduras, il giardino del mondo

Lancetilla

Testo di Paolo Pernigotti

 

Lancetilla. Ogni fiore, foglia, profumo dei Tropici è qui: milleottocento ettari, il più grande e ricco giardino delle Americhe. Alla voce «palma» si va da fuochi d’artificio a timidi radicchi: sessantacinque specie, la collezione completa. E non basta dire «Eliconia»: sono trentacinque modelli. Milleduecento i bambù. Poi alberi del pane e del cioccolato, fantasiose macedonie d’esotico, tè già corretto al limone: se fosse lecito allungare le mani, la passeggiata sui sentieri del parco sarebbe anche una scoperta di sapori. Il latino si spreca per battezzare miracoli di forme e di colore, ma le guide danno del tu a frutti ed erbe che da sempre riempiono i piatti della loro gente. Dal livello del mare, su su fino a ottocento metri, tremila e cinquecento millimetri d’acqua innaffiano ogni anno questa immensa serra a cielo aperto creata nel 1925 da Wilson Popenoe. Ai margini del parco c’è la tomba della moglie: aveva mangiato un frutto che in certe stagioni è velenoso. Non è chiaro se il grande botanico gliel’avesse spiegato.

Poi una sbarra si alza e ci dice che Lancetilla è alle nostre spalle. Ma il trionfo di verde continua: l’Honduras settentrionale è un solo, immenso giardino.

È a San Pedro Sula che si tocca terra dall'Europa, ma la sua voglia d’America non merita neppure un giro in taxi. E' celebre solo per essere la città più pericolosa al mondo: milletrecento omicidi, rivoltellata più, coltellata meno, durante lo scorso anno. La città di Tela, a cinque chilometri dal giardino botanico, è invece la prima tentazione di trasparenze caraibiche, di spiagge a perdita d’occhio, di musiche e colori, sulla via verso Est. Ed è solo l'inizio. La strada taglia il verde, costeggiata da allegre catapecchie: azzurre, gialle, rosse. In mezzo a panni stesi fra una palma e un ananas, una vecchia si dondola sotto lo sgangherato portico sorvegliando i niños di casa: gli occhi solo una ruga più profonda sulla faccia color tabacco.

Area de descanso, Comedor, Pulperia, Merendero, Golositas, Pupuseria. Cartelli diversi, ma la traduzione è sempre la stessa: qui si mangia. E ogni insegna è inesorabilmente sponsorizzata Pepsi o Coca Cola. I due marchi colonizzano tutto: la tettoia di un falegname, un’officina, persino i cartelli segnaletici. Anche le scuole: Liceo artistico - si legge - e accanto il logo della Pepsi, non il verbo di qualche Immortale. Dollaro non olet.

 Lungo le strade, infinite occasioni per mangiare

 

Uomini a cavallo e altri in bicicletta sfilano lungo il ciglio della strada, il sombrero a far ombra e il machete a far macho. E bambini, tanti bambini: sporchi, scalzi, felici di niente. E cani, tanti cani: razza Terzo Mondo. Gli occhi bassi e il pelo rado di chi è cresciuto a botte e a fame.

Quattro casupole fanno un villaggio: su un cartello ammaccato è scritto Eden. E un'anziana carica di stracci e di colori, ma povera di denti sta allo scherzo: «Una mela? Con questa bocca Eva non l’avrebbe mangiata». Meglio un mango o una banana, che crescono gratis nel suo povero paradiso terrestre.

Tegucigalpa è la capitale, San Pedro Sula la città degli affari. «Tegucigalpa pensa, San Pedro lavora, La Ceiba si diverte» – dicono in Honduras. Ma qui, come il paradiso, anche l’inferno è povero, e le favolose notti della Ceiba sono un lungomare di biliardi al neon – che è lo sport nazionale, anche se tutti ti chiedono della Juventus –, di pollo e birra a cinque dollari e di ragazzotte a pochi spiccioli in più. Il quartiere si chiama «Zona viva», e forse la diventa davvero nei giorni di maggio, quando il Carnaval ne fa un palcoscenico di musiche e balli per duecentomila persone che arrivano da tutto il Paese e dal vicino Guatemala, ma la vita di ogni giorno non è qui, è al mercato, al mattino, nelle strade del centro. E lì gli honduregni si divertono sul serio. Comprare, vendere, barattare: buone scuse per ridere, spettegolare, corteggiarsi, magari litigare con gusto.

Il traffico sono millecinquecento taxi, in una città grande come Prato. Uno in coda all’altro, un corteo ininterrotto, avanti e indietro. Inesorabilmente vuoti e tutti strombettanti. Per far sapere – ma va - che sono vuoti. Salite. Anche trecento metri: molti cercano solo un po’ di compagnia.

Albergo d’atmosfera, a La Ceiba, vuol dire senza bagno, ma c’è anche un cinque stelle elegante e pomposo affacciato sul mare, il “Quinta Real”: costa come senza bagno in Italia. E c’è un Hotel Italia: non spiccicano una parola della nostra lingua perché il vecchio proprietario l’ha venduto da tempo, ma è rimasta la nostalgica e un po’ patetica insegna: la scritta “Italia” sopra un grande sole. Perché è vero che ai Tropici non manca, ma quello è «o’ sole mio».

Mercato, pollo, altri petti e altre cosce non valgono un soggiorno: un pomeriggio basta per la terza città dell’Honduras, per perdersi fra bancarelle che raccontano la povera vita d’ogni giorno e sorrisi che sottintendono più segreti tesori.

 

Una veduta di La Ceiba

«Roma». E se non tutte le strade, la nostra porta lì. È il paesino dal nome familiare e pretenzioso, a trenta chilometri da La Ceiba, fra spiagge deserte e furori di verde, è l’avamposto giusto per conoscere questa regione dove la natura è incontrastata padrona e dove la scoperta diventa gioco.

L’Hotel Palma Real affaccia i suoi balconi, i pratini all’inglese e le piscine sulla spiaggia bianca: palme per ombrelloni, il ristorante una capanna di paglia grande come una convention, sciami di camerierine tutte uguali, chignon e grembiulino da scolarette, a lustrare senza tregua. E all’orizzonte, sul mare, l’azzurro profilo della prima avventura: Cayo Cochino, un arcipelago dimenticato dal tempo.

Diciotto isole, una sola abitata: da trecento Garifuna, i neri del Nord, che vivono di pesca e di giorni che passano tutti uguali. Onda su onda, è un’ora e mezza di traversata. La potente lancia a motore porta sei o sette persone: è già ressa per quelle solitudini. Ma su certi isolotti di tre palme per trenta metri di spiaggia ci vuol poco a sentirsi Robinson e a ripensare tutto.

Nel villaggio dei Garifuna si può anche mangiare. Menù del giorno: pesce e riso. Menù di ogni giorno. Il mare è così trasparente che si potrebbe ordinare da riva: quello, no quello più a destra. Ma non c’è ristorante: solo una baracca che ha qualche forchetta in più dei vicini. E non c’è luce, né acqua: astenersi schizzinosi.

Maschera e pinne di rigore: se c’è poca vita sulle isole, sotto è un traffico convulso e variopinto. A far da sfondo una barriera corallina che è la seconda al mondo per estensione, dopo quella australiana.

Poco lontano un altro mare. Immobile. E’ la grande Laguna del Cacao. Il sole filtra appena, il vento si spegne nella folta cortina di mangrovie, l’acqua è un pavimento scuro increspato solo da qualche pesce che si tuffa fuor d’acqua a caccia di mosquitos. Solo il plof della pagaia, il resto è silenzio. La canoa scivola lungo i canali. Fra le radici a fior d’acqua qualcuna sembra muoversi: forse è solo un riflesso, forse un caimano. Un brivido corre sotto l’Autan. Le scimmie dal muso bianco fanno il trapezio fra i rami più alti. E quando un piccolo aereo attraversa il cielo il silenzio si rompe: il borbottio cresce, da un albero all’altro, da un isolotto all’altro, diventa un tuono sordo che sovrasta il rumore del motore, la foresta insorge compatta, finchè l’estraneo si allontana. Il cielo torna agli aironi e ai pellicani.

 

Un isolotto a Cayos Cochinos

 

Una striscia di sabbia accecante separa la Laguna dal mare: un guado al contrario per i solitari pescatori che l’attraversano trascinando le loro barche sottili, nient’altro che tronchi d’albero scavati e modellati, un solo remo per rodeare sull’oceano, un’esperienza che è storia antica.

Di fronte il mare, alle spalle la montagna più alta dell’Honduras: il Pico Bonito.

C’è posto anche per le conifere in questa parte di giardino senza fine che è il Paese centroamericano. E prima d’arrivare ai 2500 metri della vetta si conoscono selve di latifoglie e foreste tropicali di montagna, con una ventina di fiumi che scendono a cascate verso il mare.

Miglior punto di partenza per le escursioni, il Pico Bonito Lodge. E anche miglior punto di sosta. Karen Blixen avrebbe potuto scriverci Il mio Honduras. Tutto è legno: le casette nella foresta, le passerelle che le collegano, le grandi terrazze, il ristorante affacciato sulla jungla. Tutto è charme e raffinatezza. A due passi dal lodge una voliera con oltre quaranta specie di farfalle. Poco più in là un rettilario: per non dimenticare che la jungla è anche scarponi alti e occhi aperti.

Per chi invece si sente più Tarzan che Blixen c’è il Canopy: la giungla volando da un albero all’altro. Niente liane, ma cavi d’acciaio tesi a quindici, venti metri d’altezza. Imbragati con moschettoni da ferrata, appesi a una carrucola e via nel vuoto sopra la foresta per una corsa di un centinaio di metri ogni salto. Guanti spessi sulle mani per stringere il cavo e fermarsi senza sbattere all’arrivo, la voglia di scendere al primo volo, la voglia poi di non smettere più. Diciotto tappe il Canopy del Pico Bonito: due chilometri di jungla . E all’arrivo l’ammollo in una pozza d’acqua sulfurea per riguardare la foresta da sotto in su. Con una nostalgia di cielo che il volo per San Pedro Sula, direzione Copan, sulle tracce dei Maya, non saprà cancellare.

Dall’aereo si riconosce la Laguna del Cacao e la foresta di mangrovie. Tante scuse alle scimmie dal muso bianco.

Copan, enigma dell'archeologia

Sono piccoli e neri. La prima volta che li incontri ti fanno tenerezza. Bella forza i conquistadores, in cima ai loro poderosi cavalli da guerra… Sono i Chorti, gli ultimi Maya. Poche migliaia ormai, nelle campagne di Copan, nord ovest del Paese: altri Conquistadores li hanno decimati, a colpi di latifondo e Coca Cola. Ma poi scopri lo spettacolo del loro passato. E quando li rincontri non ti sembrano più così piccoli. Forse sei tu che sei venuto troppo alto.

 

Templi Maya a Copan

 

Le rovine di Copan: un libro di storia che nessuno potrà mai leggere. Duemiladuecento blocchi di geroglifici su sessantadue gradini di pietra. L’archeologo non ha capito che erano un messaggio dal profondo di 1300 anni fa. Ha pulito le pietre, le ha rimesse a caso. Ha sconvolto per sempre quell’abbecedario, cancellato l’alfa e l’omega che avrebbero permesso di decifrare trecento anni di storia della più affascinante Atlantide. La chiave del mistero si è persa per sempre: sulla grande spianata, un tempo bianca di stucco e oggi verde di prato, dobbiamo rinunciare a capire come quegli omini piccoli e neri potessero essere così grandi, possiamo solo inchinarci al mistero.

Perché il loro enigma ha regole ineffabili. I Maya sapevano il moto delle stelle, che la Terra non è piatta, che lo zero esiste e sta fra il più e il meno. I numeri regolavano i loro giorni: sulla Terra e nel cielo dai tanti dei. Ogni ombra è una meridiana: le antiche stele disegnano calendari sulla Plaza Central che amministravano la vita dei campi e degli animali. Ogni segno sulla pietra si riflette su una stella, in un richiamo fra mondi che era il mondo dei Maya.

Fumo Serpente, Luna Giaguaro, Coniglio Diciotto sono i nomi di re che le rovine di Copan ci hanno tramandato. Le ventotto stele e i tanti altari scolpiti in andesite, una pietra vulcanica locale, raccontano nella loro ieraticità e ricchezza di simboli le gesta di sedici sovrani. I templi, le dimore più sontuose, le statue: tutto era dipinto di rosso. Qualche traccia si coglie ancora. Le strade e le piazze dell’Acropoli, invece, erano levigate di bianco. Ogni cinquantadue anni una nuova città nasceva sulla precedente. Perché ogni cinquantadue anni – secondo i Maya – il mondo doveva morire per poter risorgere. Quattro sono ancora nascoste sotto le rovine che noi conosciamo, con settantadue templi. Ma una non può rinascere senza uccidere quella che già esiste – e l’antica profezia trova così, nel suo contrario, una conferma.

Oltre venticinquemila Chorti abitavano Copan nel periodo più aureo: un sacrificio umano ogni tanto garantiva la benevolenza dei settecentoventi dei in servizio, rendeva copiosi i raccolti e prolifici gli armenti. Erano gli anni di Fumo Giaguaro, Coniglio Diciotto e Fumo Conchiglia: fra il 628 e il 760. Gli anni a cui risalgono i templi più belli, le alte piramidi a gradoni ornate di bassorilievi che raccontano mondi di mezzo fra il terreno e il divino, fra realtà e fantasia.

Del 738 è il Campo del gioco della palla: era dedicato agli Ara, pappagalli sacri i cui discendenti vivono ancora fra le rovine. E teste di pappagallo ornano le tribune degli spettatori. Il fondo è ancora in buona parte pavimentato. Perché non si trattava di football, ma di una specie di pelota. E il vincitore, in premio, veniva sacrificato sull’altare del tempio. Pare che gli venisse garantito un paradiso tutto vergini e miele – poco di nuovo sotto il sole.

Accanto allo stadio la Scalinata dei geroglifici. Occupa l’intera facciata di un tempio sontuoso e la sua costruzione iniziò nel 710. I geroglifici rappresentano il testo maya più lungo di cui si abbia notizia.

 

Raffinate sculture a Copan

 

Alcune stele e decorazioni sono copie: gli originali al riparo nel vicino museo. Secoli di sole e pioggia li hanno già messi a dura prova. E il museo è utile complemento alla visita fra le rovine. Mette ordine fra le emozioni, spiega quel poco che sappiamo, suggerisce molte ipotesi. Alcune suggestive, come antiche credenze. Maya.

A un chilometro e mezzo c’è un’altra Copan: case basse, porte sempre aperte sui gradini, un saliscendi di larghe strade di pietra, pavé schianta-sospensioni dove rare auto procedono lente e circospette. E lento è il passo montanaro della gente, come il tempo antico e quieto che si respira. Arredi d’epoca, balconi in ferro battuto e giardini silenziosi per una notte d’albergo: a Copan ci si ferma appena il tempo di una visita alle rovine. Con il rimpianto, poi, che qualcosa si sia perso: un passo differente da imparare, che lasci più posto agli sguardi ed ai sorrisi. Invece il nostro aereo sta già scaldando i motori. E per Roatan c’è la coda al check-in, profumo d’abbronzanti e scalpiccio di sandali gomma.

Roatan, la spiaggia italiana

Siete in cerca d’esotico? Non veniteci. La specialità del ristorante sono le lasagne alla bolognese. E il dizionario di spagnolo potete lasciarlo a casa: qui il benvenuto ve lo danno col congiuntivo giusto. Perché West Bay, le più belle spiagge di Roatan, batte bandiera italiana.

Un charter diretto da Malpensa ogni settimana: dodici ore, il tempo di arrivare già amici. Settemila ospiti italiani in un anno solo all’Hotel Henry Morgan, altri nei vicini Paradise Beach Club e Fantasy Island. L’Henry Morgan è il più grande ed elegante dell’isola: italiano il proprietario, italiani gli animatori, italiano il fotografo, e l’italiano deve saperlo anche chi cerca un posto da facchino. I pochi turisti honduregni si trovano un po’ a disagio: non capiscono una parola. Stile coloniale, casette in legno nel verde, una suite strepitosa con il tetto di paglia e un interno da AD.

Roatan è stretta e lunga: come la barriera corallina che ha davanti e che ne fa un paradiso per lo snorkelling . È al largo della Ceiba, a mezz’ora di volo, ed è la più grande delle Islas de la Bahia. Una di queste si dice sia stata l’isola di Robinson Crusoe. Roatan vuol dire sdraio e mare, ma una giornata in motorino può valere la pena. Si noleggia per trenta dollari al giorno e non c’è pericolo di sbagliare strada. Ce n’è una sola, che corre per una cinquantina di chilometri, per quanto è lunga l’isola, fra villaggi di palafitte, creole da capogiro, ristoro di boscaglie e spiagge a sorpresa.

A Roatan portatevi poco bagaglio, ma non dimenticate l’Autan. Fa anche rima.

Viaggio organizzato in collaborazione con la compagnia aerea Iberia

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